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Non ho scritto nulla a proposito di Baldoni perche’ non lo conoscevo, innanzitutto.
Sapevo del suo blog ma, nei giorni del rapimento, ero via.
E leggo poco delle cronache dall’Iraq perche’ trovo che la cronaca non faccia altro che rigirare inutili coltelli nella piaga, per quanto mi riguarda.
Episodi, sfilze di episodi che poco tolgono o aggiungono alle questioni di fondo, quelle che tutti conosciamo gia’.

So di Baldoni che era una gran brava persona e che molte persone che stimo gli volevano bene, e tanto mi basta.
Lo so per avervi letto, pero’.
E perche’ ascolto altri blog tra cui Augusta sul suo Diario da Betlemme e approfitto del lavoro che fa lei.
Da qui, le prospettive cambiano radicalmente e, di un italiano, so cio’ che so dei 140 iracheni uccisi lo stesso giorno: nulla.
E poi, come sempre, raccogliere informazioni significa vederle smentite l’attimo dopo e si ritorna sempre li’, a un inutile nulla.

Non mi inoltro nella complessita’ delle mille pieghe prese dalla lotta irachena. Ascolto Salam Pax, leggo in giro e faccio fatica, onestamente, a distinguere cio’ che e’ utile sapere da cio’ che e’ inutile.
Credo che, in essenza, laggiu’ non stia succedendo nulla di diverso da quanto succederebbe qui o in Italia, nelle stesse condizioni.
Che, poi, gli irrigidimenti siano ideologici o religiosi, poco importa, specie di questi tempi.

Baldoni era uno dei miei, delle persone che io sento vicine.
L’aspetto della sua morte a cui facciamo fatica a rassegnarci e’ che la sua umanita’, la sua specificita’, non siano state riconosciute da chi lo ha ucciso.
Ma questa e’ la guerra. Nessuna umanita’, nessuna specificita’ vengono riconosciute, mai. In guerra si viene uccisi per la propria nazionalita’ e, in quest’epoca senza piu’ divise (la “nuova guerra”, eserciti contro popolazioni che poi diventano guerriglieri, terroristi o comunque li vogliate chiamare) il passaporto sostituisce l’uniforme.

Il nostro paese ha fatto delle scelte.
Ben piu’ legittime di quelle fatte a suo tempo dall’Iraq, se vogliamo: noi abbiamo eletto dei governanti che rappresentano la nostra volonta’. Siamo una democrazia. E le scelte fatte in nostro nome ci coinvolgono. C’e’ poco da dire che non siamo d’accordo, che non li abbiamo votati. Non siamo un manipolo di individui apolidi a comando, non possiamo piu’ aspettarci di essere riconosciuti come tali. Non c’e’ tempo, non c’e’ voglia, non ci sono energie.
Io sono italiana, tu sei spagnolo, lui e’ palestinese, lei e’ irachena. La guerra e’ cosi’. Semplice e stupida.

Gli spagnoli, meno individualisti di noi, questo lo hanno capito benissimo e, dopo le bombe di Madrid, hanno rivolto la loro rabbia contro un governo che li aveva cacciati in guerra contro la loro volonta’.
(Ancora adesso, sui loro giornali, si sentono frecciate sul “coraggio per interposta persona” di Aznar, gradasso dietro le barricate del suo palazzo, a spese della propria popolazione inerme.)

Noi non possiamo illuderci di essere riconosciuti come buoni o cattivi a secondo di chi siamo.
Io non avro’ il tempo di fare vedere il mio blog a qualche tizio barbuto, il giorno che il tizio in questione decidera’ di prendersela con gli italiani del Cairo. Se anche lo avessi, non verrei capita. Cio’ che conta e’ che sono italiana, porto l’uniforme della politica berlusconiana. Punto.
E mica ne sono contenta, che credete. Ne prendo atto, mi pare logico e sfortunato.
Domani potrei avere un cancro. Oggi ho la sfiga di essere italiana, proprio quando il mio paese ne occupa un altro. Pazienza.

Pero’.
A volte sento parlare dei combattenti (resistenti? Terroristi?) iracheni come se stessero facendo una guerra d’aggressione.
No. La guerra di aggressione la stiamo facendo noi. Non confondiamoci.
E conosco i discorsi di ragazzi che, se potessero, sarebbero li’, a fianco dei piu’ barbuti tra i combattenti. E non fanno discorsi di aggressione. Fanno discorsi di difesa. Ho studenti che si agiterebbero sulla sedia mostrando il disagio che ho gia’ imparato a conoscere, se gli parlassi di Baldoni.
Il disagio che mi mostrarono l’11 marzo, per esempio. “E i nostri morti? Come osi, TU, lagnarti per un solo morto, quando noi ne abbiamo migliaia?” Questo mi direbbero, e potrei parlargli di Baldoni fino all’infinito, non cambierebbe nulla.

Non sto distribuendo torti o ragioni, non e’ questa la mia intenzione. Dico, semplicemente, che questa gente vede se stessa come gente che si difende, non che attacca.

Non andiamo lontano, se non cerchiamo di capire la lingua dell’altro. E non mi riferisco ai rapitori di Baldoni: non so chi siano, se non l’ennesimo risultato della nostra geniale politica.
Mi riferisco al mondo arabo, alla gente. Gente che, a Baldoni, ha dedicato un trafiletto sui giornali, che’ qui si pensa ad altro, con poche eccezioni; ci si preoccupa di altro e, in questi giorni, le attenzioni generali vanno allo sciopero della fame dei palestinesi e alle battaglie sparse per l’Iraq. A una valanga di lutti grande come una catena montuosa e al terrore del futuro, alla paura che gli facciamo. Noi. Noi a loro, dico.

Sento ripetere sui blog italiani – e con un certo autocompiacimento – quella frase, il “Voi volete la vita, noi vogliamo la morte.”
Non vuol dire: “Voi sieti belli e vitali, noi brutti e mortiferi”.
Vuol dire: “Noi siamo disposti a morire, voi no. Noi siamo idealisti, voi consumatori. Noi crediamo in Dio, in chi verra’ dopo di noi, nella ruota della Storia che gira e la nostra vita personale ha un valore relativo. Voi, la guerra, la sopportate solo se vista davanti alla TV.” Lo scriveva, con parole migliori e piu’ appropriate, Franco Cardini in Europa e Islam, 1999.
Non capisco perche’ si caschi dal pero risentendola, cinque anni piu’ tardi. E’ un discorso vecchissimo, uno dei perni del discorso islamista: i loro valori contro il nostro consumismo. L’unica cosa che hanno, peraltro, nonche’ la loro arma infinita, che’ non esiste ispezione ONU o embargo che gliela possa togliere.
Ma, ripeto: la gente che partecipa ideologicamente a queste cose, qui, vede questa mentalita’ come un’arma di difesa, non di aggressione.

Io non parlo di Al Qaeda, alla cui esistenza non crede nessun arabo che io conosca e, da queste parti, ha la reputazione di un’invenzione della CIA.
Parlo dei normali simpatizzanti islamisti di cui e’ pieno l’Egitto e che, se qui ci fosse la democrazia cosi’ come la intendiamo noi, vincerebbero a man bassa.
Che vogliono? Che li lasciamo in pace. Che ci togliamo dalle scatole. Questo, vogliono.
Guerra all’Occidente? Ma come, dove? Qui non hanno gli occhi per piangere e manca il grano, ma quale guerra all’Occidente?
Guerra all’invasione e all’aggressivita’ occidentale, questo si’.
All’individualismo, alla mercificazione, ai ricatti, ai furti occidentali. Ai nostri cosiddetti “valori”, misteriosi quanto ambigui, imposti con le buone e con le cattive da queste parti, e per nostro esclusivo beneficio. Mi pare che sia questa, la guerra di cui parla la gente, qui.
Non tutta, no. I simpatizzanti islamisti, dico, che’ poi c’e’ pure chi se ne frega e va a ballare, che vi credete. Come da noi, uguale.

A questa gente abbiamo fatto un favore enorme, eliminando Saddam.
Se pure ne facessimo pure’, delle frattaglie di Saddam, loro brinderebbero a te’.
Saddam rappresentava, nel bene e nel male, quel poco che rimane dell’Islam laico.
Manca la Siria, adesso, e poi i funerali sono completi.
Noi in Egitto? Qui si fa equilibrismo, che si puo’ fare? Mantenere laico l’Egitto vuol dire fare tanta repressione e sporadiche concessioni, suppongo. Ogni tanto ci vanno di mezzo gli omosessuali, per dire. A proposito di concessioni, che’ se lo Stato fa una retata in una discoteca troppo rumorosa toglie un’arma ai Fratelli Musulmani e li tiene buoni per un po’.
Ma nemmeno tante, tutto sommato. Le concessioni, dico. Potrebbe andar peggio.
Il peggio, poi, cambia tonalita’ a seconda dei punti di vista, ma sempre peggio rimane.
Salvare qualche diritto individuale o difendere l’identita’ collettiva? Non e’ una bella scelta da fare, conveniamone. E a suon di bombe, per giunta.

Comunque la gente (o, almeno, quelle che un tempo si chiamavano “avanguardie”) il peggio lo vede venire e si prepara. Spiritualmente, gia’. Ma in che altro modo potrebbero prepararsi?
Io ho alunni che mi hanno scritto nel tema che: “Noi rispettiamo moltissimo le nostre donne, che’ loro allevano coloro che, domani, ci difenderanno dagli aggressori.” No, dico. Avete letto? Lo riscrivo?

Siamo entrambi convintissimi di essere i buoni. Sia noi che loro.
Una guerra tra le rispettive buone fedi.