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A scuola di arabo, alla fine, siamo tre italiani e una decina di americani venuti per un progetto di volontariato.
Tra loro c’è una ragazza minuta, biondina, molto spaesata che, di giorno in giorno, pare rimpicciolire sempre di più.
L’arabo non è semplice, no. Se ti perdi qualche passaggio, poi fai una gran fatica a raccapezzarti. E lei ha avuto i suoi bravi giorni di mal di pancia, come è normale, ed è rimasta indietro all’inizio. E poi si innervosisce facilmente, forse è un po’ emotiva e l’Egitto può confondere molto e, insomma, sta facendo un gran casino linguistico e la vedi, che ogni giorno che passa è più frustrata e più abbattuta e ci sta male.
Il mio compagno italiano lo aveva notato già qualche giorno fa: “E’ che tra questi ragazzi c’è poca solidarietà, la lasciano troppo sola. Avrebbe bisogno di una mano, di studiare in compagnia.”

Ieri è scappata dall’aula in lacrime e la prof – quella che si mette le penne nell’hijab – è sbottata con i suoi compagni: “Per favore. Aiutatela. Statele vicino, deve studiare con qualcuno. Datele una mano, per favore. Non vedete che sta avendo un problema?”
E loro stupiti: “Ma a lei piace studiare da sola.” Sembravano un po’ a disagio, come timorosi di essere invadenti o come se non se ne fossero accorti prima, delle difficoltà della compagna.
Ha dovuto insistere e spiegare perchè, la nostra prof.

Il nostro angolo italiano dell’aula non aveva mica bisogno di tutte quelle spiegazioni.
Ci era chiaro da un pezzo, ci era chiaro.
E si è creata una sottile corrente di simpatia italo-egiziana – Mediterraneo unito contro ‘sti legnosi giovanotti che si stanno fissando le scarpe – che mi è parsa molto naturale. Scontata.

Il buffo gioco del ‘noi’ e ‘loro’.