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Sono andata a recuperare un vecchissimo messaggio che avevo postato, qualche secolo fa, in un forum di Clarence.
Così, giusto per fare qualcosa.

Inviato da: lia
Data: Sat Feb 17 18:45:01 2001

Se dall’Italia vuoi raggiungere Bagdad, devi prendere, da Fiumicino o Malpensa, un aereo per Amman. Non importa di quale linea aerea: atterrano tutti, curiosamente, verso le quattro del mattino.

Ti ritrovi in piena notte in quest’aeroporto moderno ma quasi familiare, a misura umana.
Passi il controllo dei poliziotti ragazzini, incroci famiglie, uomini baffutissimi, hostess con gli occhioni neri e onnipresenti addetti alle pulizie e sbirci nella saletta di preghiera aperta e, dentro, c’è qualcuno che prega.
C’è sempre qualcuno che prega, nel mondo arabo. E’ una bella cosa saper pregare, disciplina e contatto costante con la propria spiritualità.
Prendi il Jordan Times e le tue prime noccioline, cominci ad ambientarti con l’unico elemento veramente esotico di quella parte del mondo, la gentilezza, e salti su un taxi. Al taxista basta dire: “Taxi to Irak, please”. Tu fumi la tua sigaretta, lui la sua, e sei già ad Amman.

Ti ritrovi in un parcheggio sgarrupatissimo, davanti ad un’agenzia di viaggi ovviamente chiusa a quell’ora, dove stazionano cinque o sei macchinoni anni ’70 da cui emergono altrettanti taxisti baffuti, sbadiglianti, insonnolitissimi. Lo sarei anch’io, se mi svegliassero a colpi di fari in piena notte.

Tutti sanno a quale macchina tocca il turno di partire ma tutti aiutano a caricare i bagagli.
Il macchinone pare comodo, la frontiera irakena non è lontana ma hai il tempo di un pisolo.
Arrivati alla frontiera dovrai scendere, il taxi deve fermarsi lì. Ma, da queste parti, attraversare le frontiere a piedi è un’abitudine, ci sono bei carrelloni capienti per le borse e poi comincia a sorgere il sole (e qui sorge sul serio…) e il cielo del Medio Oriente è troppo, troppo bello. Due passi ci vogliono.

E poi sai che, subito dopo il controllo, ci sono (e staranno sbadigliando anche loro) gli uomini e le donne irakene di “Un Ponte per Bagdad” che sono venuti a prenderti.
Berrete un caffè, ti chiederanno notizie del viaggio, scherzerete su qualcosa e poi via, verso la capitale.
Ti aspetta un sacco di lavoro da fare, duro quanto tutti i lavori fatti per lenire il dolore umano, ma credo che ne valga, decisamente, la pena.

Al “taxi to Irak” ci ho accompagnato una ragazza torinese che aveva preso il mio stesso aereo, le ho dato un passaggio col mio taxi. Avrà avuto meno di trent’anni, esile e rossa di capelli, mi piacevano i suoi orecchini. Era sola ed era al suo secondo viaggio. Abbiamo chiacchierato, mi ha raccontato.

Quando la sua macchina si è allontanata, ho sentito una fitta di affettuosa invidia, di tristezza per non esserci saltata anch’io, su quel taxi. Ecco, questa è una libertà che la maternità ti toglie. O forse, semplicemente, non abbiamo il tempo di vivere tutte le vite che vorremmo vivere.
No. Tutto sommato, quello che preferisco pensare, adesso, è che non è ancora detto.

Quanti anni sono passati da quel taxi? Sei.
La ragazza con gli orecchini bellissimi, mia figlia quindicenne ed io, a salutarci alle 4 del mattino in un parcheggio di Amman.

E’ stato bello non sapere, allora, che negli anni successivi sarebbe andato tutto così male.