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Leggo sulla diretta di Repubblica che alla manifestazione per Giuliana Sgrena c’è questo:

“I giornalisti Rai contro il silenzio” è scritto sullo striscione dei giornalisti dell’Usigrai. Dietro lo striscione si riconoscono Bianca Berlinguer, Roberto Natale, segretario dell’Usigrai, Giuseppina Paterniti, cdr del Tg3. “Siamo contro il silenzio su tutta questa guerra che si sta combattendo“, ha detto Paterniti, spiegando il significato dello striscione. “E siamo anche contro il silenzio che si voleva imporre su questa manifestazione […]”

A me pare che in questa dichiarazione ci sia materia a sufficienza per manifestazioni multitudinarie e continue. Anche perchè si sa che è così. E’ noto, che siamo informati malissimo. E continua a sembrarmi inconcepibile che si possa rinunciare alla propria libertà riscuotendosi dal torpore solamente quando si verifica una chiamata alle emozioni, per quanto nobili.
E’ una sconfitta, che ci si sia ridotti tutti a pensare con la pancia, quando l’organo addetto alla cosa sarebbe la testa. E quindi, vabbe’: il rapimento di una giornalista italiana dà lo spunto ai giornalisti RAI per denunciare il silenzio sulla guerra. I giornalisti. Denunciano il silenzio. Rendiamoci conto.

Effetti del silenzio: come io ci sia incappata, nella questione palestinese, l’ho raccontato qui parecchio tempo fa. A Ramallah, parlai a lungo con un ragazzo riccioluto di cui ricordo la smorfia di dolore con cui mi mostrò il suo passaporto giordano: “Io sono nato a Gerusalemme e, nella mia vita, non sono mai uscita dall’area Gerusalemme-Ramallah. E così mio padre. E mio nonno. Ma il documento che mi è concesso avere è un passaporto giordano.”
Era di Hamas, il ragazzone, ed io stavo vedendo la tragedia della Palestina da dieci minuti circa, dopo una vita di ignoranza. Gli chiesi: “Sì, ma che c’entra che facciate attentati in Europa? Che c’entriamo noi? Perchè metti in conto che possa morirci io, se capito nel posto sbagliato?”
“Perchè per anni, per decenni, per la vita intera di un mare di gente, voi l’avete ignorata, la Palestina. E continuate a ignorarla, a meno che non ci siano attentati. E’ l’unico modo di apparire sui vostri giornali, non ce ne sono altri. Quando muore qualcuno di voi, vi ricordate che si muore pure qui. Altrimenti ve ne fottete.”
Dieci anni fa, si è svolto questo piccolo dialogo.

Ancora effetti del silenzio: ci si sente un po’ Cassandre a ripetere come un disco rotto che da Sharm non nasce nessuna pace. Per fortuna sono in buona compagnia, e qui si fa notare che sulla stampa internazionale appaiono notizie ottimistiche e positive, in questi giorni, dalle quali si direbbe che nei Territori Occupati non stia accadendo null’altro.
Il rapporto settimanale del PCHR sulle violazioni dei diritti umani nei Territori racconta una realtà parecchio diversa.
Da Rafah Pundits si chiedono cosa stia aspettando, questa stampa, per accorgersi di ciò che realmente accade. Che qualcuno si faccia esplodere?

Il Medio Oriente è un mondo molto piccolo.
Palestina, Iraq: è la stessa guerra, vista da qui. E si guarda alla Siria col fiato sospeso, nella certezza che si fabbricheranno pretesti per attaccarla.
Noi parliamo tanto di come gli americani ci abbiano salvato, durante la II Guerra Mondiale, e della fortuna che abbiamo avuto. Ma qui non ce l’hanno, un’ “America” che li possa salvare. Non c’è un paese “salvatore” ancora più forte di quello che li attacca.
La cosa andrebbe tenuta presente.

Lo striscione della RAI dovrebbe essere esposto tutti i giorni, in tutte le redazioni. Che la voce del Medio Oriente trovi spazio e ascolto (che si rispettino le sue ragioni, che la si smetta di spingerlo verso l’impazzimento) è la maggiore prevenzione contro il terrorismo a cui io possa pensare.
Ed è che, con buona pace della gentarella che anima certi blog, io sono contro il “terrorismo” con tutto il cuore. Tutto, proprio.
Perché, mi pare evidente, le mie probabilità di finire sparata sono maggiori di quelle della suddetta gentarella che si fa le pippe letterarie o posa da esteta e, quando gli prende il crampo all’alluce politico, lo spende – ironia della mia sorte – in anatemi a questo blog. Non c’è giustizia a questo mondo, tzk.

Comunque: mentre io sono in un quarto piano del Cairo a pigiare tasti, so che Mauro Biani è lì a manifestare.
Guardo le sue “vigne” e, da 3000 km di distanza, è un po’ come se là ci fossi pure io.