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Copyright Alda Maria Olivero

Ho già scritto un paio di post fa che qui c’è stata Alda, venuta a fare foto.
Le avevo detto: “Scrivimi un post sul tuo Egitto”, mentre eravamo al mare.
E’ tornata in Italia, me lo ha scritto e me l’ha spedito.
Lo pubblico assieme a una delle sue foto, un po’ piccolina perché non sono riuscita a farla apparire sul blog completa di scritta sul copyright.

Grazie, Alda, e torna presto.
Tanto, ‘sto paese è una carta moschicida: se ti prende, ti fa tornare a forza.

?Siamo tutti profondamente simili, eppure le nostre storie sono tutte straordinariamente diverse?.
(Kelebek, 30 marzo 2005)

Come quando cerchi le chiavi a tentoni nel buio e poi qualcuno accende la luce e le vedi lì davanti a te, al loro posto, questa frase di Miguel mi aveva improvvisamente acceso l?interruttore su una verità di una semplicità tanto sconcertante da sembrare ovvia, e tuttavia talmente scomoda e rivoluzionaria da essere ignorata e, talora, negata.
CLICK.

In quel momento ho capito che era quello che avrei voluto dire con le mie foto; oltre a raccontare una realtà, trasmettere un?emozione estetica, essere una forma di espressione personale, in fondo e al di sopra di tutto avrei voluto che le immagini potessero divenire un canale per accedere a questo ?enigma di fondo della specie umana?.
Con quel click l?ho avuto molto chiaro nella mia mente; ma si può sapere con la mente o con il cuore oppure con il vissuto stesso della propria esistenza. Dopo aver visto le chiavi è necessario aprire la porta, per raccontare occorre attraversare l?esperienza.

Nei 15 giorni che ho trascorso a Sohag per fotografare le donne del microcredito, per conto della ONG italiana MAIS, l?esperienza mi è venuta incontro come un?onda grazie alle donne egiziane che ho conosciuto, con cui ho stretto rapporti talmente forti da farmi pensare che queste persone non abbiano bisogno di interruttori sulle verità della vita, né di canali per accedere al famoso enigma, poiché ci vivono costantemente immerse con la naturalezza di pesci nell?oceano.

Le donne di Sohag non sono state solo quelle senza marito e con molti figli che abbiamo incontrato nei villaggi, ma anche le ragazze che lavorano per loro per conto di MAIS, con cui ho passato le mie giornate di lavoro e di vacanza, dato che sempre hanno avuto la delicatezza e l?attenzione di non lasciarmi sola in una città che non conoscevo e che non avrei potuto girare senza un poliziotto alle costole.
Quando sono partita dall?Italia le ?donne di Sohag? erano un concetto poco definito, un?entità quasi astratta che andavo a fotografare, ancora, nonostante il click di Miguel, qualcosa di ?altro? da me. A Sohag sono state volti e nomi che ho conosciuto e amato, che non ho trovato molto diversi me, né me da loro, se non forse per il loro cuore più aperto. Perché se c?è una differenza che ho sentito tra le donne europee e loro non è stata né la religione, né il velo, né le maniche e le gonne lunghe, ma piuttosto un?immediatezza all?intimità che da noi non esiste.

Perché da noi si passa per la via più lunga nelle relazioni umane? Si socializza attraverso fasi rituali che paiono spontanee ma che in realtà seguono regole abbastanza rigide da farci sorprendere e talora allontanare da chi le bypassa; la trasformazione della cortesia più o meno formale in amicizia e affetto veri, quando avviene, è regolata da una diffidenza e da un pudore collettivi che ci difendono l?uno dall?altro, ma da cosa poi? Forse dall?esperienza coinvolgente (e sconvolgente) dell?intimità, e dalla vulnerabilità che ne deriva.

Eppure il cuore dell?esperienza con le ragazze dell?organizzazione e con le donne dei villaggi, è stato proprio l?intimità. Un?intimità immediata di quotidianità condivisa senza pudori, di affetti vissuti senza difese, di conoscenza come scoperta, senza pregiudizi nè giudizi. L?intimità del cibo, niente a che vedere con le nostre cene da socializzazione individualista, con i nostri piatti ?a ognuno il suo?, e le nostre posate per non sporcarci: lì il cibo sta nei piatti comuni, e ognuno si serve con le mani, come fanno i bambini prima di imparare a comportarsi bene, e, davvero, il cibo ha un altro sapore; e se uno vuole dimostrarti affetto sceglie i bocconi migliori e te li passa direttamente, come una mamma con il suo bambino, o come i fidanzatini al primo mese. Dopo un pranzo così ci si sente molto più vicini che non dopo dieci delle nostre cene all?occidentale.

Lia ha visto le foto e ha detto che le trasmettono un senso di intimità; non so se sarà così per tutti, non so se davvero potranno essere un canale emotivo capace di superare distanze di kilometri di spazio, differenze culturali e religiose e soprattutto di diffidenze e paure collettive.
Più importante di questo è stata per me l?esperienza di questa condivisione e di quest?intimità e arrivare a sapere, non solo con la mente, ma con il cuore e la pancia, che davvero nel profondo dell?anima, quando la lasciamo vivere, siamo straordinariamente simili e vicini.

Alda