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Mi telefona la mia amica dal Provveditorato, dove è andata armata di delega e di fotocopie varie dei miei documenti.
“Allora, che scuola vuoi? Vuoi il serale, visto che sei una tiratardi?”
“Serale? Che orario fa un serale?”
“Fino alle 11 di sera. Altrimenti c’è Magenta e altre cose fuori città, oppure questa che ci arrivi con la linea rossa del metrò… oppure, aspetta, c’è la XXX che è proprio vicinissima alla XXX! Direi di prendere questa senz’altro, o vuoi quell’altra? O vuoi il serale?”
Io, confusissima: “Devo decidere ora, su due piedi?”
Lei, sbrigativa: “Sì! C’è gente in coda dietro di me!”
Io, frastornata: “Vabbe’, quella vicinissima, va bene.”

In pratica, insegnerò a 50 metri da dove insegnavo prima. Non sono andata molto lontano, dopo tutto.

Ho visto il POF della scuola su internet: non hanno paura a usare termini come “disagio”, “estrazione popolare degli alunni”, “zone di provenienza con una certa incidenza di delinquenza, anche minorile”, e cose così.
A un certo punto specificano che nella maggior parte delle famiglie degli alunni si parla italiano. E non si riferiscono a famiglie straniere…
E poi ci sono anche i ragazzi immigrati, certo. Una discreta percentuale degli alunni totali.
Dal POF, l’impressione è molto buona. Mi pare una scuola in cui si lavora tanto, e seriamente. Gli insegnanti, almeno. :)
Vedremo.
Vedrò, anzi: già sono stata beccata da qualche ex alunna, su ‘sto blog (vero, Broccoli??). Non credo sia una buona idea ritrovarmi qui con gli alunni futuri. Che cali il silenzio-stampa sul mio lavoro prossimo venturo, dunque: l’anonimato, per una prof, è una virtù.

Visto che so dove lavorerò (spero, almeno: hanno anche una succursale un po’ inquietante…) ora mi tocca cercare casa, e mi sono già messa all’opera.
E siccome non ho tempo, non ho soldi da spendere in ‘ste cose e non voglio mettere radici, credo che cercherò un’ottima cella monastica da qualche parte, con lo spazio per il mio pc e un calendario da appendere al muro su cui segnare i giorni.

No, seriamente: qui si tratta di scegliere gli ingredienti della propria qualità della vita e io, dopo aver vissuto per anni in quel di Milano3 (già), adesso vorrei togliermi il gusto di vivere a 5 minuti massimo da dove lavoro.
Non voglio svegliarmi alle 6 del mattino.
Non voglio passare il tempo nel traffico.
Non voglio avere una macchina perché, è assodato, non so parcheggiare se non in sosta vietata, e spenderei lo stipendio in multe. Già fatto.
Voglio avere ristoranti e locali vicino casa, e quella zona è perfetta. Voglio andare a piedi e cercare di stare un po’ in forma nonostante il freddo. Voglio stare poco in casa e proiettarmi molto sul lavoro e sulle vecchie amiche che non vedo da tanto, non voglio raggomitolarmi come è tanto facile fare a Milano. E, soprattutto, non rimarrò all’infinito.
Della casa, insomma, non me ne frega niente. La temo, anzi.
Se qualcuno avesse una cella monastica in zona Ticinese, quindi, faccia un fischio. Una cosa light, con poche responsabilità e pochissimi impegni. Una branda. Un nido appeso a un albero.

E una scrivania, ché ho deciso che, visto che sono in Italia, mi trovo e faccio un master. Mi serve.

Io ho alcuni beni a Milano, a dire il vero: lavastoviglie, lavatrice, mobili vari e qualche tonnellata di libri che, giustappunto, mi chiedevo dove mettere.
Comunque non è detto che dobbiamo vivere insieme, io e i miei beni.
Gessù, che complicazioni.

Più di tutto, io possiedo una cosa qui al Cairo che vorrei tanto portarmi, e non potrò. Una cosa stupenda che amo moltissimo e che mi mancherà fino a spezzarmi il cuore: un materasso di 2 metri X 2. Bellissimo. Lussurioso che si fa peccato a dormirci.
Un materasso arabo e, ragazzi, i materassi li sanno fare.
Il più bel materasso che io abbia mai avuto, primo acquisto di quando arrivai.
E’ da sabato che ci dormo rimpiangendolo ancor prima di separarmene.

Magari lo regalo alla collega come dono di nozze, ché quella pazza sconsiderata si sposa tra una settimana.
Se dormirci è una meraviglia, farci l’amore non ti dico.
Mi dispiace tanto andarmene, cavoli.

Mi serve un tetto tra 30 giorni esatti, dunque, e basta.
Forse ho ancora la mia vecchia bici, nel mio vecchio garage.
E che più?
Una palestrina, magari.
E la maglia di lana, ovvio.

Una penna rossa, e sono pronta.