
A Milano vige una precisissima etica ragionieristica per cui non ti è dato provare più felicità di quella che ti sei duramente guadagnata e, se provi a pigliartene una dose maggiore di quella che ti spetta, poi la devi restituire.
Io, per esempio, ho più volte squittito entusiasta per il fatto che in Egitto non sollevi un peso manco per sbaglio, specie se sei una donna.
Io squittivo dal Cairo e Milano segnava sul suo taccuino dei peccati, a quanto pare.
E mi aspettava, paziente.
Sono tornata e mi ha passato fattura: per ogni sacchetto della spesa che non ho sollevato in Egitto mi sono toccati dieci scatoloni pieni di libri a Milano. Sotto la pioggia, così imparo.
Un trasloco sotto il diluvio universale, col furgone, il carrello, l’ombrello e la gente che ti dice: “Ma proprio qui doveva metterlo, il furgone?” e tu che gli vorresti dire: “Mannò, ha ragione, potevo parcheggiarlo a Segrate e poi farmela a piedi con gli scatoloni sulla punta del naso e saltando su un piede solo, giusto per non disturbarla!” ma poi ti stanno talmente sul culo che non gli rispondi neanche e del resto sei senza fiato, e anche a colpirli con l’ombrello spenderesti forze che non hai più.
Siamo io e la mia amica con la macchina, l’altro giorno. Piove, e noi scarichiamo sedie e scatoloni. Abbiamo gli sportelli aperti.
Io sono già nel portone, la mia amica trascina cose giù dal portabagagli.
La mia amica è un’elegantissima signora minuta sulla sessantina, mia prof dai tempi in cui ero all’università. Visibilmente poco adatta a scaricare scatoloni sotto la pioggia.
E, dal portone, vedo con la coda dell’occhio una sciuretta del mio palazzo che aggira la nostra macchina proprio dal punto in cui è più complicato farlo e da lì, trionfalmente astiosa, sputa fuori un “Si può passare?” di rimprovero che io mi fermo e penso seriamente di tornare fuori e tirarle uno scatolone in testa, alla sciuretta.
Di afferrare una mazza da baseball e della panna, forse, e improvvisare una mousse di sciuretta lì su due piedi, su un marciapiede di piazza Napoli.
Mi trattengo perché la mia prof non ama la violenza fisica e, comunque, ha già risposto con un “Prego, si figuri” più raggelante di qualsiasi schiaffone io possa mai tirare.
E poi, molte scale e molte scatole più tardi, siamo di nuovo in macchina, io e la mia prof, e ci addentriamo in approfondite analisi sociologiche sul livore come tratto caratterizzante della piccolo-media borghesia milanese.
Scatta il verde, con il verde scatta il clacson della macchina dietro e lei, esasperata: “Ma perché suonano??” E io: “Perché sono infelici.” E ridiamo per scacciare il timore che sia contagioso, tutto ciò.
Ma poi lo è.
Io lo so, che lo è.
A un certo punto, queste cose non le vedi nemmeno più, come non ti accorgi del fatto che ti sei incattivito pure tu.
Me lo ricordo.
Molte scale più tardi, dicevo.
“Perché c’è una certa grettezza, nella borghesia milanese”, diceva la mia prof.
Infatti, io abito al secondo piano di una graziosa palazzina d’epoca ovviamente munita di ascensore.
Solo che il mio padrone di casa, abitando appunto al secondo piano, decise a suo tempo di non partecipare alle spese per la costruzione dell’ascensore in questione e, di conseguenza, non possiede le preziose chiavi indispensabili per poterlo usare.
Perché è un ascensore con le chiavi, lo giuro. Tipo, che tu inviti amici a cena e devi togliere i lucchetti all’ascensore, per non costringerli a farsela a piedi. O, in alternativa, devi spiegare agli amici che non lo hai pagato. Oppure, tipo che il fattorino o il postino devono arrancare su per le scale mentre il possessore d’appartamento no, invece.
Perché lui ha pagato e gli altri no.
Sempre che abbia pagato, ovviamente.
E, al di là della bruttezza insita nella cosa in sé, ché poche cose al mondo mi paiono più grette di ‘ste chiavi, io non so cosa sia più folle, se quello che non partecipa alle spese perchè lui “tanto è al secondo piano” (e spero che si sloghi una caviglia sulle rotaie del tram quanto prima, lui e il suo secondo piano a piedi) o gli altri condomini che mettono le serrature e lo usano solo loro, il loro ascensore.
A me sembrano dementi in blocco, ma tant’è.
Mi sono trascinata su tavoli, sedie e scatoloni, ansimante, e incrociando pure muscolosi quanto spensierati condomini, su e giù per le scale, a cui parevo, ovviamente, invisibile. “Ma che bello, sono in Occidente! Qui sì che è bello essere una donna, altro che con quei maschilisti di arabi che ti aiutano coi pacchi, pant. Come sono fortunata. Quanto ho lottato, per queste conquiste. Come me le godo. Pant.”
Una fiera eroina di Cosmopolitan, mi sentivo, tra tanti bei condomini che non si spettinano un muscolo manco per sbaglio, ché poi gli tocca rilucidarselo o magari gli si scompigliano le ciglia, a portarmi su una scatola, non me lo perdonerei mai.
Tanto belli come sono.
Comunque adesso è quasi tutto qua, me compresa, e contemplo felice i miei scatoloni che occupano 25 dei 30 metri quadri di cui dispongo.
Aprire ‘sti scatoloni e riporre da qualche parte il loro contenuto è un altro discorso e ci penserò domani e nei giorni a venire.
Intanto ho da mettermi sotto il piumone, aprire una bottiglia di Dolcetto, farmi pane e miele e smaltire il raffreddore da cavallo che mi sono presa, ché – non so se l’ho già detto – qui diluvia e l’unico motivo per cui Milano non si è allagata, ieri, è perché buona parte dell’acqua l’ho assorbita io.
Ma poi pensavo: metti che fanno un’assemblea condominiale per decidere di sistemare, chessò, la prima piastrella a destra subito dopo l’entrata.
E metti che il mio padrone di casa decida di non andarci o di non contribuire alla spesa, Dio non voglia.
Cosa succederebbe?
Verrei obbligata a entrare dal portone saltando sul solo piede sinistro per non toccare la piatrella di cui non mi spetta usufruire, visto che non ho collaborato alle spese per la sua riparazione?
Credo di sì.
Nemmeno la macchina nel portone ho potuto mettere, quando l’ho dovuta scaricare, visto che non ho il posto macchina.
L’apposito condomino che l’aveva aperto per passare si è affrettato a richiuderlo subito dopo, figurarsi. “Sa, vogliono che il portone sia sempre chiuso!” mi ha detto, mentre mi infilavo esausta nella porticina trascinandomi i miei pacchi.
“Ma certo, caro. Sarebbe incivile se fosse altrimenti, scherziamo?”
Ma vabbe’.
Questa città ha anche tante virtù, siamo onesti.
Tipo che, ad Ottobre, le zanzare non ci sono già quasi più.
Quasi.
Comparato con certe zone paludose dell’Africa Centrale è un bel vantaggio, per esempio.
E poi, soprattutto, è il posto ideale per imparare ad essere cittadini di se stessi, come si diceva in un post qui sotto.
Per forza.
E un buon corso di autarchia, periodicamente, fa più che bene.
Conto di diventare un vero uomo.

che tristezza, ma e’ proprio cosi’, la civile Italia… e di esempi come il tuo ce se sono a iosa> Si e’ perso il senso della misura, si da valore a cose che valore non hanno> L’importante e’ avere gli abiti firmati, ma che dico gli abiti, anche le mutande,avere l’ultimo modello del telefonino, con suoneria adeguata se no sei fuori dal gruppo, e per andare in ferie fare un prestito e pagare l’ultima rata a luglio dell’anno dopo per poter fare un altro prestito per andare in ferie, \ma si puo’???????
Io mi chiamo fuori da tutto cio’, non me ne frega niente dei vestiti delle auto dei telefonini e allegati.
So che ci sono tante persone che la pensano come me, e meno male.
OK LIA, coraggio che il piu’ e’passato, o no ????
Un abbraccio dall’Egitto, domani cominia il ramadan. ciaoooooo
Con le dovute differenze, pare il trasloco che abbiamo fatto io e la mia ragazza ad agosto a Napoli. Non pioveva ma in compenso si sudava come all’Equatore. Dopo l’ennesimo scatolone pieno di qualsiasi cosa avesse un peso specifico superiore a quello dell’Uranio, lì, ad un passo dal collasso, un attempato rompicognlioni mi fa: “ma voi siete proprietari? no? allora la macchina qua non ci può stare!”. Mentre pensavo un liberatorio “fatti i cazzi tuoi!” non ho potuto che dire: “finisco un attimo di scaricare e la sposto.” Ovviamente, anche qui l’ascensore era, ed è, a solo uso e consumo dei proprietari…e l’appartamento si trova al 3° piano! :-(
Unica differenza: verso la fine del trasloco, quando la luce che vedevo in fondo alle scale non era affatto quella della finestra ma quella di un lungo tunnel buio, la vicina ha notato le nostre “atroci” sofferenze e ci ha generosamente prestato lo scettro del potere, le mitiche “chiavi dell’ascensore”…non le saremo mai abbastanza grati! :-)
ciao
Devo ricordarmi di istituire la lettura obbligatoria del tuo blog per il Boccolone. Che così, forse, riesce a capire il mio sempre più scalpitante desiderio di tornare a vivere in Tunisia. E lui si stranisce e mi risponde che la vita non è facile nemmeno lì. E’ vero, è verissimo. Ma se lì la vita non è facile, qua sta diventando un gigantesco corso di sopravvivenza. Ed io mi sarei un po’ rotta le palle di vivere con il coltello in mezzo ai denti.
Temevo che andandotene dall’Egitto, non avresti più potuto farci cogliere l’essenza di luoghi esotici. E invece…
L’ho già scritto, ma lo ripeto: quando descrivevi l’Egitto, mi sembrava di rivivere esattamente l’Egitto come l’ho conosciuto io; e adesso, mi sembra di rivivere esattamente Milano come l’ho vissuta io, in alcuni tetri, nebbiosi e tristi inverni.
Ti amo, quasi.. ;-)
Hai proprio ragione, ma doppiamente attenta : ricordo come, dopo un po’ di mesi di permanenza a Milano, cominciai a diventare un po’ più cinico difronte a barbun e invalidi vari che ogni secondo ti vengono lì a chiedere soldi.. E’ un’esigenza, in effetti, perchè mica ti puoi commuovere ogni minuto, e mica puoi spendere dieci euro all’ andata e dieci euro al ritorno di ogni giorno di giri per la città.
Solo che poi, tornato a casa, dopo qualche anno, ricordo ancora, come fosse ieri, una signora che mi chiedeva dei soldi per una delle tante cause sociali, e io dritto, nemmeno mi volto, e lei sorpresa e stupita che mi fa “poteva almeno ascoltare quello che le dovevo dire, era un attimo”
Mi sono vergognato, mi sono proprio vergognato : a casa mia ti chiedono qualcosa ogni morte di Papa, e di barboni non ce n’è. Quelle poche volte, giustamente, le persone si fermano e ascoltano.
Ero diventato cinico, senza accorgermene.
Sono tornato indietro e ho chiesto scusa, e dentro di me dicevo “grazie”.
Un bacio, cara Lia, ciao !
AH Lia ti capisco. Io prima non ci facevo caso qui a Torino ma dopo che sono stata da sola per un mese in India ho notato tutto quello che dicevi tu a proposito di sacchetti, bagagli e cavalleria in generale.
Coraggio. E attenta a non diventare come loro, i milanesi!
PS: allora ‘sti allievi italiani ce li racconti o no? Sanno del tuo soggiorno i Egitto? Sono curiosi? Baci Pedrita.
che brividi, Lia…
ti mando un abbraccio da veri uomini.
un abbraccio forte, veramente forte da stritolarti, bentornata in questa parte del mondo
Ok, splendido spaccato di vita “metropolitana”, peccato però prendere da esempio la situazione della donna araba e paragonarla con quella occidentale.
Magari a te portavano i pacchetti & sacchetti, però la donna araba non credo sappia quale è la differenza tra portare i sacchetti o avere libertà di costume, diritto allo studio e diritto a scegliere con chi vivere la propria vita…infatti queste ultime 3 cose per la donna araba sono ancora sconosciute.
ciao
Come no, Arz: le donne arabe portano l’anello al naso e quelle a cui io insegnavo, all’università, erano un miraggio dovuto all’eccesso di deserto in quella zona.
Fossi una donna araba, ti comunicherei che della tua pelosa sbrodolata di pregiudizi finto-solidali non so che farmene.
Ma sono una donna italiana, e ti comunico solo che temo che tu sia uno di quelli che ti passano davanti tutti curati, con la brillantina e forse la mutanda in vista, mentre tu trascini i pacchi, e morire se ti danno una mano, ché magari gli si spezza un’unghia e poi gli tocca rifarsi la manicure, stelline.
No?
Pedro: no, gli alunni non sembrano curiosi. Non solo del mio Egitto: non li smuovi con nulla, proprio.
E’ un tasto dolente, questo.
E delicato, ché non voglio che nessuno si riconosca in quello che scriverò e internet è infida: già mi è successo di essere beccata da ex alunne, non vorrei incappare in quelli attuali.
Ci dovrò meditare, ché il tema è di quelli che ti fanno prudere le dita dalla voglia di scrivere, proprio.
Vabbe’, è più forte di me.
Quando mi ritrovo sul blog la solita solfa sulle donne arabe, prima afferro il randello e poi, solo poi, comincio a sbollire.
Ma è che proprio non la reggo, che devo fare.
E’ una cosa insopportabile.
Detto questo, ricambio gli abbracci.
Ecco un altro che fa di tutto per sopravvivere a… Milano!
Alla Milano del terziario, soprattutto. Che anche quella mica scherza quanto a grettezza, squallore e infelicità.
Non lo conosco personalmente, leggo il “suo blog” che si chiama:
http://personalitaconfusa.splinder.com/
Lia: non ci avevo pensato, che si potevano riconoscere. Meglio evitare allora o comunque ponderare la cosa, che si potrebbero creare situazioni spiacevoli.
:-)
Beh, inutile attaccarmi, ognuno è libero di pensarla come vuole, conosco piuttosto bene la situazione in Egitto e so bene che è uno dei paesi più occidentali tra i paesi arabi, ma io non ti ho detto “la donna egiziana”, ho generalizzato, si parlava di donna araba.
Tu in Egitto potrai insegnare all’università ed avere tra i tuoi alunni tante ragazze fortunate, ma nonostante questo non rappresentano TUTTE le ragazze egiziane e tantomeno TUTTE le donne arabe.
Ho puntualizzato solo perchè lo “spaccato di vita metropolitana” (a Milano) è oggi un luogo un po’ troppo comune.
Saluti
Che la gente ormai ritenga essenziali e degni di tutela aspetti che, al meglio, si possono definire futili non è un fenomeno milanese: è molto più esteso.
Ieri ho assistito ad uno stralcio di un acceso battibecco tra i condomini “A” e “B”, dove il primo rimproverava all’altro il modo di parcheggiare l’auto nel cortile interno che, a suo dire, lo costringeva a ben 3/4 manovre per entrare/uscire dal proprio posto auto. “B” replicava (giustamente a mio parere, ma non è questo il punto) che i posti macchina andrebbero ampliati e che lui, parcheggiando al di fuori delle strisce, favoriva tanto l’altrui quanto la propria fruizione delgi spazi.
Non so come sia finita, ma so che mia moglie ha chiosato, con un piglio agghiacciante, che non riconosco suo: “”A” ha ragione, da fastidio anche a me e sono costretta a fare 3/4 manovre per uscire”. Ho fermato l’auto, l’ho guardata negli occhi, e dopo i canonici 10 secondi di silenzio le ho risposto: “Ma perché, dove devi correre? cosa ti costano due manovre in più? è più importante arrivare 2 secondi prima (dove poi?) o condividere civilmente e con tolleranza gli spazi?”.
E’ che ogni tanto mia moglie si distrae. Infatti ha concluso: “effettivamente…”
a proposito di ascensori : e quelli in Liguria con la gettoniera per la salita a pagamento?
Oh Bologna: ieri sera mi sono cambiata da sola una gomma forata (ignoro da chi…). Nella mezz’ora che ho trascorso praticamente “spalmata” sull’asfalto saranno passati almeno una trentina di esseri umani … l’unica che si è fermata è stata un’ottuagenaria che cercava di dispensare consigli … al momento di rimontare il coperchio del cerchione UN ragazzo, molto gentile, mi ha chiesto se avessi bisogno di un aiuto …. vabbè … io comunque sono molto orgogliosa di aver fatto tutto da sola, però ….