
Chiedevo a una mia cosmopolita studentessa del Cairo, l’estate scorsa, quali differenze ci fossero tra i vari abitanti dei diversi Stati arabi.
E lei mi spiegava che, nell’immaginario generale, tra Maghreb e Mashreq ci sono come delle identità speculari che vanno a coppie, per cui gli egiziani somiglierebbero molto ai marocchini, i libanesi ai tunisini e gli iracheni agli algerini.
E in che senso, chiedo io?
E lei mi spiega che egiziani e marocchini hanno in comune la pazienza sovrumana, la rassegnata sottomissione al potere, la voglia di stare tranquilli, una certa tendenza ad accettare le avversità sperando in Dio. Fondamentalmente, farli incazzare è veramente difficile. So’ troppo buoni.
Libanesi e tunisini avrebbero in comune una certa frivolaggine, invece, e quello che comunemente si definisce “occidentalizzazione”. Un po’ tiepidi sulle cose spirituali e molto meno sulle faccende di mercato, secondo la mia maliziosa alunna che sorrideva, mentre cercava modi leggeri per dirlo sotto lo sguardo severo della compagna ipervelata e pronta ad esprimere un appassionato giudizio scandalizzato su entrambi.
Iracheni ed algerini, invece, sarebbero “strong people”. In che senso, strong? Nel senso che non gli devi fare girare le balle, sono gente dura. Normalmente buona e gentile ma, se si incazzano, si incazzano assai. Ma proprio tanto, non gli passa più. E non amano vedersi mettere i piedi in testa. So’ reattivi, sono.
Questo diceva la mia alunnetta, siriana vissuta in Algeria e poi approdata al Cairo, e le compagne annuivano. Io, ovviamente, mi divertivo un mucchio a starla a sentire.
Ci ripensavo stasera, apprendendo che i soldati USA morti in Iraq sono arrivati a quota 2000, numero tondo.
E un 15.000 feriti.
Considerando la sproporzione di forze tra i liberatori americani e gli ingratissimi liberati (sproporzione perfettamente deducibile dalla cifra relativa ai morti iracheni, che sono dieci volte tanto o più), direi che il dato evidenzia della tenacia, tra le altre cose.
Non deve essere facile, per una resistenza che opera in un paese ridotto come è ridotto l’Iraq, colpire un nemico a questi ritmi.
Ritmi costanti, tra l’altro: l’anno scorso, di questi tempi, i morti erano esattamente la metà.
Siccome la guerra c’è da due anni e mezzo, anzi, mi pare che i ritmi vadano aumentando.
Io continuo a pensare che sia un vero peccato che l’abolizione della leva obbligatoria sia stata una battaglia “progressista”.
Una società messa in condizione di pensare che quelli che muoiono in guerra non sono i propri figli ma degli impiegatini appositamente stipendiati può permettersi letarghi parecchio lunghi.
E questi duemila poveretti che tornano a casa in “a box”, come diceva a suo tempo il vecchio Country Joe, non ispirano nemmeno canzoni, movimenti giovanili, mode fiorate. Erano numerini quando sono partiti e continuano ad esserlo al ritorno.
Mi sa che gli unici ad averli mai considerati importanti sono proprio gli iracheni, guarda l’ironia della vita, che si impegnano allo spasimo per farli fuori.
A me, comunque, pare che sarebbe opportuno che, se guerra deve essere, la facciano tutti, e non è la prima volta che lo scrivo. Ma si vede che non sono abbastanza progressista.
Pensavo che, quando saremo meno spaventati e meno in mala fede di adesso, varrà la pena di spenderci due riflessioni, su questa gente così tenace nel morire, nell’uccidere, nel combattere contro gli eserciti più forti del pianeta spinti dalla volontà assoluta di cacciare degli invasori fuori da casa loro.
Possono non esserci simpatici, è legittimo: ma riconoscergli una testardaggine infinita e anche qualcosa d’altro mi pare doveroso.
Stessa cosa dai vicini, a casa Palestina.
Lì, poi, sono testoni da 50 anni e ormai, della testardaggine, sono i campioni mondiali.
Ovviamente, vivere molto male aiuta.
Su Al Ahram di questa settimana c’era un reportage sul peggioramento della vita dei palestinesi da settembre ad oggi: prima l’uccisione di un attivista di Jenin da parte degli squadroni della morte israeliani e di un’altra decina di palestinesi tra lì e Gaza. Poi la rappresaglia palestinese su tre coloni illegalmente insediati nei Territori. Poi la chiusura delle strade che collegano i Territori, quindi l’interruzione della vita dei palestinesi, scuole e posti di lavoro compresi. Quindi la proibizione, per i palestinesi, di usare la macchina per spostarsi. Poi le aggressioni e gli atti di vandalismo (soliti) dei coloni nei villaggi palestinesi, gli olivi incendiati, i negozi bruciati.
E le retate e gli arresti di esponenti della società civile palestinese, professori e simili, descritti dai portavoce dell’esercito israeliano come “terroristi potenziali”, che è una definizione degna della cosiddetta “unica democrazia del Medio Oriente” e, suppongo, prima o poi arriverà anche da noi e mi toccherà andarmene in Spagna sul serio e cambiare nome al blog e chiamarlo Casa de las Mujeres, che suona meno allarmante.
Circa 700, ne hanno arrestati, ed è che ha un po’ di paura delle elezioni palestinesi, la democrazia del Medio Oriente.
Infine, notizia di oggi, l’uccisione di 5 israeliani ad Hadera.
Tutto prevedibile, tutto previsto, tutto inevitabile, tutto come sempre, tutto peggio che mai.
Come è ovvio.
E l’unica cosa per cui vale la pena di alzare un sopracciglio, dicevo, è quella: la constatazione dell’altrui tenacia.
Però.
Però poi leggi di benintenzionate persone, in giro per blog, preoccupatissime del fatto che qualcosa possa turbare “i processi di pace in corso”.
E una, che pure avrebbe da lavorare, rimane sotto choc per una serata intera e non combina più nulla.
Processi di pace in corso??
Ma dai.
E mi chiedo da dove possa venire, questa bizzarra idea secondo cui ci sarebbero dei processi di pace in corso.
Dov’è che non ci capiamo?
In quale punto del puzzle informativo avviene la frattura che fa sì che io viva in un mondo e il mio vicino di tram nel mondo opposto, nell’universo parallelo?
Una non lavora più per tutto un pomeriggio, dopo una cosa simile.
Ah. Tornando all’Iraq: leggo su El País (edizione a pagamento, scusassero) che Bush, a proposito dei 2000 morti, avrebbe dichiarato che gli si spezza il cuore ma che l’Iraq:
“es el frente central de la guerra contra el terrorismo”. “Allí, sus militantes creen que si controlan el país podrán derrocar todos los Gobiernos moderados en la zona para establecer un imperio islamista radical que se extienda desde Indonesia hasta España”.
Traduco: “E’ il principale fronte della guerra contro il terrorismo. Lì, i militanti credono che, controllando il paese, potranno rovesciare tutti i governi moderati della zona e impiantare un impero islamista radicale la cui estensione andrà dall’Indonesia alla Spagna”.
Alla Spagna?
E va bene che sono dei duri, questi iracheni, ma mantenere l’occupazione per impedirgli di conquistare la Spagna pare eccessivo persino a me che, pure, ho appena scritto un intero post per dirmi colpita da quanto erano tosti.

lia, dimentichi che gli americani “normali” di geografia non sanno quasi nulla, figuriamoci bush…
Leva obbligatoria? ma di quelli che scrivono e leggono qui, quanti andrebbero in Iraq o manderebbero i propri cari in Iraq a uccidere e/o morire?
E in ogni caso, nessuno vi vieta di reclutarvi e/o far reclutare altri, se ci tenete tanto. Ma guarda un po’ te.
Bruno il punto è proprio quello: una leva obbligatoria costringerebbe tutti a prendersi una parte di rischio e di responsabilità nelle nostre scelte nazionali in materia di guerra e politica estera. Scelte delle cui dirompenti e devastanti conseguenze, tutti presi dalle nostre astrazioni ce ne dimentichiamo, rimaniamo collettivamente responsabili quale che siano le nostre personali convinzioni.
E’ anche vero che:
– se l’Italia non fosse un paese tanto giuggiolone e in cui i fatti del mondo sono un pretesto come un altro per continuare baruffe tutte interne, non ci sarebbe forse bisogno di chiedere tanto;
– paesi con un esercito più partecipato del nostro non è che stiano mostrando molta più consapevolezza di quello che accade oltrefrontiera (USA);
– paesi senza leva obbligatoria da più tempo di noi si mostrano molto più preoccupati dello stato dei propri soldati in guerra e di ciò che combinano per il mondo (Gran Bretagna).
Un’ultima cosa: Bruno guarda che l’obiezione che fa Lia non è mica nuova. Tanti a sinistra l’hanno sollevata negli anni nel dibattito sull’abolizione: possibile che non abbiamo più memoria di niente?
ciao
Butto lì un’idea, unendo questo post e quello sotto la Santanché: l’esercito di leva come la scuola selettiva. In tutti e due i casi “fa di sinistra” essere contro, ma tutti e due i casi a ben guardare favoriscono la mobilità sociale, o almeno sabotano un po’ la separazione delle classi.
Sotto-problema: per me la leva è maschile e femminile, per te? (Per voi, lettori?)
Per me va abolita la guerra (1). La leva è obbligatoria (2). Non riguarda le donne, però (3).
Tradizionalista? Sì, non possa farne a meno!
Scuola selettiva (meglio definirla rigorosa, però): è stato un cavallo di troia per la destra, svuotarla o abolirla di fatto. Uno dei più grossi errori della sinistra, fatto per favorire la destra.
Forse se la leva fosse obligatoria e ci toccasse tutti, ci sarebbero piu’ persone per le strade a richiedere la fine della guerra ?
A me piacerebbe un servizio civile obbligatorio sia maschile che femminile. Un anno della vita dei nostri giovani a lavorare per il sociale, male non gli farebbe.
Lo davo per scontato, ma vedo che è il caso di ribadirlo: sono pacifista, sono contraria alla guerra, penso che (come sintetizzato mirabilmente da Isaac Asimov) “la violenza è l’ultimo rifuglio degli incapaci”.
Bruno: io non andrei in Iraq, e sono contenta di non dover lottare per non andarci. Ma penso che con la leva obbligatoria molta meno gente avrebbe preso sottogamba l’idea di mandarci altri.
Veramente a me sembrava scontato che qualsiasi “progressista” e “democratico” fosse per l’esercito di leva. Quindi sono totalmente d’accordo con Lia.
Il principale motivo a mio avviso e’ che un esercito di professionisti diventa totalmente incontrollabile dal punto di vista democratico e popolare… lo strumento ideale per le guerre di occupazione e rapina, e “magari” anche per la repressione interna…
Massimo
“Per me va abolita la guerra (1).”
Si, Ritael? E come? Anche quella di “liberazione” che combatte la gloriosa “resistenza irachena” nostalgica del puzzone, quella “resistenza” che fa saltare in aria indifferentemente uomini, donne, bambini, siano essi civili (la stragande maggioranza)o militari, netturbini o giornalisti, musulmani (“apostati”, of course) o cristiani, etc.?
Pretendere la leva obbligatoria non ha alcun senso, in occidente. Anche quando era in vigore da noi, cioè fino a pochissimo tempo fa, non era comunque obbligatorio partecipare ad un conflitto come quello in Kosovo o in Afganistan. Questo per due motivi: perchè la guerra moderna non richiede più l’impiego di grossi eserciti e perchè addestrare davvero ed equipaggiare tutti i soldati di leva costerebbe troppo.
Ma perché responsabilizzare la gente in un modo così contorto? Ti metto a rischio di andare a morire in guerra, così sei più responsabile nei confronti della guerra… è come dire, ti nego i preservativi, così sei più responsabile nei confronti del sesso… a me personalmente questi metodi non convincono molto.
Meglio sarebbe a mio avviso “educare” il “popolo” fornendogli un quadro più corretto delle cose, che non si limiti alla mera propaganda, agli stati canaglia e gli stati amici, e tutte le altre varie menate. Leva obbligatoria o no fintanto che sarà propugnato l’ottundimento generale delle coscienze non credo che le cose possano cambiare di molto.
Due mesi quest’estate a Madrid con molti colleghi del Maghreb (ed anche siriani, iraniani, indonesiani ed africani di ogni gradazione e religione), mi confermano, seppur a livello del tutto superficiale, la visione speculare e categorizzante della tua studentessa.
Quanto alla leva obbligatoria, sarebbe anche per me un’istituzione “progressista” (una nipotina della Rivoluzione Francese), se credessi ancora alla guerra come un mezzo per risolvere i conflitti…
Certo che sarebbe opportuno che, se guerra deve essere, la facciano tutti, ma trovo più “progressista” pensare che guerra non deve essere in nessun caso, che nessun governo possa permettersi di mandare i suoi giovani a scannarsi. E poi, considera come dopo la II guerra mondiale tutti i conflitti bellici -non importa se condotti in regime di leva obbligatoria, professionale o mercenaria- hanno sempre e comunque contato la più alta percentuale di vittime tra i civili. Quando arriva, siamo sempre e comunque tutti coinvolti.
Ve be’, scusami la lungaggine moraleggiante e buonista, sono chiuso in caso costretto dalla febbre e questo mette fuori il peggio di me.
Tu fai delle gran belle cose, Aitan.
Cos’è che c’è a Madrid d’estate?