C’è chi va a votare come può.
E c’è chi si prende la briga di capire cosa sentono coloro che vanno a votare:
[…] votare islamico è un maniera disperata, forse – di rafforzare la propria identità. È come se vi fossero interi popoli che per difendersi si rannicchiano, in posizione fetale, nel grembo dellunica cosa che oggi abbia la forza di dare loro un’identità forte ed indipendente, a prescindere dalle miriadi di cose che invece li accomunano allinvasore, dalle bevande ai computer, dalla televisione ai vestiti, dalle vetture alla musica, dalla CNN ad Al-Jazeera.
Il post di Dacia.


Anche io sto seguendo le elezioni palestinesi.
Roba seria, mica come le vaccate sulle date del voto sentite da queste parti (inteso come Italia, non come tuo blog! :)) negli ultimi giorni.
Il voto ad Hamas non è un colpo di testa, era atteso. Nè va letto come un voto interamente non politico. Sono in una situazione disperante in cui Israele ha già mano libera, già adesso non li considera interlocutori e Al Fatah, anche suo malgrado, svolge un ruolo di paravento e legittimazione di tutto ciò. L’unica alternativa che avevano al rassegnarsi a una lenta agonia era di votare qualcosa di diverso dallo status quo, questo obbligatoriamente era Hamas (a parte le frange dissidenti di Al Fatah). Pretendere che dopo questi anni di disillusione e sofferenza pure col loro voto volontario dessere un assenso a tutto ciò è un po’ troppo.
Paradossalmente credo che arrivare a questo esito e a questo passaggio difficile senza Arafat e Sharon sia tutto sommato una fortuna. Il primo perché, ormai impossibilitato a ribaltare la situazione, avrebbe comunque raccolto grazie al suo carisma un più alto consenso per la sua parte, cosa che avrebbe reso ancora più critica la divisione interna palestinese.
Il secondo perché effettivamente avrebbe potuto trovare il modo di sfruttare l’affermazione di Hamas per far precipitare la situazione, cosa che i suoi successori non è detto siano in grado di fare.
Il vero grosso problema è che gli SUA e pure da un paio d’anni l’Europa includono Hamas nella lista delle organizzazioni terroriste. Il che significa che al di là delle stesse volontà e della dose di realpolitik a cui vorranno dar fondo potrebbero essere impediti dalle loro stesse leggi a intrattenere rapporti con i palestinesi.
ciao
‘azz, ha vinto Hamas.
era pensabile ma, per quanto incolore siano state le figure successive ad Arafat, con Al Fatah Israele avrebbe avuto qualche scusa in meno per fare i propri comodi.
Io invece non sono d’accordo sulla vittoria di hamas come “voto di identità “. Credo piuttosto (ed i commenti sentiti finora me lo confermano) che i palestinesi abbiano soprattutto votato per mandare a casa una classe dirigente oggettivamente corrotta.
Ma non so Elena. Questi voti di “ripulitura” non sono mica temporanei. Cioé questi si tengono Hamas per un’intera legislatura.
Sì io credo come te che sia stato un voto di identità anzi secondo me un voto di appartenza e di radici, necessità primaria per chi vive come vivono i palestinesi.
Però qualcuno che ha commentato sul mio blog ha ricordato una cosa che ho sempre apprezzato dei palestinesi, la loro laicità , che con questo voto va a farsi benedire.
E proprio vero: quando ancora avevano fior di intellettuali, università e ed erano in buone condizioni di vita c’era terreno fertile per il laicismo.
Ora invece, impoveriti, impauriti e con la costante minaccia di essere definitivamente sradicati, si sono aggrappati alla religione.
Mica aveva poi detto una cazzata tanto grande Marx a chiamarla oppio dei popoli.
Si fumano “l’oppio” e intanto, credendo di essere diventati più forti a suon di mitra&corano, hanno dato una scusa in più a Israele – che certo non ne aveva bisogno – per fare quello che vuole fare da sempre.
Non riesco a capire il motivo per il quale si deve leggere la vittoria di Hamas come una scusa in più che avrà Israele “per fare quello che vuole fare da sempre” invece che come la volontà della Palestina di radicalizzare lo scontro: quasi i palestinesi fossero una manica di fessi in grado di non valutare le loro scelte.
Guarda Pietro secondo me non è ne l’uno ne l’altro, ma semplicemente la scelta di un popolo, stanco, stanco e ancora stanco di, e qui voglio proprio usare un eufemismo, essere preso per il culo.
Mi stupisco di come ancora trovino la forza, la voglia, il coraggio la dignità di sperare e di conseguenza di fare una scelta.
Io sarò anche un pò troppo sensibile, ma al solo vederli,alla televisione, andare al voto, mi si stringe il cuore.
Altro che volontà di radicalizzare lo scontro.
Nano, magari sarà proprio Hamas ha raggiungere una pace con Israele, magari saranno proprio i guerrieri, come Sharon, a fare quello che i politici fino ad ora non sono riusciti a fare, magari, certo è che, se la conseguenza di questo voto sarà un irrigidimento delle posizioni palestinesi e una politica poco politica e molto più guerrigliera, non si potrà dire che al momento della scelta la stanchezza ha preso il sopravvento o che la colpa è sempre e solo di Israele.
Tonino: non credo che il voto dei palestinesi fosse per ingenuità o per leggerezza.
Penso che abbiano voluto cambiare qualcosa e dare un segnale, peccato che non credo otterranno NULLA di quello che speravano, mentre posizioni più soft come quella di Al Fatah avrebbe quantomeno tenuto in gioco gli Americani come pseudo-mediatori.
Finché c’è stato Al Fatah perfino gli USA hanno detto a Sharon di darsi una calmata con muri e altre sue amenità , perchè la controparte era civile e aperta al dialogo.
Ora che c’è Hamas stanno tutti già invocando il pericolo di un “governo di terroristi” (che per me tali non sono, sia chiaro) e la situazione non credo possa fare altro che peggiorare.
Cioè ammesso che Hamas possa avere dei risvolti positivi nella politica interna sui problemi di corruzione, c’è bisogno che un paese esista perchà abbia problemi di politica interna.
Capisco la loro prospettiva: anche io quando voto lo faccio per le scelte di politica interna in primis, ma io vivo in un paese riconosciuto e che, almeno per ora, non minaccia di essere spazzato via.
Sicuramente censurerai questo mio commento, ma voglio solo chiederti e non polemicamente che cosa succederà ora che Hamas ha vinto le elezioni? Se loro proseguiranno nella loro strategia del terrore, non cancelleranno dalla loro “charta”, la distruzione di Israele, potrai attribuire tutte le colpe al “bieco invasore” oppure anche i Palestinesi che hanno fatto una precisa scelta, si prenderanno le loro responsabilità ?
Ti ringrazio se vorrai rispondermi.
Marco L.
Per Marco Lanzani
In un altro blog, quello di Dacia Valent, un commentatore ha ipotizzato che il “sedersi sulle poltrone” e quindi il passaggio da “movimento di lotta” a “forza di governo”, possa portare ad un mutamento nell’approccio di Hamas alla questione “Israele si’, Israele no”.
Un altro commentatore ha risposto di sperare che Hamas possa “sedersi sulle poltrone”, senza interferenze, chiamate in gergo “Noi vi portiamo la democrazia”.
Anch’io spero che la responsabilita’ di governo porti ad un ridimensionamento delle frange irriducibili del movimento (sulla falsariga di quello che e’ successo in Irlanda del Nord).
Una cosa sicura e’ che continuare a chiamare “terroristi” tout court una forza di governo e’ controproducente specialmente se questa forza e’ al governo attraverso elezioni regolari.
In alternativa qualcuno vada a spiegare agli elettori palestinesi cosa devono fare ma in modo chiaro e senza spocchia e smettendola di prenderli per decerebrati, magari confusi, magari senza piu’ riferimenti socio-culturali ma non decerebrati.
Stefano Calzetti
Per Stefano Calzetti,
permettimi di essere scettico. La prima dichiarazione di Hamas è stata quella di ribadire la loro mancanza di volontà per un dialogo con Israele.
Su una cosa però tu hai ragione, il vaso di Pandora è stato aperto e i Palestinesi si dovranno prendere nel bene o nel male la responsabilità della loro scelta. Sono caduti tutti gli alibi e le maschere.
Chiedo poi se è utile continuare a vedere le ragioni dei palestinesi ignorando completamente le necessità di sicurezza di Israele. Forse un po’ più di pragmatismo e meno ideologia non guasterebbe.
certo che Al-Fatah deve aver stomacato e tanto perche’ la gente votasse in maggioranza per Hamas.
Rispondo a Marco ma vale in generale:
ho sentito per anni il mantra della sicurezza di Israele.
Mi ricorda molto il lamento dell’aggressore che rimane sorpreso dalla reazione della vittima.
Ho sentito per anni lo stesso discorso fatto da parte palestinese.
Torniamo cosi’ a discutere non su come risolvere il problema ma su chi abbia dato il primo spintone all’altro, esattamente come alla scuola materna.
Tutto questo per dire che comunque c’e’ una logica nelle azioni del governo israeliano, una logica di sopravvivenza che comprendo ma accettare questo, continuare a seguire questo tipo di ragionamento porta ad una conclusione: una delle due parti DEVE sparire.
Mi sembra una posizione estremista, poco condivisibile, non sembra cosi’ anche a voi?
Pedro: è chiaro che si apre una fase carica di incognite a dir poco. Basti pensare che anche dimenticando per un momento cosa è Hamas e cosa rappresenta all’esterno, un cambio di classe dirigente di per sè (e questo loro è particolarmente radicale) non avviene mai in maniera indolore. Si può immaginare che una buona parte di chi ha pratica ed esperienza di politica, di chi ha consuetudine con l’estero, degli intellettuali nel senso più largo, dei tecnici amministrativi e degli imprenditori non sia vicina ad Hamas. Già solo questo crea un deficit di competenze è una divisione nella società mica male. Noi in condizioni incomparabilmente più tranquille ne abbiamo avuto un saggio in questi ultimi 5 anni, e non è stato divertente.
Quindi, per provare a confrontare le nostre interpretazioni approssimative degli scenari che si aprono, il primo passaggio può essere di capire cosa ne pensiamo della situazione all’altro ieri, cioè a prima del voto.
Io penso che i palestinesi si trovino già in un vicolo cieco ed in fondo al pozzo. A tutti questi anni di sofferenza si sono aggiunti gli ultimissi che hanno toccato l’insopportabile, oltre a vedere dissiparsi perfino la vaga speranza di una via di uscita.
Abu Mazen gode sicuramente di credito ed è anche persona capace, penso. Eppure come vedi la costruzione del muro è proseguita, lo sradicamento degli ulivi, l’espropriazione di terreni, la distruzione di abitazioni, la libertà di azione dei coloni, la frammentazione del territorio tutto è andato avanti. A parte un ritiro unilaterale da un’area tatticamente intenibile e non vantaggiosa e che per le stesse autorità palestinesi è un bel grattacapo da gestire.
Il profilo basso non ha evitato tutto ciò. Gli americani stimano genericamente Mazen ma si sono praticamente disinteressati, salvo qualche saltuario richiamo verbale. Israele se ne frega. Non in superfice però. Esiste un doppio piano. Un piano delle percezioni secondo cui la linea di confronto tra le parti è ancora aperta, e anche il patto che le impegna reciprocamente. In questo senso Abu Mazun appare come una persona di buona volontà , tuttavia incapace di governare la situazione e fare significativi passi avanti. Sharon appariva come uno spietato, ma capace di atti pesanti e sostanziali. Come con la seconda intifada il governo israeliano ha lucidamente barattato, secondo me, il rischio di subire maggiori attentati, con il vantaggio di screditare la controparte ed ottenere libertà di reazione, così hanno, per calcolo tattico, accettato di compromettere parte dell’immagine del paese per guadagnarci in credito di soggetto affidabile e che fa procedere con scelte dolorose verso un esito positivo.
Poi però esiste il piano dell’azione. Su questo Israele ignora tutti gli impegni e fa quello che gli pare. I palestinesi su questo piano, semplicemente non ce l’hanno più la facoltà di azione, perciò guardano. Cosa che non gli impedisce di ricevere i rimbrotti per lo scarso impegno. O nel caso dell’ANP cercano di tenere insieme un’entità che si disfa.
Ricapitolando se si pensa che ci fosse un equilibrio ancora in essere e tale da poterlo far fruttare a proprio vantaggio, la scelta di Hamas è disastrosa come dici. Se si pensa che la situazione fosse già deflagrata, purtroppo, niente può essere peggio del presente e tanto vale cambiare. Perché perlomeno si sguarcia il velo idilliaco e ipocrita dei due piani di cui sopra. Le ragioni sono spiegate anche da Torri.
Da ultimo ribadisco quanto letto da diversi: un OLP senza potere contrattuale, perché gli israeliani nemmeno li consultano più sulle loro scelte unilaterali, né fanno gesti distensori come la liberazione di Barghouti, non ha più niente da offrire all’esterno e all’interno e quindi viene a mancare uno degli elementi determinanti su cui si fonda il suo ruolo guida.
ciao
Marco: è precisamente una conoscenza non distorta e non ideologica dai fatti basilari sul conflitto quella che manca.
Ti/vi propongo un articolo di Mustafa Barghouti, quindi redatto da una persona ovviamente coinvolta, ma che da un buon riassunto pignolo sulle cifre di come si presenta la situazione all’indomani dell’uscita di scena di Sharon.
Non a caso si intitola “The truth you don’t (want to aggiungo io) hear”. Giusto per sottolineare la distanza tra piano percettivo e piano reale di cui parlavo.
http://weekly.ahram.org.eg/2005/771/op2.htm
Ecco lì il link per chi lo vuole.
Barghouti (appartenente alla stessa famiglia allargata di Marwan) meriterebbe un approfondimento a parte per vedere come un riformista laico, colto, che promuove la resistenza non violenta e la democrazia, che condanna la corruzione dell’OLP, e la deriva islamica di Hamas – insomma l’interlocutore ideale fatto persona – è stato trattato in questi anni da Israele. Indovinate un po’?