Ancora su Fatima Mernissi: “L’autonomia del femminismo arabo”
(Un fracco di botte alle femministe d’Occidente)

Rivoluzione è capire il linguaggio strano e minaccioso degli altri.
“Il femminismo non è nato nei paesi arabi, è un prodotto importato dalle grandi città occidentali.” Sentiamo spesso provenire quest’affermazione dalle bocche di due gruppi di persone che, da qualsiasi altro punto di vista, non si somigliano affatto. Da una parte, il gruppo dei leaders religiosi conservatori arabi. E, dall’altra, quello delle femministe provinciali in Occidente.
E ciò che quest’opinione implica è che la donna araba è un essere infraumano, sottomesso e mezzo scemo, felice nella degradazione organizzata dal patriarcato e nella miseria istituzionalizzata.

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Per tutti questi motivi, il fatto che alcune femministe occidentali vedano le donne arabe come schiave servili e obbedienti, incapaci di prendere coscienza o di sviluppare idee rivoluzionarie proprie che non seguano le indicazioni delle donne più liberate del mondo (di New York, Parigi o Londra) sembrerebbe, a prima vista, più incomprensibile della posizione, analoga, dei patriarchi arabi.

Ma se ci chiediamo seriamente (come io ho fatto molte volte) per quale motivo una femminista americana o francese debba considerarmi meno preparata di lei a riconoscere gli schemi patriarcali, scopriamo che questo la colloca in una posizione di potere: lei è il leader ed io la discepola.
Lei, che vuole cambiare il sistema affinchè le donne conquistino uguaglianza, mantiene tuttavia (bene in fondo alla sua eredità ideologica subliminale) l’istinto distorsionante, razzista e imperialista degli uomini occidentali.
Persino di fronte ad una donna araba dotata di titoli, conoscenze ed esperienze simili alle sue, lei riproduce inconsciamente gli schemi coloniali di supremazia.

Quando incontro una femminista occidentale convinta che io le debba gratitudine per la mia evoluzione femminista, non mi preoccupa tanto il futuro della solidarietà internazionale tra donne, quanto la capacità del femminismo occidentale di creare movimenti sociali popolari in grado di ottenere cambiamenti profondi nelle capitali mondiali del suo stesso impero industriale.
Una donna che consideri se stessa femminista, anzichè vanagloriarsi della propria superiorità rispetto ad altre culture, dovrebbe chiedersi se è capace di condividere la propria presa di coscienza con le donne di altri classi sociali all’interno della sua stessa cultura.
La solidarietà tra donne sarà globale quando riuscirà ad eliminare le barriere.

Il testo completo (in spagnolo) è qui .

Personalmente, credo che il lavoro delle femministe arabe sia una strepitosa palestra di elasticità mentale, per noi fanciulle occidentali…