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Dico che lavorerò lì e i commenti degli egiziani che incontro sono, sostanzialmente, di due tipi.

Tipo 1: “Ma sei matta? Ma sono dei pazzi, lì, dove ti vai a rinchiudere? Io non potrei mai, sono dei bacchettoni, dei tipi impossibili, se li offendi ti sparano, e poi le faide, tieniti lontana dalle storie tra cristiani e musulmani, ma poi che palle, quella città è un mortorio, povera te.”

Tipo 2: “Fantastico, che splendida scelta, piccola città bellissima, gente con un cuore enorme, starai meravigliosamente e conoscerai il vero Egitto, quello autentico, quello profondo, soprattutto la gente è meravigliosa, ti innamorerai e, oltretutto il clima è splendido, starai sempre in maniche corte, un Nilo bellissimo.”

A occhio e croce, deve essere un po’ come se un’inglese comunicasse a una platea di milanesi la sua intenzione di lavorare a Nuoro, forse, o a Caltanissetta. Forse un pelino peggio.
A me è sembrata una specie di cittadina del Far West vista a mezzogiorno, stretta e lunga, con queste due strade infinite che corrono parallele al Nilo, una striscia di verde verdissimo, pieno di palme da dattero e fiori e poi, con un taglio secco, il deserto con le sue montagne.
E più nulla, praticamente, se non l’università.
In realtà, anche i colleghi mi dicono di prender casa al Cairo e stare lì solo i giorni in cui avrò lezione. “No, guarda, vivere lì è proprio impossibile, credimi, pure io ci provai il primo anno, ma poi lasciai perdere, vieni al Cairo….”

No, non ci vado, al Cairo.
Voglio stare lì.
Perchè l’aria è bellissima e io voglio camminare tanto, e fare sport, e le metropoli non invogliano a una vita sana.
Perchè ho bisogno di fare vuoto assoluto dentro di me per permettere alle cose nuove di entrare, con calma, con il ritmo giusto, e non mi serve nessuna vita sociale che mi distragga.
Perchè devo imparare l’arabo. Al Cairo si può sopravvivere perfettamente, senza parlarlo, ma lì no. E’ impossibile. Non c’è un’anima che parli inglese, fuori dall’università, e per comprare un pacchetto di Marlboro abbiamo avuto bisogno dell’interprete, che non c’era verso di farsi capire… perfetto.

Io me ne sto lì, e basta.