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Ne parlano i media, dandone una visione completamente distorta.
Ne parla un mare di gente (e pure diversi blog, ahinoi) intossicata dai media, e parla senza minimamente sapere cosa dice.
E, nel mio piccolo, ne parlo io, che sono qui ed intendo rimanerci un bel pezzo.

Mi pongo il problema di come parlarne.
La prima cosa che ti colpisce e’ il colore, ovvio: se passeggiando per il Cairo vedo macchine, ristoranti e vetrine, e poi vedo pure una bici coperta di bisacce che, guardando piu’ attentamente, scopro essere stomaci di pecora usati come contenitori, e’ ovvio che mi venga in mente di fotografarla e postarla sul blog. Mica mi fermo sbalordita a fotografare le cose normali, dico io…
E’ un cinema, il Cairo, ed e’ splendida anche per questo.
Poi ripenso all’Italia e mi ricordo che e’ piena di gente che ha formato i propri stereotipi proprio sui racconti di colore riportati da viaggiatori (giornalisti, turisti, cronisti di viaggio, quello che vuoi…) divertiti quanto me.
E che pero’, quella stessa gente che da’ per scontata l’idea degli stomaci di pecora usati come bisacce nelle citta’ arabe, poi fa fatica ad associare il mondo arabo con la normalita’.
Per cui mi pare che, paradossalmente, la vera notizia da diffondere in Italia sia che, udite udite, generalmente gli arabi si svegliano al mattino e vanno a letto la sera.
Lavorano, e pure parecchio.
Hanno famiglie che amano e da cui sono amati.
Hanno una macchina, due gambe, una bicicletta. A volte persino un cammello, ma mica sempre.
Sono normali, gli arabi.
Ed io vorrei raccontare questo, la loro normalita’.
Perche’ e’ una normalita’ bella, che ci somiglia pur essendo diversissima da noi…
Somiglia a cio’ che noi eravamo e non siamo piu’, e mi fa pensare (mi ha fatto sempre pensare) che, a un certo punto, noi siamo semplicemente andati alla deriva, e loro no.
Avremmo un mare di roba da imparare, noi, dalla normalita’ di chi mi circonda qui, in questo momento.

Voglio raccontarlo, e non so da che parte cominciare.
Da me stessa, suppongo.
Lascio le interpretazioni socio-politiche-economiche-bla-prot-burp a chi ciancia dal proprio tinello (che pure un giornale puo’ essere un tinello, o l’osceno re di tutti i tinelli) e racconto cio’ che vedo, e cio’ che mi viene da pensare.
E se deve essere colore, sia.
E se deve essere mini-mini-minimalismo, sia.
E se deve essere questo mare di pensieri, associazioni di idee, sorprese, incomprensioni, confusione e gratitudine perche’ sono viva e sono qui, ben venga.
Immagino che, tra qualche mese, rileggendo i miei messaggi di questa prima epoca li scopriro’ ingenui e da novellina; gia’ lo so.
Ma vuoi mettere la gioia di tornare ad essere ingenua, tornare ad essere novellina e poi, da li’, imparare di nuovo a capire, a decifrare…
Un po’ alla volta.
Con il ritmo, lentissimo, con cui si impara questa lingua che sembra fare di tutto per nascondersi e non farsi imparare…