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Era la canzone principale del film Il Destino, di Youssef Chahine.

C’era il giovane collaboratore di Averroè, ballerino stupendo (questi balli arabi antenati del flamenco…) che cadeva vittima del lavaggio del cervello della setta integralista, e si convinceva di non dover più ascoltare musica nè ballare.
I suoi migliori amici, allora, lo rapivano e lo legavano a una sedia, costringendolo a sentire la canzone mentre la sua amica gli ballava davanti.

E la canzone faceva (in arabo, ovviamente):

Alza la voce (aalli soatak) e canta
Le canzoni sono ancora permesse
E c’è ancora tempo per tante canzoni, nella nostra vita

Il ragazzo vive l’inferno, lì incatenato a sentire una musica che prima amava e adesso condanna, e con tutta la sua ambivalenza da ballerino.
Spezza le corde che lo tengono legato, fugge e poi torna, e torna a ballare.
Molto bello, il film. Molto coinvolgente, e vitale.

E pure la canzone: si può ascoltare qui.

Tutto questo per dire che stavamo facendo esercizi con gli indicatori di frequenza, io e i ragazzini del primo anno.
Tra le mille domande, una era: “Quando ascolti la musica? Ogni quanto?”
E tutti mi rispondono, ma due mani si alzano ostinatissime.
Sono due ragazzini “tosti”, gli alternativi della classe, in qualche modo: uno coi basettoni, l’altro con la camicia più slacciata della media dei ragazzi, e un’arietta da schiaffi di quelle che piacciono alle ragazze.
Due che spesso non fanno i compiti.
Ed entrambi mi dicono: “Io non ascolto MAI la musica”.
“Perchè?”
“Perchè sono musulmano”.
E l’altro ripete la stessa frase.

Boato in classe: “E noi cosa siamo, scusate???” Pure l’assistente (Nour col suo velo), che è presente in classe, si secca parecchio.
“Musulmani lo siamo tutti, non c’è scritto da nessuna parte che un musulmano non debba sentire la musica!”
Alcuni ragazzi sono incavolati con questi due, altri ridono, altri alzano le spalle: “Ognuno la pensi come vuole”.

Ed io chiedo se hanno visto Il Destino: mi pare di stare rivivendo quella scena, l’associazione è immediata.
L’hanno visto, e Nour si mette a canticchiare la canzone, sorridendo a questi due: “Aalli Soatak….”
Da baciarla.
Io spiego che Chahine, con Nagib Mahfuz, è forse l’egiziano che più tiene alta la bandiera della cultura egiziana nel mondo, e che tutti lo ammirano profondamente.
Non è stato tenero nemmeno con gli integralismi dei cristiani, tra l’altro, e ci ha rinfrescato la memoria, che a volte noi europei siamo smemorati…

I due ragazzini che non ascoltano la musica, se fossero italiani, avrebbero modi diversi (e a noi più familiari) di estremizzare il loro rapporto col mondo.
Non ribattono, ma è ovvio che non si smuovono di un pelo.

Poi chiedo a Nour se ci sono le famiglie, dietro a questi modi di pensare.
Dice di no. Di solito, no. Anzi, le famiglie si incazzano.

E si finisce ancora a parlare di Arabia Saudita….
“Ma non c’entra, se sono i sauditi. Loro sono i custodi della Mecca, non puoi slegarli da noi….”

Il prossimo che mi ricorda che i Sauditi sono i custodi della Mecca, lo picchio.

(Nour mi fa: “Sai, ho visto delle foto di mia madre di qualche anno fa: era tutta scollata e in minigonna!!! Le ho chiesto spiegazioni, e lei mi ha detto che, a quei tempi, c’era meno religione.” E ride, fiera del suo velo. Che le sta benissimo, devo dire. Mentre canticchiava la canzone ai ragazzi, era bellissima.)