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Pare confermato: ci hanno relegato nell’albergone per “motivi di sicurezza”.
Le ambasciate (non solo quella italiana) sono in mega-allarme e il nervosismo dilaga.

Quindici giorni fa, io ero felice e tranquilla come una Pasqua nella mia pericolosissima cittadina.
Uscivo di casa e tutto il vicinato mi salutava. Compravo una piantina di basilico dal carretto del fioraio, e accorrevano i giovanotti ad aiutarmi a scegliere la migliore. Mi bastava starnutire per sperimentare la solidarieta’ dei passanti.
In quindici giorni, mi e’ cambiato il mondo.

L’albergone e’ in una zona isolatissima in capo al mondo, e svetta in tutta la sua pacchiana arroganza luccicante di fronte a un canale del Nilo dove le contadine vanno a lavare panni e pentole.
E’ un inno all’ostentazione della finta ricchezza (lampadari dorati e bagni non funzionanti) in un posto dove le nostre segretarie guadagnano 40 LE al mese. (40 LE sono 5 euro e hanno il potere di acquisto di 40 euro. Non ci fai un cavolo nemmeno in Egitto.)
Siamo isolati e blindati, quindi, e siamo anche automaticamente sulle balle di tutti. Qui in centro (dove sto scrivendo adesso, da Yasser) mi conoscono e mi sento protetta dalla gente: li’, francamente, mi sembra di impersonificare il peggio dell’Occidente, ed ho smesso di sentirmi tranquilla.

Oggi ci e’ successa una cosa terribile: stavamo andando a piedi in albergo, io e la collega spagnola, e lei aveva la sigaretta in mano. Piccolo inciso: questo non si usa, in Alto Egitto. Nessuna donna fuma per strada, ed io ho smesso di farlo non appena ho capito che la mia sigaretta attraeva sguardi e approcci in inglese.
La collega vive al Cairo, tuttavia, ed e’ meno collegata alla lunghezza d’onda locale.
Fumava, quindi, e siamo passate davanti a una mandria di ragazzini appena usciti da una scuola.
Un ragazzino, vedendo la sigaretta, ci ha detto in arabo che eravamo delle puttane. La collega si e’ girata e l’ha mandato al diavolo in arabo (lei e’ qui da piu’ di un anno). Dal gruppo di ragazzini e’ partita, in tutta risposta, una zolla di terra verso la collega.
La situazione era: una specie di tangenziale fuori citta’ e, come uniche persone a piedi, i ragazzini e noi due deficienti visibilmente straniere dirette all’albergone presidiato dalla polizia.
Pessimo.
Ho visto passare una camionetta della polizia e sono corsa a fermarla. Correndo, mi ha detto poi la collega, ho schivato una pietra, mentre un’altra beccava lei in piena schiena. Mi sono girata e l’ho vista pallidissima ma tranquilla, circondata dai ragazzini mentre veniva verso di me che, intanto, mostravo i documenti alla polizia.
Abbiamo tenuto una specie di conferenza tutti assieme, in mezzo alla tangenziale e al nulla: noi, il poliziotto e i ragazzini.
Loro ci circondavano ostili e sentendosi forti, io cercavo lo sguardo di ognuno di loro: cretino, guardami in faccia; non sono “il nemico”, sono una donna che potrebbe essere tua madre. Qualche sguardo si e’ abbassato, e ci mancherebbe altro.
Il poliziotto ha fermato un taxi e siamo arrivate all’albergo, 300 metri piu’ in la’.

E questo e’ quanto: isolandoci nell’albergo d’oro, ci hanno trasformato in occidentali da operetta, possibile bersaglio di qualsiasi ragazzata di teppistelli che, ovviamente, non amano cio’ che siamo costrette a rappresentare.
E, al di la’ della ragazzata, e’ evidente che un ipotetico terrorista sarebbe solo felice, nel vederci riuniti tutti in un unico spazio offensivamente ostentoso…

Bruttissima aria, insomma.
La collega non aveva mai visto nulla di simile, e io nemmeno.
Mi dicono che i colleghi di Istanbul sono senza lavoro, con le Ambasciate che chiudono i corsi e li invitano a rientrare, senza pero’ pagare i biglietti aerei.

Io confermo quello che dico da sempre: se ti sganci da queste fantomatiche “misure di sicurezza”, sei la persona piu’ tranquilla del mondo. Appena entri nel circuito ufficiale e paranoico, e’ la fine.
Cerco casa al Cairo, quindi.
Nel’albergone blindato con i ragazzini a 300 metri, ci va la loro mamma. Io, di certo, no.