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Treno Alto Egitto – Cairo

Lo Spanish Train delle 8,05 dove mi hanno messo a forza, impedendomi di prendere quello delle 10,30.

Ci sono arrivata con due taxi e sette valigie.
Il primo taxi aveva bucato dopo cento metri, le sette valigie le ho abbandonate sul marciapiedi per andare a fare il biglietto: le ho poi ritrovate al binario assieme a un facchino contento. Nemmeno il biglietto l’ho fatto da sola: vista la folla alla biglietteria, sono andata direttamente alla Polizia Turistica (che muore di noia per mancanza di turisti, lì) e ho chiesto al primo tizio in borghese che ho visto di farmi il biglietto, che ero straniera e incapace (e pigra, pigrissima).
Poi ho scoperto che il tizio in borghese era un semplice signore che passava di lì, e si è sparato tutta la coda per farmi il biglietto, poveretto.
Che figura…

Gli spostamenti in Alto Egitto funzionano così: in teoria, gli stranieri possono prendere solo i treni “di lusso” (cosiddetti Air Conditioned) e pieni di polizia in borghese. In pratica, tutti abbiamo imparato a prendere i treni che vogliamo.
I primi tempi, uno pensa che ci siano solo due treni al giorno, per il Cairo. Con il tempo, scopri che ce ne sono almeno dieci ma nessuno te l’aveva detto. Di questi dieci treni, a occhio e croce, quattro sono di lusso, quattro sono normali e due sono “senza polizia a bordo”, ovvero con la terza classe e sfigati.
Anche se è previsto che prendiamo solo i treni di lusso, dicevo, nessuno ti dice nulla se prendi un treno normale.
Gli unici che proprio non andrebbero presi sono quelli senza polizia a bordo, perché i controllori hanno l’ordine di scaricarti giù e rischi di ritrovarti in mezzo alla campagna con la valigia in mano.
Solo che ovviamente, ora che in Alto Egitto sono sotto il controllo dell’albergone, mi ritrovo di nuovo relegata ai treni Air Conditioned, come se fossi tornata alla casella di partenza del mio Gioco dell’Oca egiziano: il dannatissimo personale ha negato con indicibile faccia di bronzo l’esistenza del treno delle 10,30, quindi eccomi qui, di prima mattina, che risalgo il Nilo direzione Cairo col portatile sulle ginocchia, la musica in cuffia, il paesaggio mozzafiato del fiume e della campagna e quattro giovanotti (uno più bello dell?altro, devo dire per dovere di cronaca) seduti di fianco a me. Se non gli avessi visto le pistole che gli spuntano dai maglioni, li avrei presi per universitari di Educazione Fisica.

Questo paese è totalmente privo di vie di mezzo.
Dire che riesce ad essere bellissimo o terribile da un metro all’altro è una banalità, ma ti accorgi che ti costringe continuamente a sintonizzare il tuo sguardo su ciò che, di volta in volta, vuoi vedere: come fa un normale cervello umano a recepire contemporaneamente, 24 ore al giorno, il sublime e il mostruoso? E’ un continuo mettere a fuoco, in un senso o nell’altro. Punti lo sguardo e selezioni.

Quello che io vedo dal treno è campagna: questo verde pazzesco, i canali, gli alberi pieni di aironi appollaiati sui rami.
I bufali, un’infinità. A spasso o nelle capanne di bambù che fanno da stalla. E questi asinelli bianchi da presepe, e la gente nei campi, a piedi o a dorso d’asino, specie i bambini. Vestono coloratissimo, le donne dei campi, e le vedi sedute in circolo che lavano i panni nelle tinozze o chiacchierano, e gli uomini in giallabiya che lavorano (con le mani, sempre con le mani) o dormono sotto le palme.
Attraversiamo boschi di palme altissime e villaggi minuscoli. Mi accorgo che alcune case sono decorate con croci su ogni balcone: soliti cristiani esibizionisti, dipingerebbero croci pure sulla faccia di chi li guarda…
In Italia, vedrei lenzuola stese ad asciugare: qui vedi stesi i tappeti, invece. Forse non è nemmeno immaginabile, il mondo arabo senza tappeti.

La campagna è bellissima e tenuta con cura e perfezione assolute.
Poi attraversi i centri abitati e ci sono quintali di rifiuti, questa terribile spazzatura che è una piaga d’Egitto autentica e poi di nuovo campagna e di nuovo perfezione, e così di seguito.
E un asinello bianco, bendato, che gira in tondo legato a un pozzo, come l?avevo solo letto nei libri, come ai tempi del Lazarillo.

“Siamo a Giza?”
“Tra 15 minuti, inshallah”.
Scendo a Giza, io.
I quattro poliziotti in borghese si sono appena svegliati: hanno dormito come ghiri per almeno due ore.

Non so che farci: io, in Egitto, passo buona parte del tempo nello stato d’animo di una ragazzina innamorata.
Gli egiziani, li strozzeresti o li baceresti. In questo periodo, più che altro, li avrei strozzati, che possono veramente portarti dritta verso un esaurimento nervoso, volendo.
Soprattutto, la reclusione in albergo mi ha irrigidito per giorni e giorni, con effetti nefasti sulla messa a fuoco di cui parlavo.
Però, prima di strozzarli, pensa un attimo.

Io sono andata al Cairo facendo trasloco in piena regola: sette valigie e due borse da trasportare per 300 km con i mezzi pubblici, da sola.
In Italia, un impresa del genere sarebbe da suicidio.
In Egitto, arrivo a destinazione senza avere mai sollevato uno spillo, dalla stanza d?albergo fino alla casa dove sono diretta. Fresca come una rosa.
Dite che è una stronzata? Si vede che siete uomini, o molto in forma. Io sono una donna a cui basta portare una sola valigia per 100 metri, per finire KO. E’ libertà, potere fare queste cose senza uccidersi. Non libertà a chiacchiere, libertà vera. E’ l’abbattimento di una ‘barriera architettonica’ come qualsiasa altra, davvero. Come ho già detto altre volte, da una certa età in poi l’Egitto può essere il paradiso, per una donna.

Treno Milano – Bolzano

Ho una sola valigia e molte maledizioni da spendere.
Fa un freddo blu, intanto.
Ho strati e strati di maglie e calze e, via via che avanzo verso il Nord, ne aggiungo altri. Sembro Totò a Milano.
E la valigia pesa come una mattonata in fronte, nonostante le rotelline, e non c’è un cane a cui dare una mancia, non vedo carrelli, a bordo del treno non c’è il meraviglioso signore che, sui treni egiziani, prende in consegna le tue cose e te le ridà all’arrivo.
Ma come fanno gli anziani? Vanno tutti in palestra, mangiano vitamine e sono fortissimi, forse.

A Verona devo cambiare e giù per le scale con la valigia, il pc a tracolla, la borsa e il sacchetto del dutyfree. E poi ancora su per le scale, e il cappotto mi pende dal lato del pc, mi soffio via i capelli dalla faccia con un angolo della bocca e cerco di guardare dove metto i piedi e, alla stazione di Verona, i carrelli non esistono, semplicemente.
Benvenuta nell’Occidente femminista del cazzo, che siamo passati dal “partorirai con dolore” al “ti trascinerai con le valigie da un binario all’altro ansimando e facendoti venire le piaghe alle mani”.
Quando si dice il progresso.

I treni italiani sono un po’ più puliti di quelli egiziani, dove ogni tanto ti può capitare di vedere passare un topolino tra i sedili.
Quando è capitato a me ho fatto un balzo e il mio compagno di viaggio egiziano, sardonico, mi ha sussurrato: “Be strong!”
Però ricordo benissimo di essere stata morsa dalle cimici, anni fa, in una cuccetta Milano-Napoli, quindi non sono nessuno per fare la superiore in Egitto.
D’altro canto, in Italia non mi fido ad andare in bagno lasciando borsa e computer nello scompartimento, quindi li porto con me. E’ bello trovare sapone e asciugamani di carta, e questi piccoli lussi che non notavo, quando vivevo qui, adesso me li godo con piacere autentico, anche se ho dieci chili di roba appesi alla spalla.

Nessuno è in giallabiya, nessuno legge il Corano, tutti leggono il Corriere. Rimane da dimostrare che il Corriere sia una lettura più istruttiva del Corano, ma non starò a sottilizzare.
Dal finestrino non si vede il Nilo, ma il lago di Garda non è certo da buttar via e, se andassi a comprarmi un panino al vagone ristorante, potrei mangiarlo tranquillamente senza pensare ai germi nemmeno una volta.

Sono quasi contenta di essere a casa.
Per non rovinare la mia buona disposizione d’animo verso la patria, eviterò di leggere il Corriere.
Mi godo la mia Italia ovattata, ben protetta e lontana dai media.
Uno slalom antiberlusconiano.