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Accanto alle cosine che scrivo io, a destra, c’è una rubrica che si chiama What’s New on EI?

Proviene da Electronic Intifada, che io considero il miglior sito in assoluto sulla questione palestinese.

Quando dico che sono bravi, dico sul serio. Oltre ad essere un’immensa miniera di informazione in continuo aggiornamento, sanno fare politica e sono assolutamente consapevoli della portata del proprio ruolo, e molto attenti.

Tanto per fare un esempio, sono quelli che hanno fatto scoppiare la questione Israel Shamir.

Chi è costui?
Secondo il suo sito, Shamir è uno scrittore ebreo russo emigrato in Israele e residente a Jaffa, profondamente coinvolto nel sostenere le ragioni dei palestinesi.
L’uomo scrive molto bene ed ha scritto cose profondamente coinvolgenti; io stessa ho linkato qualche suo articolo, quando scrivevo altrove.
A un certo punto, però, i suoi toni hanno iniziato a debordare.

Lo racconta Electronic Intifada, che ha un intero archivio dedicato al caso: “As his articles kept coming, however, an increasing amount of the tone and content was observed by more than a few to fall into what could — if this hadn’t been an Israeli Jew writing it — best be described as a classic anti-Semitic repertoire. Shamir’s identity as a Jew initially enabled people to excuse this, until the whole mess began to unravel as more and more questions were asked. Eventually, these questions began to be answered, and the issue errupted into a controversy.”

Il caso scoppia dopo il suo articolo del 15 aprile 2001: il giorno dopo, due attivisti palestinesi, Hussein Ibish e Ali Abunimah lanciano in rete un’ email aperta intitolata SERIOUS CONCERNS ABOUT ISRAEL SHAMIR , in cui denunciano i toni “tipici dell’antisemitismo di stampo europeo e cristiano” di Shamir.
Concludono così: “Many people have welcomed the contributions of Israel Shamir in good faith, but we feel they may not be paying close enough attention to what he is saying. Perhaps this is because many of us welcome criticism of Israel from someone who appears to be an “insider,” that our hunger for validation from Jewish Israelis sometimes allows us to proceed without the requisite skepticism or overlook excesses we otherwise would not tolerate. Perhaps some are ready to overlook statements that appeal to anti-Semitic sentiments because the person making them identifies himself as a Jew. But the identity of the speaker makes such statements no less odious and harmful. We do not have any need for some of what Israel Shamir is introducing into the discourse on behalf of Palestinian rights, which increasingly includes elements of traditional European anti-Semitic rhetoric. Such sentiments will harm, not help, the cause. We urge all our friends in the movement for Palestinian rights to seriously consider the long-term effects this rhetoric will have on the cause, and act accordingly.”

Vale la pena leggere tutto il carteggio che segue e l’autodifesa di Israel Shamir. E’ nel link che ho già citato.
Di sicuro non è uno stupido, Shamir. Si fa fatica, tuttavia, ad associare un uomo così sottile e così scaltro ad un simile e disinteressato sostegno a una causa, quella palestinese, che in fin dei conti non è la sua: è un po’ come se Giuliano Ferrara (ci saranno certamente esempi più adatti, ma non me ne vengono) volesse far credere a qualcuno di avere degli ideali.
Dai, anche un bambino si insospettirebbe.

La faccio breve: il mondo dell’attivismo palestinese si spacca attorno alla sua figura e ne esce un casino mai visto. Si indaga su di lui e, infine, la spiegazione più plausibile di chi diamine sia ‘sto tizio la dà Nigel Parry di EI: ” Has anyone considered, in light of the above and in light of Shamir’s Russian background — which is not disputed — that he is one of the x-many thousands of Russian immigrants to Israel who may be ethnically Jewish, but in actuality are culturally Christians?
According to Ha’aretz of 27 October 1998, 27 percent of Russian immigrants to
Israel are not Jewish. It went on to say that 50.1 percent of the Russians who arrived in Israel between January and October 1998 were not considered halachically Jewish and only 7.8 percent had Jewish grandparents.
Indeed, in a restaurant dinner following one of Shamir’s recent public meetings at Columbia University, he answered a question as to whether he considered himself as a Christian or a Jew, with the answer “both.”

EI ne prende le distanze: “For the majority of Westerners, who remain our primary target audience these days in activist work outside the country, any linking of any of our most effective commentators and spokespersons — or ourselves — with people bearing a message like that which Shamir has increasingly borne and appears affiliated with, is a step that we will pay for dearly in the future. […] We do not stand with the Palestinians on the basis of any ethnic connection with the conflict, but rather on the universal principles of a belief in humanity and human rights and the desire to see no person or people subjected to oppression or discrimination. Integrity is our best weapon.
Associating ourselves with any elements that preach racism and intolerance undermines that stance, and undermines the Palestinian cause.”

Altri siti, come Arabcomint, non l’hanno fatto.
Non so per quale motivo, ma ne vedo l’effetto: appena li ho segnalati, si sono beccati la loro brava accusa di antisemitismo a causa di un suo articolo nell’home page.
E’ un peccato: esporsi a una simile accusa vuol dire rendere praticamente invisibile tutto ciò (ed è enorme) che di buono e di importante si ha da dire. Al di là della fondatezza dell’accusa e delle interpetazioni che si possono dare agli scritti di Shamir.
Si sposta l’attenzione del lettore e ciò che finisce sotto i riflettori non è più la situazione dei palestinesi ma, tanto per cambiare, il dibattito sull’antisemitismo.
Lo definirei, molto asetticamente, un errore di comunicazione, e il cielo sa che la causa dei palestinesi non può permettersene.

Nota finale: chiedevo se qualcuno legge mai la colonnina di EI qui affianco perchè mi piacerebbe sapere se qualcuno condivide con me l’effetto straniante di vivere una quotidianità più o meno serena, spesso persino gioiosa, mentre accanto a tutti noi succede quello che la colonnina riporta.
Il “Rapporto settimanale sulle violazioni dei diritti umani” compiute da Israele, per esempio.

E’ che mi fanno un certo effetto-metafora, le mie chiacchiere accanto alla colonnina.