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Sono giorni, questi, in cui sono troppo occupata a farmi la tana per avere il tempo o la voglia di guardarmi attorno: sono diventata un’esperta in materassi egiziani, so tutto sulle lampade e le cornici ed ho un rapporto che definirei fraterno con stiratori e fattorini.
Non so altro.
Praticamente, non conosco il Cairo se non dal punto di vista dello shopping.

E’ l’effetto tossico delle grandi città che si è andato a incuneare nel mio DNA metropolitano e, se penso che per farmi la casa in Alto Egitto ci avevo messo 2giorni2, mi viene male.
Di nuovo, tutto torna a sembrarmi indispensabile e l’ovvia conseguenza di questa nevrosi è che mi toccherà lavorare di più per poter comprare più cose.
Oggi ho comprato un rossetto, per esempio.
Figurati tu se mi sarei mai comprata un rossetto, in Alto Egitto…

Ma mettiamo che io spari due pallottole di gomma al mio super-io e lo tramortisca per un po’: a quel punto, fare spese al Cairo diventa un’operazione esente da sensi di colpa e zeppa di piccole scoperte piacevoli, specie se ci si rimette nell’ottica di chi vive in Italia, come mi è successo stasera.

Per esempio: io mi ero scordata della fatica che si fa alle casse, in Italia.
Qui, c’è il tipo che calcola i prezzi dei tuoi acquisti e, dietro, c’è l’altro tipo che riempie i sacchetti.
Niente corse da un lato all’altro della cassa, niente calcoli mentali sul numero di sacchetti da prendere, niente sollevamento di borse piene di scatolame dalla cassa al carrello.
C’è chi lo fa per te.
Tu, poi, gli dici che abiti in piazza Tal dei Tali a Dokki e che vuoi la spesa verso le 20,30. Paghi e te ne vai, leggera come un fringuello.
Ora che arrivi a casa, ti metti comoda e metti l’acqua a bollire, suona il campanello ed ecco a te il trafelato fattorino che si è trascinato i tuoi sacchetti su per quattro piani.
Gli dai una mancia, lui se ne va felice e tu cali la pasta.
Roba da diventare molto pigri, questa città…

Fare la spesa a Zamalek, quartiere fighetto per eccellenza, mi ha letteralmente spiazzato: c’era la pasta, c’era il grana, c’era il Lavazza, c’era tutto ciò che contavo di farmi mancare in Egitto.
Probabilmente, io sono alla ricerca di uno stato di ascetica privazione che, in questa mia New York araba (the Big Mango, la chiamano…), è visibilmente fuori luogo.

Si precipita in uno stato d’animo vagamente coloniale, nel Grande Mango.
In Alto Egitto, tu sei una straniera che cerca di capire come fare a vivere in casa d’altri senza stridere, e sei l’unica che vive lì.
Al Cairo, tu sei una sciuretta dotata di un potere d’acquisto smisurato e fai parte della scintillante categoria degli expat a cui migliaia di egiziani vogliono rendere servigi di ogni tipo in cambio dell’equivalente di 50 centesimi di euro.
Io sono anche contenta, non dico di no: ricordo Milano come un ring di fatica fisica che mi fa ancora rabbrividire al pensiero, ed è bello stare qui col mio Fant a lasciarsi viziare dai lussi esotici.
Però cascarci è pericoloso e bisogna fare attenzione, che non sono venuta fin qui per vivere come a Milano ma più comoda.
Io avrei altro da fare, e ringrazio il cielo di non essere capitata a vivere a Zamalek dove tutti, ma proprio tutti, parlano inglese.
Pure quella che mi ha venduto il rossetto. Tutti.
Fai la fine del bietolone danaroso che non spiccica una parola di arabo nemmeno dopo 30 anni, se te ne stai lì.
Mamma mia.

Poi, però, l’Egitto è sempre Egitto, e pure a Zamalek c’erano un sacco di pecorelle legate ai portoni o alle saracinesche dei negozi, tutte con la loro brava ciotolina di cibo davanti.
Non dureranno molto: sta per cominciare la Festa del Sacrificio a cui devo, peraltro, i miei attuali giorni di ferie.
Ciò che c’è da sacrificare sono loro, le pecorelle, e pare che la cosa sia abbastanza cruenta.

Sabrina mi ha scritto, preoccupata: “Come ogni anno si sacrificheranno le pecore, quindi non ti scandalizzare se ti capitera’ di vedere qualche pecora sgozzata in strada… pensa che qui i bambini si accalcano per vedere lo “spettacolo”.
Io non l’ho mai visto e spero di non vederlo mai…. pero’ la carne e’ buonissima….provala!”

Ma no, che non mi scandalizzo, figurati: una che ha visto le feste spagnole (e i bambini spagnoli) può vedere tutte le feste del sacrificio di questo mondo.
E trovo che sia anche sano, ricordare da dove viene la carne che mangiamo… noi siamo carnivori che non sanno più concepire la vista del sangue.
(Si comincia sentendosi animalisti con la bistecca nel piatto e si finisce sentendosi benefattori mentre si bombarda la gente…)

L’altra sera, legato alla saracinesca della macelleria qui sotto, c’era addirittura un vitellone che mi guardava.
Me ne sono fatta una ragione: una, come dire, si assume le sue responsabilità, mentre compra lo spezzatino.