dit.jpg

Non ci provano nemmeno piu’, a scortarci, in Alto Egitto.
Quando ci vedono entrare nell’albergone, me e la collega, i poliziotti diventano tristissimi. A volte tentano la fuga. Temo di essere particolarmente temuta: l’ultima volta che hanno cercato di accompagnarmi in giro io gli ho fatto “Bang bang!” con il dito, e ancora non si sono ripresi.
Che poi sono giovanissimi, questi poliziotti, e io mi rendo conto di saper essere assolutamente terrorizzante, quando mi impegno. Una prof straniera urlante piantata in mezzo alla hall deve essere un incubo di quelli che, la sera, confidi al tuo diario.
Scappano, insomma, ed io ho di nuovo la mia liberta’.

Avere un caratteraccio, comunque, aiuta molto, qui in Egitto.
Oggi gli ho piantato un capriccio che, in Italia, si potrebbe permettere giusto una bambina di 5 anni, salvo poi prendere quattro scapaccioni: volevo la stanza 115 e loro l’avevano gia’ data a qualcun altro.
“Ma porca miseria, lo sapete che voglio la 115!!”
E loro che si’, erano dispiaciuti, sorry sorry e giu’ a spiegarmi quanto era bella la 104.
E mi ci hanno pure portato, alla 104, ed io gli ho detto che no, che non la volevo, che non volevo niente, che rimanevo senza stanza e non vi parlo piu’, e adesso me ne vado dalla collega e con voi non parlo, siete dei ladri di stanze 115 e non voglio niente, ecco.
Dopo 5 minuti che ero dalla collega, hanno bussato alla porta ed era di nuovo il portiere.
Con le chiavi della 115.
Aveva spostato altrove il suo occupante (“Si’, e’ nella 104”). Ero contenta, adesso?
Si’, tanto.
E non me lo spiego, come facciano a sopportarmi, invece di darmi due pedate.
Me le darei da sola, quando ci ripenso.
Vabbe’.

Gli studenti del primo anno, invece, ultimamente trovano strani gli occidentali in blocco: gli sto portando dei racconti per bambini, causa semplicita’ del linguaggio, e sono tutte storie piene di pupattoli che abbracciano cagnolini e di cagnolini che leccano la faccia dei pupattoli.
Non mi ero mai accorta di quanto fossero antigieniche certe idilliache pratiche descritte in questi racconti, ma gli studenti se ne accorgono benissimo e ci manca poco che vomitino per il ribrezzo proprio li’, davanti a me.
“Ma i cani in casa???? E leccano la faccia ai bambini??? Puahhh!!!”
“Ma ragazzi, ma vi fanno cosi’ orrore?”
“No, proprio orrore no, ma tenerli in casa….. puahh!!!”
Le ragazze, soprattutto, mi guardavano con una faccia talmente nauseata da farmi temere che mi fossero spuntate zampe e coda. Imbarazzante.

La collega, invece, oggi spiegava l’alimentazione spagnola e, ovviamente, era tutto un tripudio di salumi e onnipresenti maiali. E allora uno studente, timido, le ha detto: “Prof, mi promette che non si arrabbia, se le chiedo una cosa?”
“Ma no, certo, dimmi!”
“Ecco, prof… non e’ che potrebbe evitare di dire maiale in classe? Sa, suona strano, non sta bene…”
“Arghh, come osi!! Io lo dico quanto mi pare, maiale-maiale-maiale, e dico pure vino-vino-vino, e lo sai, cosa dice il Corano? Eh? Lo sai??? Dice che dovete studiare le altre culture, voi musulmani!! C’e’ scritto sul Corano, quindi zitto e studia, e il chorizo si fa col maiale-maiale-maiale, capito???”
Non ho l’esclusiva dell’intemperanza, no.
E poi ce le confessiamo a vicenda, queste cose, e ci sgridiamo a vicenda, in una sorta di rito espiatorio con pubblica autofustigazione.
Siamo entrambe, comunque, la dimostrazione vivente del fatto che gli stranieri possono girare tranquilli, qui da noi: se non sparano a noi due, non spareranno mai a nessuno.

Io: “Sai, l’altro giorno ho detto al taxista che volevo andare alla stazione di Giza: lui mi ha chiesto qualcosa in arabo, ed io ho creduto che non sapesse dove era la stazione. Allora mi sono arrabbiata e sono scesa dal taxi senza pagarlo e smadonnando. Nel taxi successivo, ho capito che mi aveva solo chiesto se volevo andare alla stazione dei treni o a quella degli autobus. Sono tanto pentita.”
Lei: “Sai, quando ancora non capivo niente di arabo feci una scenata tremenda alla biglietteria di Giza, appunto. Mi sembrava che mi stessero facendo storie per farmi il biglietto e mi misi a urlare come una pazza minacciando di chiamare la polizia. In realta’, mi stavano chiedendo se volevo la prima o la seconda classe. Anch’io sono pentita.”
Pare che sia un fenomeno diffuso, tra gli stranieri, la crisi di nervi immotivata e violenta.
Come facciano a sopportarci, non si sa.

Non e’ un popolo che ti ride sul muso senza scrupoli, no.
Ancora arrossisco per la descrizione del Colosseo che c’e’ nel secondo capitolo del Chiuchiu’, inesorabile libro di testo diffuso quanto la scarlattina: “Il Colosseo, con i suoi 2000 anni di vita, e’ il simbolo dell’eternita’ di Roma.”
Si’, gia’.
Andateci voi, a dire una cosa simile a degli studenti egiziani.
Loro, certo, sono gentili e cercano di soffocare gli sguardi straniti: tu, pero’, vorresti andare a seppellirti sotto una piramide con tutti i suoi 5000 anni, ecco.
Conclusione: se la sono imparata senza batter ciglio, la frasetta in questione, e me l’hanno messa pari pari negli esami.
Studenti che vengono da Giza, da Luxor e da Assuan. Il Colosseo e’ arte contemporanea, per questi qui, altro che eternita’.

Hanno riso solo, e molto, quando gli ho spiegato come funzionano i caffe’ in Italia: “Dunque, ragazzi: nel mio paese, il caffe’ al bar si prende in piedi, generalmente.”
“In piedi????”
“Si’. Tu entri nel bar e spesso sei di fretta. I camerieri sono velocissimi: chiedi il caffe’ (pero’ lo devi pagare prima) e in un minuto ce l’hai davanti. Allora, sempre stando in piedi, lo ingurgiti e poi ti giri e te ne vai. In tutto, puoi metterci anche tre minuti.”
E loro morti dal ridere, roba da finire sotto i banchi. Ma come, in piedi?? E mimavano questi corridori che bevevano il caffe’ come si fa rifornimento di benzina e, visti da loro (nel regno del caffe’ turco e della shisha, dimmi tu), sembravamo un paese di Ridolini accelerati.

Io speravo che mi migliorasse il caratteraccio, l’Egitto, e contavo di imparare ad avere pazienza.
Invece no: una continua ad avere l’aria vagamente accelerata, come i Ridolini dei bar nostrani, e piu’ loro sono sornioni e piu’ tu diventi intemperante.
Poi, pero’, loro ti viziano, e tu rischi di diventare questo: una mocciosetta viziata, se non stai attenta.