Sono li’ che chiacchiero con uno studente cristiano venuto ad invitarmi a Messa (un po’ come quando in Italia ti propongono la pizza) e, non so a che proposito, mi comincia a parlare di questo paesello un po’ piu’ a nord di Assyut (che, a sua volta, è un po’ più a sud di dove siamo noi) che è stato sequestrato ed è circondato dai carriarmati dell’esercito, però i sequestratori hanno appeso delle bombe agli alberi tutto attorno al paesello e, se i carriarmati provano a sfondare, loro sparano sulle bombe e gliele fanno cadere in testa.

“Ah, tu vuoi dire qualche anno fa?” chiedo io. E’ noto che questo è ciò che accadeva da queste parti un po’ di tempo fa: veniamo ancora perseguitate dalle scorte per questo…
“No, adesso, in questi giorni.”
“Come, in questi giorni? Dove? Scusa, rispiegamelo un attimo…”
“Dunque: queste cose sono storie di faide tra famiglie che poi hanno coinvolto il governo, e adesso c’e questa famiglia che ne voleva sterminare un’altra e la polizia è intervenuta…”
“Ma scusa: ma in questi giorni? Sei sicuro? Qui sotto? Ma che roba. Ma sono cose tra cristiani e musulmani?”
“No, sono storie di faida, gliel’ho detto!”

A cercare di saperne di più, si capisce sempre meno: la stampa egiziana parla di trafficanti di hashish e i colleghi cairoti ci dipingono uno scenario da Colombia, più che da Egitto: spacciatori che prendono in ostaggio un paese rivendicando i propri traffici di stupefacenti. “Vogliono essere liberi di trafficare droga, ecco cosa vogliono!”
“Ma quale droga, di che tipo?” chiedo.
Quando mi rispondono che si tratta di coca, mi scappa da ridere.
Mettiamola cosi’: se è hashish, ci credo. Ma che i fellah dell’Alto Egitto traffichino in coca a grande scala stretti tra il Nilo e il deserto, e sequestrino pure villaggi a questo scopo, magari raccontaglielo a tua nonna.
Non ci credo, no.

Gli studenti te la raccontano completamente diversa: ci sono effettivamente queste due famiglie (no, non sono famiglie per bene, hanno i loro traffici e le armi) che sono in faida da non so quanto.
Una delle due decide di farla finita e di far fuori l’altra, e si presenta con bombe ed armi.
Qui la storia si complica, perchè questa è anche contro il governo, quindi è quel che si dice ‘estremista islamica’.
Quando la polizia interviene, però, entrambe le famiglie prendono in ostaggio il paese.
Non chiedetemi perchè. Io ho cercato di capirlo per due giorni ma non ci sono riuscita.
So solo che, da noi, studia pure un ragazzo dello sfortunato paesello.

Assyut è a un paio di ore da noi.
La collega mi fa: “Questo è esattamente ciò che facevano qui da noi, un sei anni fa: prendevano in ostaggio un paese e appendevano le bombe sugli alberi attorno.”
Per fortuna, stavolta entrambe le famiglie coinvolte sono musulmane, quindi la storia non può essere dipinta coi colori dello scontro tra religioni.
Lo scontro con l’esercito, però, ci sta tutto.
“Quando questo è successo qui attorno, l’esercito ha raso al suolo i villaggi coinvolti. Hanno avuto la mano pesantissima. Quelli che sono nel paesello di Assyut sono condannati a morte e lo sanno”.

Pare che abbiano chiuso le stazioni di treno della zona.
Prendiamo comunque il treno che parte da Assuan, passa da Assyut, poi viene da noi e, infine, arriva al Cairo.
Saliamo e lo sportello ha il vetro spaccato e tutti i cristalli a terra.
“Una pietrata”, penso io.
“O un proiettile?” si domanda la collega che, essendo spagnola, a volte tende al truculento.

Ora, vorrei dire: io sono più che abituata a vedere polizia sui treni.
Oggi, però, era un’esagerazione.
Sembrava che tutti i posti a sedere fossero occupati da ragazzi e signori dall’apparenza qualsiasi, ma tutti con la canna di qualche arma da fuoco che gli spuntava dai maglioni o dalle giacche.
Il colmo, poi, è stato la testa di soldato con tanto di elmetto che ho visto affacciarsi dalla locomotrice mentre il treno arrivava, ma questo alla colleghina non l’ho detto.
C’erano più armi che passeggeri, insomma, ed erano persino finiti i posti a sedere. Tutti occupati da agenti in borghese, roba da matti.
Una, poi, il posto lo trova comunque, non fosse altro che per la voglia dei poliziotti di tenere le due straniere ferme, controllabili e sedute tranquille.
“Il problema è che questi qui, quando si incazzano molto col governo, magari prendono e sparano a uno straniero giusto per fargli lo scherzaccio che più fa soffrire l’economia.”
No, dai, che sfiga.
Annoto mentalmente che, la prossima volta, cercherò di mettere i vestiti più egiziani che ho.

Poi, il mio vicino di posto mi ha detto che era tutto finito, che la polizia era entrata e “Finished!”.
Alla parola Assyut, tutti gli apparentemente sonnacchiosi poliziotti in borghese del vagone si sono girati verso di noi.

Forse, se mi impegno molto, tra due o tre anni sarò in grado di leggere i giornali in arabo.