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La situazione, questa mattina, era ormai paradossale.
Una non ci crede. Poi alla vicina viene una crisi isterica: “E’ come ti dico, credimi!! Continuano a dire che è stata ETA!! Vieni a vedere!!”
E ti ripiazzi davanti alla tele e la vicina ha ragione: il ministro che continua ad apparire per spiegare che sono stati loro, gli etarra, e poi il modo di impostare i servizi, i toni e le parole usate dai giornalisti, tutto.
“TVE è completamente controllata dal PP! Lo diranno per sempre, che è stata ETA!!”
“Ma cribbio, esiste una stampa internazionale, non essere paranoica!”
“Vedrai!! Andrà a finire che non si saprà mai, chi è stato! Non lo ammetteranno mai!! Ci scommetto quello che vuoi!!”

Che puoi rispondere?
Mica è uno spettacolo frequente, vedere un governo che accusa una banda di terroristi di aver messo una bomba (che sarebbe il loro mestiere, no??) e la banda terrorista che ulula che non è vero, rilascia comunicati, giura, stragiura e propone pure le prove della sua innocenza.
Gli spagnoli, quando si tratta di paradossi, fanno notoriamente le cose in grande. Eppure, stavolta, stanno superando se stessi.

Pensavo che sembra esserci una malattia che si diffonde nei diversi paesi. Se l’Italia si è spaccata in due, la Spagna sembra essersi frammentata in miliardi di nazionalismi, negli ultimi anni, infinitamente più di quanto lo sia mai stata.
E questo atteggiamento del PP farà un male infinito al paese, non ho dubbi.

Ieri citavo la frase surreale della catalana che non poteva pensare in una simile crudeltà da parte di ETA “perchè sono spagnoli”.
L’aspetto più surreale della frase, ovviamente, sta in quello “spagnoli” riferito a un gruppo che ha già ucciso 800 persone in nome del fatto che, no, non ritengono di essere spagnoli.

Vediamo se riesco a spiegare la sensazione che ho.

Esiste una generazione di baschi, di catalani, di galleghi, di canari e così via che è cresciuta in un clima di regional/nazionalismo (che personalmente considero incosciente, ad essere indulgenti) che consiste nel conciliare un’identità propria (quella regionale, appunto) con una più generale identità spagnola.
All’identità regionale, tuttavia, vengono associati i valori più positivi e, allo stesso tempo, più a rischio e più da difendere: è l’unica delle due ad avere un nemico, almeno potenziale (lo Stato) e ad averlo avuto, e ben concreto (Franco).
La cosa che a me pare da incoscienti è che, in questa generazione, il senso dell’identità regionale è stato inculcato, e assai profondamente, dalle mille “Lega Nord” esistenti in Spagna e che governano queste regioni.
Dall’uso della lingua alla scuola ai media e così via, è un trionfo delle piccole patrie che, nei famosi anni ’80 della movida e della costruzione della stabilità democratica, era solo in gestazione: si capiva che ci sarebbe stato ma ancora non c’era.

Voglio dire che i nazionalismi spagnoli sono, in buona parte, indotti.
Che esiste una generazione che ha ‘consumato’ nazionalismo perchè questo è ciò che le è stato dato in pasto, e che vive e crea costantemente un equilibrio che, per il momento, funziona, ma che non è detto che funzioni a lungo.
E che quest’equilibrio è saltato da tempo nel paese basco, dove si è creata una situazione tragicamente paradossale che vive e prospera anche grazie all’ambiguità dei sentimenti delle mille altre Spagne i cui nazionalismi vengono alimentati tanto dai particolarismi dei governi locali quanto dal riflesso condizionato del doversi difendere dal governo centrale.

Voglio dire inoltre che, nel fondo dei loro cuoricini, il 99% degli spagnoli alfabetizzati (dotati di un minimo di strumenti critici, dico) sa benissimo che tutta questa questione è, in buonissima parte, un’emerita stronzata.
Quanto, poi, lo voglia ammettere con se stessa e con il mondo, è un altro discorso.

Ma per me (e, ripeto, per me) il lapsus della catalana che, nel momento di assoluta emergenza emotiva, si ribella alle accuse (assai probabilmente) infondate e parecchio strumentali rivolte ai baschi che sparano (e che, certo, non dovrebbero sparare, però qualche ragione… sì, pochissime… no, praticamente nessuna… un pelino appena… insomma, forse la potrebbero avere…) e, ribellandosi, esclama: “Sono spagnoli!” è un lapsus da incorniciare.

Smentisce, in un colpo solo, un miliardo di palle sul catalanismo e sulla questione basca.
E a me pare normale, ma non è che paia normale a tutti.
Contemporaneamente, però, sancisce un’identificazione da brivido.
“Sono come me. Prigionieri di un miraggio o di un delirio, come volete, ma di un miraggio o un delirio che capisco. Che potrei vivere. Che potrebbe essere il mio. Sono spagnoli (con tutti gli annessi e connessi) e lo sono anch’io. ‘Spagnoli che sbagliano’, direbbe un italiano.”

Magari domani scoppia la III guerra mondiale e io, come una scema, sto qui a parlare di baschi e di catalani.
Sì, può darsi benissimo.
Ma io non saprei proprio cosa dire, sulla terza guerra mondiale.

Quello che invece ho da dire, e che mi fa incazzare profondamente, è che il meccanismo di identificazione con “la povera ETA” scatenato dal calcolino elettorale da quattro soldi di Aznar e soci, sarà profondo e durerà per anni.
Per un paese che ha creato un meccanismo che lo fa ballare allegramente su un filo, come è questa Spagna, a me pare un’idiozia criminale. E concreta, visibile e tangibile, a differenza di altre.

Notizie fresche: migliaia di manifestanti hanno occupato le sedi del PP per esigere “la verdad”. Arriva la notizia dell’arresto di tre marocchini e due indiani. Domani si vota. Ricordo che Berlusconi, tempo fa, disse che l’elettore medio (o era l’italiano medio?) era come un bambino di cinque anni. O erano sette? Non ricordo con esattezza.