
Io non ho mai molto amato la letteratura italiana.
Non ho mai molto amato nemmeno i formaggi spagnoli, se è per questo.
Non dico che non ci siano delle ottime cose in entrambe le categorie – penso al manchego, per dirne una, o al queso blanco de Fuerteventura – però tendo a vedere entrambi i prodotti (libri e formaggi) come benintenzionate versioni periferiche di piaceri che, ad altre latitudini, sanno offrire ben altro nutrimento e gratificazione. Già solo invertendo i concetti – formaggi italiani e libri spagnoli – si comincia a ragionare, secondo me. Se non altro, la vita torna a sorridermi.
Ora mi è capitato di dover leggere, per un faccenduola di lavoro, tale Alfredo Luvino.
Tre suoi romanzi, mi sono letta, e il pochetto di critica che sono riuscita a trovare in giro. Ed è tale il senso di offesa che provo – offesa profonda, ché dover rimirare lungo ben tre libri un immaginario di tale povertà è praticamente una violenza – che, se non usassi il blog per esprimerlo, finirei col rimurginare stanotte e dormirei malissimo.
E domani mattina mi tocca pure alzarmi all’alba.
E’ un egittologo, costui.
Certamente competente ed animato da una grande passione divulgativa. Ha scritto dei saggi carini, si dà da fare, è sicuramente uno studioso appassionato e molto attivo. Ma c’era bisogno di strafare, dico io?
I tre romanzi sono (vorrebbero essere) tre gialli.
In realtà, sono il pretesto per descriverti l’Antico Egitto, dalle istituzioni e le credenze religiose fino agli arredi, le acconciature e le abitudini quotidiane, partendo dal principio (sacrosanto, per carità) che tu non ne sappia nulla.
Lo aveva già fatto Agatha Christie.
Lei, però, era stata abbastanza gentile da capire che anche se il lettore non sa nulla di Antico Egitto, non va per questo offeso né trattato da bambinone idiota.
Lui no.
A Luvino interessa divulgare la sua materia di studio.
Te la spaccia sotto forma di romanzo come te la potrebbe presentare, credo, tramite PowerPoint o a puntate su un blog. Potrebbe indifferentemente farci un film o una conferenza. Non gliene frega nulla: per lui, ciò che importa è descriverti sedie e acconciature. Potrebbe pure metterle in musica e presentarsi a Sanremo cantando “Ramses”, e che importa se è stonato. Io lo considero capace di tutto, ormai: è un uomo con una Missione e, come tale, non guarda in faccia nessuno.
Io sono profondamente offesa, però.
Capisco che uno ami molto la propria specialità, ma non trovo che questo autorizzi a disprezzare gli altri campi.
Vuoi fare l’egittologo? Fantastico, il mondo ha bisogno di te.
Ma disprezzare la narrativa fino al punto da ridurla a sgabello delle proprie pulsioni divulgative è un’esercizio di arroganza violenta che stasera ha lasciato me, incolpevole lettrice, pesta e dolorante.
Ho i lividi agli occhi.
Ché poi sono cose criminali, queste: a farle leggere a uno studente, rischi di fargli detestare sia l’Antico Egitto che i romanzi in generale.
Nell’analisi più benevola che ho letto sui libri di questo signore c’è scritto che i suoi personaggi “sembrano appena usciti da un museo.”
Sento di dover aggiungere che, a mio parere, i suoi intrecci sono elementari e pasticciati al tempo stesso, le conclusioni deludenti (per chi, a quel punto, ha ancora la forza di provare delusione), lo stile è piatto con sporadici tentativi lirici che fanno pensare al volo di un pollo e l’insieme ricorda molto da vicino i risultati di un qualsiasi laboratorio di scrittura della IV D del liceo di Parabiago, ammesso che lì facciano i laboratori di scrittura.
Per essere precisi, lo assocerei all’elaborato dell’alunno secchione del terzo banco, quello che studia tanto ma si ferma sempre un attimo prima dell’obiettivo.
Quello a cui dai 6,5 perchè ce l’ha messa tutta, e alla fine dell’anno arrotondi a 7 e vai a casa sentendoti profondamente buona.
Quello lì.
Solo che, per leggersi quello lì, una viene pagata.
Per leggersi questo qui, il conto è di 22.000 vecchie lire per Il terzo mese dell’inondazione, 14.700 vecchie lire per Il mistero del pendaglio di Hori e 9, 81 nuovi euro per Ramses e l’enigma di Qadesh.
Nota: il saggio Il dono del Nilo, invece, potrebbe anche valere i suoi 18, 08 euro. Contiene alcuni esempi di poesia erotica egizia che trasmettono una certa allegria.

[Lia, ti prego, se puoi, evita di parlare (e scriver) di “vecchie lire”. Non che sia cos? rilevante, ma non ho mai posseduto (n? visto) le fantomatiche “nuove lire”. Quindi: lire italiane erano e lire italiane restano, credo. Perdona questa mia pignoleria. ;-) ciao. M.]
Ho anche scritto ‘nuovi euro’, se ? per questo. Due volte colpevole, ahim
Christian Jacq non ? meglio. Eppure ha venduto a sfare. E allora, perch? non provarci?
Davvero. Giusto, perche’ non provi la strada del thriller archeoarmeno? le conoscenze non ti mancano, la faccia tosta nemmeno, non difetti di stile.Il genere “antico”, per di piu’, tira (anche a Hollywood, pare). Secondo me, come dicono i miei alunni, potresti “svoltare”. In alternativa qualcuno di noi potrebbe tentare una commistione black – blog (che so, qualche efferato delitto maturato nel mondo blog, fra pisquani veri o presunti)
Ragazze, non ci allarghiamo: in quel di Hollywood, il filone archeoarmeno tira solo sotto forma di piffero. Mi riferisco ovviamente al duduk, il flauto tradizionale armeno in legno d’albicocco,suonato dall’inarrivabile Djivan Gasparyan in Gladiator e ora dal marsigliese Levon Minassian (sodale,? ses heures, di Peter Gabriel) nel polpettone in lingua di Mel Gibson.
Del resto, lo sapevate che elegos,il termine che designa il flauto di canna dei pastori greci, dovrebbe derivare dall’armeno eghegn, “canna”? Ne consegue che “elegia” significa “poesia del piffero”…
:-) s? provaci
Dai. Giusto fa il thriller archeoarmeno.
E poi fa anche il cadavere rinvenuto in un blog, e allora noi ci si riunisce per dare la caccia al suo assassino, probabilmente un pisquano.
(Finalmente un progetto a cui mi appassiona pensare.)
P.S. Ho appena letto uno splendido (davvero!) cazziatone ricevuto per email a proposito delle mie intemperanze anti-italiane di qui sopra.
Ringrazio sommessamente Lorenza per non avere infierito. :)
a roma si dice paravento (do you know what it means?)
:-)))
Siete sciroccate o cosa ?
Grande.La penso come te se non peggio.anzi..Mi sono trovata a leggerlo per lavoro e vorrei gettarlo dalla finestra.Devo recensirlo e sarò costretta ad essere ipocrita perchè gli autori si aspettano qsa di perlomeno accettabile.Non ti sei letta la dedica che fa all’inizio della terza(!!) edizione,una polpettazza..