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Mi capitò tra le mani un libro di storia usato nelle scuole medie spagnole ai tempi di Franco. Un libro su cui hanno studiato i 40enni spagnoli di oggi, dico.
Si descriveva la scoperta dell’America più o meno in questi termini: “Le tre caravelle partirono mentre il loro equipaggio intonava, in coro, un’Ave Maria per chiedere la protezione della Vergine. E il cielo, fino a quel momento coperto di nubi, parve aprirsi per grazia di Dio, illuminando con i raggi del sole i marinai dal cuore colmo di Fede; era la benedizione divina alla cattolica spedizione spagnola che andava a portare la Parola di Dio in terre lontane.”

La scuola spagnola in cui io ho finito il liceo era quella della transizione: le tracce del franchismo le sentivi ancora, qui e là, e mi colpiva che dedicassimo un sacco di ore a Storia dell’arte, per esempio, e praticamente niente a Filosofia.
Venendo dall’Italia, mi era chiarissimo che la formazione del pensiero critico non era – non ancora – un obiettivo di quel sistema scolastico.

Le cose sono cambiate molto, in seguito – direi che si sono rovesciate – e spesso penso a quanto il diverso modo di rapportarsi alla propria lingua, a scuola, formi in modo diverso il pensiero dei cittadini dei vari paesi.
Noi cresciamo, scolasticamente, in mezzo a quella fiera della velleità e del luogo comune che è il tema. Dillo a me, che sul tema ci ho campato di rendita per tutta la mia storia di studentessa: potevo non studiare per un anno di fila, poi scribacchiavo i miei pensierini sui massimi sistemi e la prof di italiano mi amava e mi promuoveva.
Mi ci sono voluti gli spagnoli – ai quali, dei miei pensierini, non gliene poteva fregare di meno – per farmi studiare.
In Italia avrei potuto sgusciare indefinitamente tra le maglie di un sistema che premia e promuove parecchio le tue capacità di suggestionare il pubblico dei prof. Il bel tema, appunto, o l’interrogazione orale in cui l’aria sicura o l’idea originale al momento giusto fanno pendere la bilancia della valutazione a tuo favore anche se non studi dai tempi di Cavour.
Ho fatto il commissario d’esame a troppe maturità, per non sapere come si fanno fare fessi volentieri, i commissari esterni, dai più spudorati e lavativi – e bravi ad improvvisare – tra i nostri studenti.

In Spagna, io andai a sbattere il muso contro interrogazioni scritte in cui, le cose, dovevi saperle per forza e c’era pochissimo da infiocchettare.
Ma, soprattutto, in Spagna c’è il meraviglioso e rigorosissimo Comentario de texto, al posto del tema, che è una scuola di intelligenza applicata – non solo esibita – e un allenamento alla realtà delle cose – del testo, di ciò che è scritto – di valore inestimabile, specie se cominci a farlo da piccolo.
Imparare a leggere. Non a farsi venire il gusto della lettura ché, in quello, io credo che la scuola possa fare pochissimo.
Proprio imparare a leggere, nel vero senso della parola. A distinguere tra ciò che è scritto e ciò che a te pare che sia scritto. A scindere le tue proiezioni e suggestioni dal testo effettivo. A decodificarle, le suggestioni, a vederne la tecnica.
A diventare, infine, un lettore – un lettore della realtà – non troppo boccalone, non troppo infinocchiabile. Non troppo.

Credo di avere fatto la prof in Italia con una certa passione.
Mi piaceva, molto.
I due anni in cui ci hanno spedito a fare concorsi ed abilitazioni ho creduto di essere un soldato arruolato nella Nuova Scuola e che il paese contasse su di me per una rivoluzione che mi vedeva in prima linea: quanto ci hanno strizzato, madonna.
Non mi pagavano mai – cominciavi a lavorare a settembre e vedevi il primo stipendio a gennaio/febbraio, tutti gli anni – ma stavamo cambiando la Scuola e le nostre sorti erano magnifiche e progressive.
Potere dei prof: credo di avere fatto il corso abilitante più bello di Milano e, con tutte le cose che detestavo di Berlinguer e poi di De Mauro, la riforma della maturità era clamorosa, invece. E si aprivano prospettive enormi che era nostro dovere sfruttare bene. Potevamo fare un mare di cose, toccava a noi.
Per noi di lingue, soprattutto, è stato un momento di entusiasmo totale: ci autoconvocavamo in riunioni extrascolastiche a Luglio e di Domenica e ci scambiavamo i programmi per studiarceli a vicenda in nome del Modulo. Volevamo essere bravissime.
Chissà cosa credevamo di fare.

In realtà, hanno continuato a non pagarmi.
Mi sono tenuta stretta la mia scuola privata che, la sua mancia di fine mese, almeno me la dava con puntualità. Poi è arrivata l’università a dare sollievo alle mie tasche e, poco dopo, lo Stato si è ricordato di me: “Di ruolo a Treviso, ti va?” Ma andate al diavolo, dai.
La mia ultima scuola statale, a Milano, aveva il tetto che ti cadeva a pezzi durante la lezione.
Una studentessa col cancro al cervello: la madre me lo disse in corridoio, scusandosi – umilissima – per essere venuta al di fuori dell’orario di ricevimento. Aveva paura che la cacciassi.
La certificazione di qualità chiesta come stratagemma per avere soldi dal collegio docenti tutto.
Con il culo che ci avevano fatto fare, sulla Qualità.

Facevo lezione nel laboratorio di Scienze perchè mancavano le aule.
Avevamo uno scheletro, però, appartenuto a un soldato della I Guerra mondiale. Cioè: avevamo un soldato della I Guerra, voglio dire. In scheletro.
E cadeva a pezzi pure lui e gli cascava l’osso e tu, sovrappensiero, lo raccoglievi.
E mi è capitato di fare lezione assorta nella mia spiegazione mentre impugnavo una tibia, agitandola come a sottolineare i momenti più rilevanti della mia spiegazione.

Sai che c’è? C’è che, a un certo punto, i ragazzi hanno cominciato a farmi pena. Semplicemente.
Era un dispiacere, insegnare.
E comunque non mi pagavano.

Leggo oggi su Repubblica che la Moratti sta falcidiando noi di Lingue. Ah, ecco.
C’è un appello della LEND. E’ gente seria, quella della LEND. Mi fa impressione, vederli lì. Li associo ad altri contesti.

Mi fa incazzare anche il commento di Repubblica, a dire il vero:

La didattica dell’inglese in un mondo ideale dovrebbe passare da insegnanti madrelingua, laboratori, soggiorni, gruppi di studio ristretti. Lussi favolosi e inimmaginabili per la scuola…

Non è vero.
In un mondo ideale, ci sono insegnanti pagati dignitosamente e con puntualità.
Ci sono riforme scolastiche non smentite e/o manipolate ad ogni cambio di ministro.
C’è un Ministero collaborativo e non nemico. C’è una scuola intesa come luogo di lavoro, non come mostro da aggirare o lager in cui sopravvivere.
In un mondo ideale, i prof di lingue non sono considerati un triste ripiego persino dai quotidiani che, apparentemente, li difendono.

Io, nelle graduatorie italiane, sono presente sia come madrelingua che come normale prof di Lingua e letteratura. Credo di poterlo dire: è un semplice supporto, la madrelingua, nella scuola. Se ne può benissimo fare a meno, con un po’ di organizzazione decente. Non è quello, il problema o il costo spettacolare. E’ rispettare la scuola e chi ci lavora, il problema.
Credo che confonda l’apprendimento con il perfezionamento, Repubblica. Nel momento e nel contesto sbagliato.
Contribuisce a dare l’ennesima immagine fumosa, sfocata, confusa della realtà. Perchè, dove ti giri, vedi fumo. Nelle piccole cose, nelle grandi, non cambia niente.
Come in quel film di Woody Allen, quello dove il protagonista non riesce a mettere a fuoco più nulla.

Vado a finire di compilare la mia domanda di aggiornamento della graduatoria.
Se mi chiamano, mi impicco.

(Ovviamente, avere un’Italia dove non si impara l’inglese vuol dire, tra le altre cose, avere un’Italia in cui l’informazione si attinge solo dalla stampa nostrana. Per vedere la realtà sfocata al punto giusto devi essere anche un pelino ignorante, dico io. E l’inglese fa una bella differenza, in questo senso.)