
Butto giù due pensieri.
Non per aprire un dibattito: su internet non c’è nulla di peggio, credo, e preferisco di gran lunga che tu vada avanti con le tue riflessioni senza lasciarti distrarre dalle pulci che ti potrei fare qui e là.
Metto giù qualche riflessione mia come potrei prendere appunti ascoltando, diciamo.
Io e te facciamo mestieri diversi, nella vita ma, anche, su internet.
Il blogger che esorta a pensare in termini “utili” e a vedere comunque un’azione possibile dietro le parole è, credo, un politico che ha un blog.
La blogger che si propone come testimone e che cerca, con tutti i limiti di questo mondo, di comunicare il mondo di emozioni e pensieri presenti dietro alcune delle notizie che leggiamo sui giornali, è una che, di mestiere, racconta paesi a studenti di altri paesi. E che ha un blog.
Banale aggiungere che, purchè il proprio blog sia minimamente sensato, la varietà di sguardi e di approcci non può che essere positiva.
Banale aggiungere anche che questo diverso approccio si traduce in un correre lungo binari paralleli con, nel nostro caso, l’annessa ‘aggravante’ di puntare lo sguardo su direzioni opposte.
Io credo che esistano situazioni in cui semplificare sia non solo necessario, ma persino doveroso.
Noi ce l’abbiamo nel cuore dell’Europa, un conflitto che, in omaggio alla complessità, abbiamo lasciato crescere e prosperare fino a fargli assumere proporzioni abnormi e ad avvelenare una generazioni di ragazzi: mi riferisco alla questione basca.
“E’ una questione complessa!” “Non semplifichiamo!” “Bisogna tenere conto di questo e di quello” Il costante invito alla complessità si è tradotto, negli anni, in una delega in bianco dell’opinione pubblica spagnola ai propri politici. Chi si è occupato, in sostanza, del problema basco? I baschi stessi o, meglio, il settore più politicizzato e/o più ideologizzato della società basca, e una classe politica che ha fatto quello che poteva (o che sapeva; o che le conveniva, a secondo dei casi) sotto lo sguardo più o meno perplesso e intmidito del resto della popolazione.
Uno direbbe: “Perfetto!” No?
Un corno: tanta sospensione del giudizio “causa complessità” è stata un assegno in bianco al proliferare della violenza, dei mille gruppi di interessi e di potere ormai quasi inamovibili dalla posizione conquistata e, soprattutto, ha permesso che calasse sulla Spagna un’incontrastata versione mitologica di questo conflitto che, solo da alcuni anni, qualche coraggioso intellettuale (basco, per carità!) sta cercando di smantellare. Rischiando la vita e la reputazione, ovviamente.
Come è successo? Per mille motivi, tra cui l’instaurarsi del tabù.
“Loro” erano diversi. “Loro” avevano una storia di cui “noi” (“noi” altri spagnoli) eravamo responsabili. “Noi” non potevamo capire, non coglievamo, non sapevamo.
E via con i tabù linguistici: “Premesso che anche io credo che i baschi siano un popolo!”
E l’autocensura.
E il mettere a tacere il buonsenso, prima di tutto, poi i dubbi e, infine, la condanna morale.
Guarda, tanto per fare un esempio: “ETA non avrebbe mai ucciso 200 persone!” ho sentito dire, dopo l’attentato di Madrid. Certo, in genere non supera la decina di morti. E i 10 morti diventano di colpo una medaglia, la prova della loro moralità, qualcosa per cui stimarli.
E’ mancato, per anni e anni, il contraddittorio tra persone, tra cittadini, tra gente normale, su questa questione, soffocato dalle mille cose che non si potevano dire o che, semplicemente, la gente non si sentiva preparata a dire.
Non si erano letti abbastanza libri, non si era studiata abbastanza storia per poter vedere l’evidenza.
Per applicare un minimo di metro morale a ciò che succedeva.
Come risultato, non solo è stata lasciata sola quella parte di società basca che non si riconosceva in ciò che stava accadendo ma (e, dal mio punto di vista, soprattutto) si è permesso che un?intera generazione di ragazzi crescesse senza mai avere veramente l’opportunità di fare i conti con un discorso diverso da quello propagandato dalla grancassa della propria Comunità Autonoma.
Il risultato è la cronicizzazione di un conflitto nel cuore dell’Europa. Conflitto atrocemente stupido, per giunta.
E c’è voluto il gran dissacratore della Spagna di oggi, Joaquin Sabina, per mettere in versi in una sua canzone il dialogo sui massimi sistemi di due massaie in spiaggia: “E il conflitto basco?” “Oh. Es muy delicado. Muy delicado!”
Sì, lo so che i due conflitti non sono paragonabili.
Ci mancherebbe.
E’ paragonabile, però, l’inevitabile precipitare della bussola morale di chi lo osserva nel calderone della complessità.
E’ paragonabile il timore di chi non è direttamente coinvolto a sbattergliela in faccia, questa bussola morale, a chi è coinvolto e l’ha riposta perché ingombra.
E? assolutamente paragonabile, credo, la solitudine della società israeliana, fomentata e protetta dai nostri cosiddetti filoisraeliani, che si trasforma in assoluta impunità e in enormi vantaggi concreti, certo, ma che rende questa stessa società sempre più malata, sempre più inconsapevole di sé e degli altri.
Io credo che, per quanto riguarda Israele, noi possiamo fare una cosa sola: mettere gli israeliani, soprattutto i giovani, di fronte allo scandalo della loro condotta.
E, per farlo, semplificare è necessario e doveroso, dicevo.
E’ vero che la parte migliore di Israele è consapevole di tutto, da decenni. E’ anche vero che l’effetto pratico di questa consapevolezza è nullo.
E’ meno vero che la società abbia perso la capacità di indignarsi di fronte all’occupazione dei Territori: non gliene è mai fregato molto, tenderei a pensare.
Che poi abbia perso la capacità di indignarsi di fronte ad altro, forse è l’inevitabile conseguenza di tanta anestesia e la riprova del fatto che il senso etico non è solo una cosa buona, ma sarebbe anche una cosa utile, quando lo si ha.
Israele è nata rimuovendo l’esistenza dei palestinesi e questa rimozione le è rimasta inchiodata nel DNA. A me pare una società parecchio ripiegata sul proprio ombelico, quella israeliana. Con un mondo felice di massaggiarglielo, l’ombelico.
Capita, nelle società piccole con lingua e storia da mettere su e proporre. (Chiedo scusa: mi torna alla mente il blasfemo paragone con la società basca, non so che farci. Ognuno è figlio della propria formazione, in fin dei conti.)
Lasciarci contagiare dal sonno-sogno israeliano, però, non è né sano né utile. Io rimprovero profondamente agli innamorati di Israele il fatto di condividerne la cecità, di fronte ai palestinesi.
Non credo in nessuna pace possibile proprio perché, sotto il mio sguardo, ci sono i palestinesi più che gli israeliani. Perché la balla dei due Stati è una balla: quale sarebbe, lo Stato palestinese? Dei ritagli di terra circondati dal filo spinato o da un muro, senza vie di comunicazione tra di loro e senza accesso all’acqua, senza la possibilità di gestire l’energia elettrica, senza il diritto concreto di sviluppare un’economia e senza, ovviamente, poter votare per candidati sgraditi ad Israele?
Io sono inferocita, da questo punto di vista, molto più con la sinistra che con la destra.
Perché la destra l’ha sempre detto, fin dai tempi di Rabin, che uno Stato simile era impensabile. La destra della gente, il cittadino comune. La sinistra no, invece. Sogna. Parla di “pace da non fermare!” Parla di Stati. E, se uno non si mette seriamente a guardare cartine, finisce che ci crede, ai due Stati e a una pace che, chissà perché, non si riesce mai a concludere.
Paradossalmente, quindi, la sinistra fa il servizio di disumanizzare i palestinesi molto più che la destra: con la destra, i palestinesi, passano per quello che sono: le vittime di un incubo.
Con la sinistra, non solo rimangono vittime dello stesso incubo ma, per giunta, vengono crocefissi sulla responsabilità di non volere la “pace”, di non volere lo “Stato”.
Mazziati e cornuti, si diceva un tempo.
I risultati delle elezioni israeliane possono, certamente, influire sulla salute generale della società israeliana.
Per i palestinesi può cambiare qualcosa a livello di un semplice respirare giorno per giorno, ma nulla più.
Non è ancora nato, temo, il politico israeliano che abbia voglia di riscattarli dalla loro condizione di spettri da esorcizzare al minor prezzo possibile. Guarda Lapid, che ha appena “dato scandalo” dicendo che la distruzione delle case di Rafah gli ricorda il nazismo e poi è pronto ad allearsi proprio con Sharon.
O tanti storici onesti, da Benvenisti al Morris che citavi l’altro giorno, il cui lavoro enorme non porta ad altre conclusioni morali che un gigantesco “Be’?.
Se uno guarda il triangoletto Israele-Palestina, la pace non appare in nessun orizzonte di nessuna Storia immaginabile ai nostri giorni. Per un miliardo di motivi concreti e psicologi che, ahimé, riguardano innanzitutto Israele, e che vanno dalla sproporzione tra le forze in campo alle diverse aspettative sul proprio livello di vita, dalla sindrome da accerchiamento a un razzismo antiarabo cristallizzatosi nel tempo, dalla consapevolezza dell’impunità alle effettive esigenze di una sicurezza sia pur muscolarmente perseguita, e così via.
Dialogare con la società israeliana “senza troppi sconti e piaggerie”, come dici tu, magari è necessario, utile e doveroso ma, allo stato dei fatti, per nulla risolutivo.
Da che mondo è mondo, le decisioni le prende chi paga.
Israele, in barba a tutti i sogni del sionismo, è un Paese mantenuto.
Nel mio post di avvio a questa riflessione su Israele ho scritto: “Perchè se noi non volessimo, noi avremmo gli strumenti mediatici per aprire gli occhi all’opinione pubblica americana che è quella che, in fin dei conti, finanzia da sempre quest’avventura.”
Lo ribadisco: la chiave della questione è lì, nell’opinione pubblica americana.
Non dico nulla di originale: lo ha sempre detto anche il mio sempiterno Edward Said.
Ah: per scrivere questo post, ci ho messo esattamente il tempo che dura il cd di Ofra Haza messo su quando l?ho iniziato.
Volevo dirlo.

Per adesso — sono stanco morto alla fine di una giornata davvero troppo lunga — solo un grazie per i tuoi “appunti”. Saro’ presuntuoso — ma ho la speranza che le nostre riflessioni “parallele” non siano inutili. (continua…)
Aspetto, curioso di leggere le prossime riflessioni. Quando parli dell’impossibilit? dei due stati, quando dici che quella finanziata dall’America ? un'”avventura”, quando fai il paragone con la questione basca (su cui la penso proprio come te), quando ignori – in questo post – il terrorismo palestinese, vorrei capire qual ? il presupposto: che lo stato di Israele non deve esistere? Che dovrebbe cessare di essere uno stato ebraico, diventare “misto”? Davvero, ti giuro senza polemica, sono interessato a capire.
Un’intervista a Noam Chomsky
Israele ha una tecnica ha una tecnica per espropriare i cittadini israeliani non ebrei: questo ? apartheid. Uno dei modi, per farlo, ? dichiarare un’area zona militare, cos? per motivi di sicurezza la gente la deve sgombrare, e accade sempre che non ? mai un’area appartenente a Ebrei, ma ? palestinese; poi, dopo che ? stata dichiarata zona di sicurezza, si costruiscono insediamenti coloniali. Questo ? quanto va avanti ancora oggi. I villaggi palestinesi si son visti portar via le loro terre.
I coloni hanno addirittura prati all’inglese e piscine, mentre i villaggi palestinesi vicini possono essere totalmente privi d’acqua. Magari hanno da camminare per miglia per riempire un secchio d’acqua. Il muro di separazione favorir? un controllo di cemento sulle risorse idriche, porter? via ai Palestinesi parte della migliore terra coltivabile ed, infine, esproprier? duecentomila Palestinesi, che ? molto probabile che non saranno pi? in grado di sopravvivere l?.
E’ lunga, ma vale la pena di segnalarla:
http://www.zmag.org/Italy/chomsky-ordinemondiale.htm
Saluti.
Mah… mah… a me pare che la questione Basca non c’entri nulla con Israele/Palestina. La questione Basca poteva essere risolta come ha fatto l’Italia con l’Alto Adige, e invece la Spagna post franchista non ha avuto coraggio in questo senso, mentre ai Baschi il fascismo del franchismo aveva fatto di tutto… certo nulla giustifica il terrorismo? allora non si giustifica nemmeno quello palestinese…?
Diano ai Baschi quello che chiedono, e ai palestinesi quello che chiedono: io credo che abbiano ragione loro…
Sulla resistenza Basca e la “guerra sporca” degli spagnoli
http://utenti.lycos.it/mumia/scr/sc04u.htm
Quale CD di Ofra Haza? Che spettacolo di artista!!!