Quando avevo 15 anni andai a studiare in Inghilterra per un anno.
Ero a Margate, Kent, e trascorsi i primi mesi in casa di una famiglia ebrea di origine tedesca. Lì conobbi l’antisemitismo e lo vidi all’opera, per la prima e unica volta nella mia vita. La mia landlady accendeva le candele per lo Shabbat. Prima di farlo, però, chiudeva bene le tende e si accertava che la luce delle candele non fosse visibile dalla strada: “Potrebbero tirare dei sassi e rompermi i vetri, è già successo.” “Ma perchè?” “Perchè siamo ebrei.” “Gessù.” Era tipico, nell’Inghilterra di provincia di allora (1977), che ti si insultasse a partire dalla tua identità; curiosamente, se io cerco di riflettere su una tipica frase antisemita, l’unica autentica che mi viene in mente è in inglese: “F***ing jew!”. Dico autentica perchè l’ho sentita mille volte e so che è stata detta e ridetta non solo prima della mia nascita ma anche nel corso della mia esistenza.
“Sporco ebreo”, per esempio, non mi suona autentica: l’ho sempre e solo letta come possibile frase pronunciabile da possibili antisemiti descritti, temuti ed evocati allo scopo di prenderne le distanze. E, se la sentissi, penserei a un film ambientato negli anni ’30/40 o, forse, a quei doppiaggi dall’inglese che creano insulti che a un italiano normale non vengono spontaneamente in mente: un po’ come “Dov’è il fottuto cacciavite”, perchè “f***ing” andrà pur tradotto in qualche modo.
Io, dunque, sono cresciuta in un mondo in cui un antisemita era colui che poteva discriminarti, deriderti, offenderti o danneggiare te e le tue proprietà non per le tue azioni ma per la tua semplice identità. Poi è cambiato tutto, e non da moltissimo.
Io me ne sono accorta tre anni fa o giù di lì. Qualcuno mi diede dell’antisemita via internet e per poco non mi andò di traverso il caffè. Pensai a un caso di delirio isolato. Poi arrivò un altro e poi un altro. E io mi ritrovai, un po’ come il protagonista de La macchia umana, a vedere mettere in discussione i miei sentimenti, la mia etica e i miei valori da perfetti sconosciuti armati di metro morale con il quale misurarmi le parole per giungere a un verdetto su ciò che ero. Non su ciò che scrivevo o dicevo. Proprio su ciò che ero.
Poi i “qualcuno” sono diventati un’abitudine e, lentamente, ho imparato a non farci caso più di tanto.
Mi fermo quando l’accusa parte da gente che potrei sentire vicina, però.
Con te mi imbestialii, letteralmente. Te lo ricordi anche tu. Ho lentamente capito e – soprattutto – accettato il fatto che tu sia in buona fede, quando associ una mia determinata e concretissima opinione, che adesso ribadirò, all’antisemitismo.
Lo accetto come accetto il fatto che oggi è venerdì ma non riesco a spiegarmelo fino in fondo e, temo, non ci riuscirò mai.
L’opinione è questa: io osservo che la nascita di Israele, in quel luogo e in quel modo è stata un errore di portata immane.
E’ una semplice constatazione a posteriori e si basa sulla mera osservazione del fatto che è costata qualche milione di vittime, tra morti, esuli, rifugiati e vite che si trascinano in quelle carceri a cielo aperto che sono Gaza e, in parte, i Territori, nonchè in quella stessa società israeliana che anche i più insospettabili tra gli osservatori considerano, ormai, moralmente allo sbando.
Io non so a voi: a me, una decisione politica che distrugge l’esistenza di milioni di persone, scatena l’avvelenamento morale, ideologico e religioso di un’intera area della Terra – “la polveriera del Medio Oriente”, la chiamano – e lascia in eredità una sofferenza che si trasmette di generazione in generazione di palestinesi e israeliani amplificandosi ed estendendosi come una cancrena attraverso i decenni anzichè diminuire, cosa volete che vi dica: a me non pare una buona decisione.
Io ho ricevuto una formazione laica: per me Israele non è il prodotto di una volontà divina ma di una scelta politica compiuta da uomini. Per giunta, il tema mi interessa solo da una decina di anni, per cui l’ho conosciuto non attraverso le connotazioni mitologiche date alla sua storia ma quando tali connotazioni mitologiche erano già state smantellate dal lavoro di intellettuali e storici seri, dentro e fuori Israele.
Io, quindi, guardandomi attorno ho osservato: “E’ stato commesso un errore.”
Si può anche non pensarla così. Però, allora, vorrei sapere in base a quale metro voi distinguete le decisioni politiche giuste da quelle sbagliate. Dai principi o dagli effetti?
Se, per voi, quello che conta sono semplicemente i principi, voi avete una visione ideologica della politica di gran lunga superiore alla mia.
E, si sa, l’ideologia resiste bene ai milioni di vittime sacrificate in suo nome.
Io, molto sommessamente, ritengo che siano negative le decisioni i cui effetti sono negativi.
Constato anche che l’errore commesso è assolutamente irrimediabile. Israele continuerà a esistere per il più semplice dei motivi: perché esiste già. Esiste un popolo che, lì, c’è nato e cresciuto e che non potrebbe andare da nessun’altra parte, a meno di non fare una Palestina-bis. Non si rimedia a un’ingiustizia con un’altra ingiustizia, quindi ritengo che sull’esistenza di Israele, intesa come società composta da persone in carne e ossa, non ci sia nulla da discutere. Si può discutere sulla forma dello Stato di Israele, invece, come si può discutere sulla forma di qualsiasi Stato sul pianeta. Soprattutto quando, come in questo caso, l’attuale forma non sembra funzionare benissimo.
Come dire: a me sembrano osservazioni dell’esistente, queste.
Io guardo una fotografia, non dipingo quadri.
Ho torto?
Va bene, ma spiegatemi perché sulla base di ciò che vedete, non ideologicamente. Non in nome di Dio, dei desideri millenari, dei nostri peccati originali e storici e delle teorie che, sulla carta, sembravano così belle.
Facciamo un gioco: se a voi pare che sia stata una buona idea, fare Israele in quel luogo e in quel modo, ditemi perché senza usare altri modi e tempi verbali che il presente indicativo. Niente condizionali, niente congiuntivi, niente categorie del pensiero connesse ad essi. Puro e semplice presente indicativo: constatazione dell’esistente.
Provateci.
Ora: a me pare evidente che io non sto affatto dicendo che Israele inteso come stato ebraico non dovesse di per sé esistere. Uno Stato che raccogliesse gli ebrei del mondo è un concetto che non mi pare, a priori, né condannabile né tale da suscitare immediata aderenza: dipende dal “dove”, appunto. Dove abita un altro popolo la cui vita, da quel momento, diventa impossibile? Be’, no. Non mi pare giusto.
In “una terra senza popolo”, come si disse allora? Benissimo. Fantastico. Sono più che d’accordo.
O, persino, nella terra dei persecutori storici, perché no. Fosse stata fatta nel cuore dell’Europa, Israele, mi sarebbe sembrata una decisione coerente con un’intera storia.
La tegola che è caduta in testa agli incolpevoli palestinesi, invece, la trovo ingiusta. Semplicemente.
E comunque, ripeto, non è importante il giudizio morale sulla vicenda: è importante l’effetto che la vicenda ha causato. Se la scelta di fare nascere Israele lì e in quel modo non avesse creato ingiustizie e vittime, noi non saremmo qui a discutere: la questione non sarebbe mai nata, Israele vivrebbe in pace e letizia e pure noi. L’attuale disastro è figlio di quell’antico errore di base e, subito dopo, della negazione dell’errore. Che ci piaccia o no.
A meno che non si decida che i palestinesi sono semplicemente pazzi, a combattere da decenni per chissà quale astruso motivo, e allora c’è poco da discutere.
C’è una riflessione di Selim Nassib che io trovo molto vera e che ho postato più volte: la ripropongo, è qui. Dice: “Le cose cambieranno solo, forse, il giorno in cui un dirigente israeliano si alzerà in piedi per riconoscere pubblicamente ciò che è stato fatto ai palestinesi nel 1948, per inchinarsi davanti a loro e chiedere perdono “ogmat nefesh” (dal fondo dell’anima) non solo per la perdita della loro terra e del loro Paese, ma soprattutto per la negazione morale che, da mezzo secolo, li ha trasformati in fastasmi annichiliti e violenti.”
Io non credo in nessuna pace possibile fino a quando queste sue considerazioni non saranno calate nella coscienza collettiva. Ma non perché non lo voglia, perché sia contraria, perché boh e chissà perché. Perchè non ci credo, semplicemente. Non ritengo che sia possibile, non credo che funzioni. L’essere umano non è fatto così. Non è una posizione ideologica: è come dire che, per fare una torta, la temperatura deve essere di tot gradi anzichè di tot.
A me piacerebbe, che le cose andassero diversamente. Mi piacerebbe che certi accordi si potessero fare, mi piacerebbe credere un sacco di cose. Siccome, però, vedo che in gioco ci sono – e in un posto piccolissimo, guardate che è importante – degli uomini e delle donne con una storia di violenza, di odio, di repressione, di abuso e, soprattutto, di enorme disparità di forze e relative cupidigie, io non ci credo, a meno di una rivoluzione delle coscienze che non tocca ai palestinesi compiere. E che consiste nel semplice riconoscimento dell’immane torto, dell’immane abuso commesso ai danni dei palestinesi. Nel pieno riconoscimento dei palestinesi e della loro storia, dunque.
Tutto qui.
Sembra semplice ma siamo – noi – ad anni luce dal compimento di questa premessa.
Bene.
Io ho detto più o meno (mentre mangiavo pane e formaggio, mentre mi chiedo se partire per il mare) ciò che penso.
Sono cose contestabili, certo. Per contestarle si può discutere ciò che io ho detto o si può, in alternativa, discutere ciò che io sono.
Se si sceglie questa seconda strada, mi si darà dell’antisemita.
In questo modo, io diventerò una persona moralmente inaccettabile la cui esistenza è un pericolo per la società e i cui pensieri sono riprovevoli in sé, in quanto prodotti secondari di una personalità già a priori deviante e semplici strumenti di un obiettivo finale più o meno celato che consisterebbe nella discriminazione, offesa e danneggiamento degli ebrei in quanto tali.
Succederà, eh. Lo so già, che succederà.
Me ne rassegno.
Dirò una cosa con tristezza, più che con spirito polemico: non mi cambia molto se il metro con cui si valuta l’antisemitismo di chi si esprime su Israele viene tarato sul semplice e rozzo “essere pro-palestinesi” o su un più elaborato e complesso limite situato sul sionismo.
Riconosco il diverso livello tra gli interlocutori, certo, ma il verdetto che mi riguarda non cambia.
Rimane il fatto che io so cosa sono.
La realtà esiste. La terra è rotonda. Oggi è venerdì. Io ne sono certa, come sono certa di non essere antisemita. Vi potete mettere lì a milioni, a dirmi che questo computer e questa sigaretta non sono tangibili e che la terra è piatta, oggi è martedì e io sono antisemita.
Mi dispiace, ma l’unica autorità degna di fede su ciò che io sono o non sono, sono io. Appunto. E non c’è forza al mondo capace di convincermi che io creda in cose in cui so perfettamente di non credere.
Non sono suggestionabile. Non sono ipnotizzabile.
Non sono antisemita, per quanto vi sgoliate.
Io lo so e nessuno può saperlo meglio di me. Quindi, voi vi sbagliate.
E se vi sbagliate su una cosa che per me è tanto concreta, tanto incontrovertibile, chissà in quante altre cose vi sbagliate.
Se io ho una prova tanto inoppugnabile del vostro errore, se io sento concretamente la vostra errata interpretazione della realtà sulla mia pelle, nella mia vita, non oso pensare a quante altre volte la realtà di cui voi siete certi non sarà stata altro che un vostro sogno.
Questa patente di antisemitismo data a chi non ritiene di meritarsela, prima o poi si ritorcerà contro coloro che la dispensano. A prescindere da dove venga situato il metro. Sarà la colonna portante che, sgretolandosi, trascinerà dietro di sé tutti i ragionamenti che sostiene.
Perchè la realtà è testarda e tende a sopravviverci, che io sappia.
In allegato, nel “continua”, un mio vecchio messaggio su Adorno e il rapporto tra antisemitismo, “personalità autoritaria” e ideologia etnocentrica.
Trovo che sia più che mai di attualità: io credo che la moderna islamofobia non sia altro che il vecchio antisemitismo riadattato e perfezionato qui e là.
A proposito di antisemitismo.
E rimando, infine, a un articolo di Brian Klug ospitato su Fisica/Mente e dell’appropriato titolo: “No, l’anti-sionismo non è anti-semitismo.”
Basta, vado a comprarmi le pinne.
Adorno, Frenkel-Brunswick, Levinson, Sanford. La personalità autoritaria
Sono quattro volumi, non è esattamente una lettura da spiaggia.
Vol. I “La misurazione delle tendenze ideologiche”
Vol. II “Personalità autoritaria e interviste cliniche”
Vol. III Anti-semitismo, etnocentrismo e personalità autoritaria.
Vol. IV Analisi di gruppi specifici.
Dice:
Frutto di un’indagine condotta tra il 1944 e il 1949 nel quadro degli studi sull’antisemitismo […], La personalità autoritaria rappresenta il tentativo più importante di ricerca sociologica incentrata sull’impiego sistematico delle categorie psicoanalitiche.
[…]
Da ciò la novità di quest’opera che, attraverso l’elaborazione di una serie di scale (le scale dell’antisemitismo, dell’etnocentrismo, del conservatorismo politico-economico e delle tendenze antidemocratiche implicite), nonchè attraverso le interviste individuali e l’impiego di test e di domande proiettive, si propone di determinare le caratteristiche della “personalità autoritaria”, intesa come una struttura “profonda” della personalità che ha la sua origine nell’esperienza infantile del soggetto e nei suoi primi rapporti con l’ambiente familiare.
L’analisi condotta da Adorno e dai suoi collaboratori mette capo alla scoperta del rapporto tra “personalità autoritaria” e ideologia etnocentrica, rapporto la cui radice viene riconosciuta nel meccanismo di proiezione in virtù del quale l’individuo attribuisce ai membri dei “gruppi esterni” atteggiamenti che trova presenti in sé, ma di cui vuole ignorare o negare l’esistenza.
Così il rifiuto dei gruppi di minoranza (dagli ebrei ai neri) si rivela correlato con la sottomissione all’autorità e con l’aggressività autoritaria, e con una serie di altri atteggiamenti quali la tendenza all’esteriorizzazione, il convenzionalismo, l’orientamento in vista del potere e la rigidità.
La lotta contro il fascismo e la discriminazione sociale passa quindi attraverso la terapia della personalità e dei tratti “profondi” dell’autoritarismo.”
Quest’ultima frase è di poca utilità.
Io posso essere sinceramente convinta del fatto che un po’ di psiconalisi (ma di quelle vere) dovrebbe essere obbligatoria per legge, in quanto scuola di tolleranza e riconoscimento affettuoso dei limiti propri ed altrui.
Ma, per quanto io ne sia convinta, non è un’idea trasportabile alla pratica. E questo non è nemmeno l’unico dei motivi per cui quest’opera non può dare risposte utili o indicazioni sul come migliorare la situazione.
Quello che fa, questo studio, è offrirti delle descrizioni assolutamente perfette, travolgenti nella loro esattezza, della coerenza tra i vari tratti della personalità del nostro fascista odierno.
E’ una descrizione.
Una foto.
Ci sono dei test a cui corrispondono delle scale: la scala dell’antisemitismo, dell’etnocentrismo, del conservatorismo politico-economico e, infine, la scala delle tendenze antidemocratiche implicite (scala F di fascismo!).
E quest’ultima scala è strutturata in modo tale da essere un test della personalità vero e proprio.
Per cui l’ideologia, “l’idea politica”, diventa lo specchio della struttura del carattere.
E gli elementi che compongono “l’ideologia” sono tutti elementi che appaiono insieme, coerenti, nell’interpretazione del mondo di questi soggetti. E siccome non esiste etnocentrismo (che è il nucleo di quest’ideologia-personalità) senza meccanismi psicologici di proiezione, più lo metti in pratica e più sviluppi un’interpretazione aggressivo-persecutoria, o maniacale, della realtà.
Che è esattamente il mio grido: “Ma siete pazzi…?????” di fronte a certi discorsi.
E più l’etnocentrismo si fa collettivo, più siamo nella patologia sociale.
Ma non è la dimensione sociale, ripeto, quello che mi affascina: è la struttura mentale del fascista, fino alla paranoia, al delirio, alla selezione strumentale degli spicchi di realtà che servono a dare coerenza al suo discorso.
Poi, certo, mi spaventa l’inevitabilità della guerra che corrisponde, secondo questi studi, ai momenti storici in cui questo tipo umano si diffonde e prospera, rompendo gli argini e i tabù.


Ciao Lia…
Concordo con la tua posizione sulla questione Israelo-Palestinese come l’hai formulata in
questo post…
Comunque in realt? la scelta di appioppare l’etichetta “antisemita” a qualcuno solo perch? magari ? contrario alla politica israeliana mi sembra una estensione particolare di altri comportamenti simili con etichette diverse…alle volte l’etichetta ? azzeccata, ma spesso e volentieri avviene proprio questo…il pensiero di un altro non viene accettato e allora fa comodo appioppargli l’etichetta del “nemico”…”fascista”…”comunista”…”traditore della Patria”…”spia sionista”…ecc…? come dire “io sono A e tu sei Z, tu dici quello che dici perch? sei fazioso, mi odi e parli in malafede perch? in realt? vuoi abbattermi/
distruggermi/asservirmi”…in questa forma ci puoi mettere al posto di “A” e “Z” qualunque opposto termine politico e la sostanza non cambia…
In realt? il fatto ? che molte persone sono pi? attaccate ad una logica “tribale” che non ai concetti che vanno dichiarando…da cui la tendenza ad usare solo le etichette per affrontare i propri avversari, dato che gli argomenti a sostegno delle proprie posizioni sono spesso “scarsini”…certe volte si possono anche usare, ma dovrebbero essere associate ad argomentazioni razionali…
2 domande:
1)”Io guardo una fotografia, non dipingo quadri” senza arrivare a ipotesi soggettiviste spinte, il problema del punto di vista rimane in entrambe le tecniche. potresti decriptare la frase, nel mio caso -probabilmente- fraintesa?
2)io penso che se si parla di relazioni internazionali sia poco fruttuoso abbandonare gli idealismi solo a met?, se lo si fa, lo si faccia fino in fondo. a tal proposito, se proprio bisogna buttarsi in dietrologie, tanto vale prendersela con chi, ai tempi della grande guerra, fece il doppio gioco, gabbando una parte e l’altra con promesse che non poteva mantenere, salvo poi lavarsene le mani. quello che non riesco proprio a capire ? come si possa conciliare il caldeggiamento di una presa di coscienza delle opinioni pubbliche con la rinuncia all’esercizio della democrazia. vale a dire: a cosa serve che uno sappia chiaramente quale policy voglia per il medioriente quando poi non va a votare per chi pi? si avvicina a tale idea?
3)a tal proposito, cosa ne pensi dell’esperimento francese di “europalestine”? non pensi che ridicolizzi un po’ la questione, pi? che aiutarla?
L’ antiosinismo ? una politica, di certo invece l’antisemitismo ? un atteggiamento religioso, prima che politico, comunque foss’anche meramente politico, espressione di idealismi totalizzanti. Tu hai gi? detto gran parte di quel che anch’io penso, mi spalmo sul tuo Post e sto tranquillo.. (per?.. anche tu, una volta mi hai dato del razzista, vabbu? puo succedere).
s?, ma io chiedevo che si andassero a ripescare gli accordi balfour e il buon vecchio lawrence d’arabia contestualizzati in un certo quadro storico-politico. qua c’? gi? un’interpretazione:
“la Dichiarazione Balfour rendeva di pubblico dominio il sostegno del governo britannico all’Organizzazione sionista” sarebbe un modo carino per dire che i rothschild gli hanno finanziato un bel po’ di robe durante la guerra e hanno chiesto qualcosa in cambio (e se sembro marxista, chissene frega)?
Ciao, Giusto viaggiatore. :)***
(Io al mare ci vado disarmata e forse anche con le mani in alto.)
Ai passanti: per un rapido ‘bigino’ sul conflitto dal 1880 ad oggi, propongo questo link:
http://www.fisicamente.net/index-255.htm
Finalmente un bel discorso, chiaro e preciso. C’? poco da aggiungere.
Ecco, finalmente qualcuno che esprime questo disagio palpabile nell’aria.. palpabilissimo, a giudicare anche, oggi 4 giugno, dalla diminuzione che ho visto, rispetto all’anno scorso, delle bandiere della pace a favore di quelle italiane – ma non ? gi? patologico questo dirsi con la bandiera “noi siamo-italiani”, questa tautologia indirizzata a se stessi non ? gia massimamente inquietante?
Io?? E che avevi detto, tu, per meritarti un simile sanguinosissimo insulto, da me?? Non me lo ricordo, giuro.
Spappari: ti risponder? ma non subito. Dopo aver schiacciato “invia”, di solito mi urge una decompressione. :)
Sar? lunga:
innanzitutto piena condivisione con il tuo lucidissimo discorso, che a questo punto se rimane qualcuno che non lo capisce ?.. non dico perch? non lo vuole capire, che voglio essere buona, via… ma perch? ha ancora grosse resitenze a volerlo capire; resistenze forse causate da condizionamenti ancestrali e da cattiva, cattivissima informazione. Diciamo cos? per il momento, va…
poi volevo “stralciare” dei brani da un libro molto interessante, di Francois Massouli?, i conflitti del Medio Oriente, edizioni GIUNTI castelman, collana XX secolo, contraddicendoti, Lia, e magari me ne perdonerai, sul fatto che possa bastare una fotografia dello stato attuale delle cose. So che non basta, ahim?, perch? le colpe di questo stato attuale di cose appartengono a scelte politiche internazionali sciagurate, ed ecco perch? ? doppiamente colpevole, ora, il silenzio, nel migliore dei casi, e l’arrogante favoritismo accordato ad Israele nel peggiore (si, lo dico, chissenefrega!)… ma ecco il pezzo, via… :
Il mandato britannico in Palestina
Il 2 novembre 1917, la Dichiarazione Balfour rendeva di pubblico dominio il sostegno del governo britannico all’Organizzazione sionista. [………..]La Dichiarazione Balfour rese manifesta agli occhi degli arabi la collusione tra l’imperialismo e il sionismo. Essa contraddiceva infatti formalmente la promessa di un regno arabo fatta dall’alto commissario britannico Mac Mahon allo sceriffo della Mecca nel 1915, promessa per cui i nazionalisti arabi avevano brandito lo stendardo della rivolta contro i loro signori ottomani. Dopo la spartizione della regione, orchestrata in segreto durante la guerra – il celebre accordo Sykes-Picot – la promessa di un focolare ebraico, confermata dal mandato in Palestina, appariva come il simbolo di un rifiuto nazionale fatto al popolo arabo.
Il mandato palestinese, affidato nel 1922 alla Gran Bretagna dalla Societ? delle nazioni, era l’unico a non prevedere nel suo statuto la messa in atto di un governo autonomo rappresentativo della popolazione. Londra non aveva scelta: un simile governo si sarebbe subito impegnato per fermare l’immigrazione ebraica – condizione necessaria e ragion d’essere del focolare nazionale ebraico – che rappresentava per i palestinesi la minaccia, a lungo termine, di una maggioranza ebraica nel Paese. La garanzia dei diritti civili […] delle comunit? non ebraiche in Palestina – cio? della maggioranza araba palestinese – bench? contenuta nella Dichiarazione Balfour, si dimostrava fin da allora incompatibile con la presenza e lo sviluppo di un insediamento nazionale ebraico. Il carattere contraddittorio di questi impegni lasciava gi? intravedere gli strazi futuri. E la data della Dichiarazione Balfour ? celebrata in terra araba come un giorno di lutto.
La prima parentesi con puntini ? una mia omissione necessaria per brevit?, la seconda ? gi? presente nel testo.
Grazie, Lia
Saluti a tutti
qarmida (la tegola):-/
Ah.. P.S.: poi magari ditemi cosa vi ricorda ‘sta Dichiarazione Balfour, nell’ambito odierno delle scelte sciagurate internazionali….
purtroppo, come tu ben sai il terreno su cui ti muovi manda a quel paese (quale? vallo a sape’) i fatti, e preferisce pascersi di opinioni (e di malafede).
a questo punto, meglio un commento disimpegnato e volutamente banale (non ci tengo mica a entrare nella Pisquan Hall of Fame, veh): e il fucile e gli occhiali?
bon baisers da Oxford,
g.
ciao lia!
avevo letto su Haret’z, mi pare, ma ora non lo trovo pi?, di un sondaggio tra i rifugiati del ’48 che chiedono il diritto al ritorno. In qs sondaggio alla domanda “se ti fosse riconosciuto il diritto al ritorno, ritorneresti effettivamente?”
qualcosa come l’80% (se non di pi?) risponde di no, ma che vorrebbe riconosciuto il proprio diritto morale, sentir dire che ha subito un’ingiustizia
se qualcuno sa pi? precisamente di qs sondaggio, me lo fa sapere? grazie!
Lia… pardon… sono io che non vedo, il linkino oppure… ? ….
Di nuovo saluti
:-) q.
cara Lia, grazie del bel post.
Una domanda : ti fa cos? male quell’ accusa ? Perch? altrimenti ribadire e ripetere per mezzo post che non sei antisemita ? Non dare importanza alle accuse, se dentro di te sai di non esserlo. Non avevi bisogno di affermarlo, intendo. Non per mezzo post. Forse l’ho notato solo io ? Mah.. Buona nuotata !
Ps a proposito della bella frase : “Io guardo una fotografia, non dipingo quadri”, non dipende anche da quali fotografie uno sceglie di guardare ? Condivido ci? che hai detto, in ogni caso.
Saluti e ancora buona nuotata in mille bolle..
(ciao,) ..blu ! ;-)
Ma sa che lo stesso Lord Balfour fu il promotore di una legge del 1905 sull’immigrazione che colpiva in modo particolare gli ebrei russi?E che lo stesso Sykes scriveva ad un dirigente arabo:”Mi creda, perch? sono sincero quando Le dico che questa razza(gli ebrei) vile e debole ? egemonica nel mondo intero e non la si pu? vincere.Ebrei siedono in ogni governo,in ogni banca, in ogni impresa.” Una tesi non molto diversa da quella della ‘lobby ebraica che governa il mondo’, propugnata dai peggiori antisemiti.Oltre ai ben conosciuti e documentati interessi coloniali del Regno Unito in Medio Oriente, la decisione di costituire un focolaio ebraico in Palestina prese le mosse proprio dal desiderio di ingraziarsi le simpatie degli ebrei americani e russi, che si riteneva detentori di un potere occulto e quindi in grado di decidere l’ingresso degli Stati Uniti in guerra ed evitare l’abbandono della Russia dal campo degli alleati dell’Inghilterra.Paradossi della Storia!!
Cara Lia, avevo scritto qui un commento — che poi e’ diventato troppo lungo, quindi l’ho copiato e incollato (con relativo trackback) su The Rat Race. E comunque ribadisco: antisemita tu? certo che no.
Ciao,
bel discorso, lo leggero’ e rileggero’ perche’ c’e’ veramente poco da aggiungere come dice Rita.
Grazie
Roberto
Vorrei richiamare l’attenzione di tutti su un discorso lucido, preciso, logico, chiaro, sincero, leale, cortese e FERMO.
Sei semplicemente fantastica, quando scrivi queste cose.
Se fosse possibile, chiederei a tutti di alzarsi in piedi per poterti fare un lungo applauso di ammirazione.
Complimenti. Davvero.
Francesco
A volte mi vergogno del mio nome. Non avrei scritto la sviolinata del mio omonimo per meno del Discorso della Montagna. O il Churchill della Seconda Guerra Mondiale, a voler essere si manica larga.
Visto che bazzichi la psicoanalisi, prof, dice qualcosa sulla mancanza di senso del ridicolo?
Che poi il tuo discorso su Israele non ? tanto male, anche se non concordo. E’ la claque che mi fa impazzire.
Ma veramente ti sembra concepibile Israele in un altro posto? Io non sono ebreo ma non ci arrivo a pensare Israele in Madagascar o in Lorena.
Francesco meglio acido che melassa
theratrace
No — antisemita tu — certo che no!
ANTISEMITA
ulivo velletri
Non…
Non mi era mai successo Se mi volessi cimentare nell’impresa di ripercorrere la storia di questo blog con l’accusa di antisemitismo, penso che ci passerei la nottata. Abbiamo avuto di tutto, qua: da una Deborah Fait regolarmente cestinata, nonostan
vorrei aggiornare (update) il concetto di antisemitismo, a tre anni di distanza dall’ultima replica, in tre anni, secondo l’anti deffamation league sono diventate antisemite le seguenti scritture e\o persone e\o attegiamenti
1)la Bibbia
2)le persone che credono che nella finanza internazionale ci siano molti figli di sion.
3)Pio XII
4)Sugar ray richardson allenatore di basket cba che dichiarato che il suo rinnovo contrattuale non lo spaventa(va) visto che a trattare c’erano isuoi avvocati ebrei. licenziato in tronco per antisemitismo
5)chiunque chiede pace in medio oriente, in quanto ciò, egoisticamente, contrasta con il “legittimo” desiderio di conquista di tsahal.
(jerusalem post 2 settimane fa)
ergo, come ha detto solgenytzin fino a qualche anno fa antisemita era colui che odiava israele, oggi antisemita è colui che israele odia.
il futuro è nellospazio