Io, dunque, domani mi metto cinque sveglie e la pianto di perdere il pullman.
East Delta delle 7, destinazione Basata, Sinai.
Ovvero, qui:

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“Pronto, vorrei riservare una capanna.”
“Non so se abbiamo posto, al limite si mette in spiaggia con il sacco a pelo.”
“Ah, mi serve il sacco a pelo?”
“Altrimenti le possiamo dare materasso e coperte.”
“No, porto il sacco a pelo, grazie.”

Basata è un’eco-lodge con un’ottima reputazione tra gli ambientalisti, una delle pochissime in Egitto: riciclaggio di tutto, niente sprechi di acqua, l’elettricità necessaria per il frigo e poco altro e, per il resto, capanne di bambù e lume di candela.
Guardateli, i link, ché é un posto interessante.

La mattina, una si sveglia e si va a preparare da sola la colazione nella capannona comune.
Pure il pasto te lo prepari da sola, credo, e poi ti lavi i tuoi piatti.
La sera cucina il boss, se non ho capito male.

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Mi risulta che, dall’epoca di Jenin, a Basata abbiano deciso di non accettare più gli israeliani.
E’ l’unico posto nel Sinai, credo, e che io sappia c’è stata parecchia polemica sul tema: quello israeliano è forse il turismo più numeroso, nella penisola.
Il mio amico di Habiba non era d’accordo, per esempio.
Io non mi pronuncio: andrò e vedrò. Anche se non è una novità che io sia incazzata con Israele e che ritenga che alla società israeliana debba pur arrivare, quest’incazzatura di una parte del mondo che è fin troppo silenziosa.

Ieri sera è passato di qui José Antonio e mi ha portato generi di prima necessità per la sopravvivenza nella capanna: due libri di Michael Moore in spagnolo (dice mia figlia che è interessante ma scrive da cani), le audiocassette per il corso di arabo che mi porto dietro (Sabaah il-xeer ya-masr part I, che vuole solo dire: “Buongiorno, Egitto!”), e il mangiacassette.
Poi mi porto il lettore cd con le cuffie, che lì la musica alta è proibita come ad Habiba e il cellulare ben carico, ché mi pare che abbiano problemi anche con quello.

Sono proibite anche le scarpe nelle aree comuni, lì, e la frase del titolo la dice il boss in una delle interviste che ho linkato.
Quasi quasi mi porto pure il Corano, ché il luogo ispira.
Niente computer, ovviamente: per quello, mi sa che mi toccherà raggiungere Nuweiba e non so quanto la cosa sia fattibile.
Gli occhiali da sole.
La crema solare.
Le pinne le ho già messe in valigia, con lo sconfortante risultato che non mi ci sta dentro null’altro.
Un quaderno. La penna.
Vado.

Quest’atmosfera ecologica mi ha già raggiunto e, in un impeto di ottimizzazione delle risorse, ho deciso di prendere la pasta che mi è avanzata oggi e di farmi la tipica frittatina di maccheroni per il viaggio di domani. Manco fossi la Patrizia di Toni Tammaro.

Se vedete una prof seduta davanti a una capanna che parla da sola ripetendo: “Feen il-madrasa? Feen il-bank? Feen is-sinima?”, sono io che ripasso l’arabo sotto il sole a picco.