saudiarabia.jpg

E’ da giorni che vorrei linkare quest’articolo di Gary Brecher segnalato da Massimo Morelli.
Poi, qui, a stento si riesce a trascinarsi in strada per rifornirsi di anguria, figurariamoci se posso mai inseguire l’attualità.

Volevo segnalare anch’io questo passaggio, fondamentalmente:

Saudi Arabia probably isn’t going to last much longer. When the government troops won’t leave their barracks, when the cops run every time the rebels fire a shot…well, church is about out. Think Tehran when the Shah fell, or Cambodia in ’75.

A situation that bad doesn’t happen suddenly. When you take a hard look at Saudi Arabia, you end up surprised it hasn’t already fallen a long time ago.

Sono in parecchi quelli che pensano che l’Arabia Saudita stia per esplodere.
Me ne parlava l’interessante coppia giordana incontrata a Basata, un paio di settimane fa: dicevano che è quello, il paese da osservare, e mi hanno parlato di fazioni, sciiti pronti a sollevarsi, società alla frutta.
Anche psicologicamente, che è ciò che più mi interessa: “Ma lo sai come vivono i bambini sauditi? Passano dalla TV al computer e dal computer alla TV, mangiano solo junk-food e quella è la loro vita. Infelicissimi, non hanno niente da fare e non fanno niente.”

Se ogni luogo ha le proprie patologie sociali, quelle saudite devono essere complicate assai. Ma tanto, proprio.
Il regno della tripla, della quadrupla, della multiple morale, e tenuto in piedi comprandosi il silenzio di mezzo mondo arabo, a partire dalle varie fratellanze finanziate manco fossero funzionari USA da accattivarsi.
Protetti dietro il simbolo della Mecca che chiude il becco a qualsiasi musulmano, e pazienza se ne sono custodi per grazia ricevuta dai britannici e se i legittimi custodi, gli hashemiti, si ritrovano pure ad essere considerati vagamente stranieri (“sauditi”, gessù) nella Giordania che hanno avuto in sorte.
Mecca o non Mecca, poi, la figura del riccone del Golfo che arriva in Egitto e si precipita a donne e al Casinò risveglia notevole disprezzo proprio e soprattutto in quei settori di popolazione che più lo prendono sul serio, il “risveglio” sostenuto anche dai loro soldi e strumenti.
Non può stare bene, un popolo chiuso in tanta ipocrisia.
Poi mi dicono che Medina è una meraviglia, che ci si respira pace e ci si riconcilia col mondo e non si vendono nemmeno le sigarette, per non farsi del male alla salute.
Ma poi leggi racconti ambientati lì e pare che le saudite passino la loro vita a tradire il marito e te le figuri come un popolo di Bovary che le tue egiziane devono essere delle sante, al confronto.

Non ne ho idea. Non la capisco, l’Arabia Saudita e, soprattutto, nessuno è stato in grado di spiegarmela, fino ad ora.
Paese ambivalente a dir poco, sostenuto dai sentimenti ambivalenti di tutto il mondo arabo che prega nella sua direzione.
Ne osservo le coste da anni, dalla mia sponda del Sinai, e vedo solo deserto, o un gruppetto di luci se vai verso nord.
Deserto, aria condizionata e bambini davanti alla TV con un hamburger in mano: così me la immagino.
Un incubo, mi figuro io, mentre penso al mio vitale caos egiziano, ai giordani forse noiosetti, dicono, ma perbene e seri, ai paesi veri. Umani.

Chissà che succede, se esplode.

E, a margine, chissà se il “risveglio” islamico potrebbe sopravvivere, senza il suo versante di ossessioni ritualistiche, superstizioni, lacci e lacciuoli per masse di cui i sauditi sono gli sponsor e i protettori.
Ché poi certe volte mi sembra di assistere a una specie di Islam for Dummies, con queste idee di revival di punizioni truculente e certe bizzarre storie di demoni e simili che poi riporti, puntuale, a colleghi arabisti che ti ridono dietro e sospettano che te le sia inventate tu e invece no, giuro, me l’ha detto il tale studente, la tale amica.
Ma li facciamo pure noi, questi omaggi alla superstizione, e magari non abbiamo i demoni nei bagni ma, in compenso, sciogliamo il sangue del santo due volte all’anno e il Vaticano lo sa, che è una stronzata, ma è Cattolicesimo for Dummies e serve perchè il mondo è fatto di Dummies, appunto, e dillo a me che vengo dal Paese della Politica for Dummies al governo.

Io sono convinta che ‘sto “risveglio” serva come il pane, ai musulmani di oggi, e che sia forse la loro unica chance per rimanere in piedi nonostante tutto.
La collega musulmana mi dice che non la spaventano, i suoi aspetti più rigidi, che dureranno un po’ e poi passeranno. Ma che bisogna attraversarli perchè quello che conta è il concetto, è l’identità da tenere stretta come un salvagente.
“Guarda, bella mia, che io ci sono stata, alla Mecca. E sai cosa? Lì è proibito, coprirsi il volto. Tanto per dirti quanto è “islamico”, coprirselo. Ma se in questo momento ci dovesse servire coprircelo, ce lo copriremo. E’ un momento della Storia, ne arriveranno altri.”
La capisco. Rispetto moltissimo il suo punto di vista. Lo condivido pure, forse.
Però sembra che il pensiero, la religione, la politica, tutto si semplifichi. In modo agghiacciante, e ovunque.
E semplifichiamo, semplifichiamo, non facciamo altro che semplificare e gli individui diventano sempre più primitivi e il mondo si fa sempre più complicato, manco volesse vendicarsi o, certo, semplifichiamo tutto, ai minimi termini, proprio perchè è troppo complicato.

E ‘sta benedetta fermata del metro alla Cairo University, e le ondate di studentesse che salgono e di cui non vedi nemmeno più gli occhi, ché ogni settimana si coprono un po’ di più, e mi fanno pensare alla mia generazione che, a un certo punto, scoprì i tatuaggi.
E ci facevamo il primo pensando che sarebbe finita lì.
Poi ti veniva voglia di farti il secondo, però. E poi il terzo, magari un po’ più grande.
E scoprivi che diventavano un vizio, i tatuaggi, e che una volta cominciato rischiavi di non fermarti più.
Lo penso ogni volta che vedo queste ragazze: l’hijab un po’ più grande, poi più grande ancora.
Le maniche che passano ad essere strette dai lacci, in modo da coprire i polsi.
I pantaloni che sbucano sotto le tuniche, e poi gli spacchi delle tuniche che diventano sempre più piccoli e infine spariscono.
E poi il grande passo, il niqab. E vedevi solo gli occhi, e adesso cominci a non vedere più neanche quelli. Velo nero più leggero, e non c’è più un millimetro di corpo, all’aria. Guanti.
Fermata Cairo University, sempre lì.
Ed io che continuo a pensare ai tatuaggi della mia generazione.
(Tra i 15 e i 19 anni me ne feci tre, io. Li tolsi a 27, col bisturi. Chissà loro, che faranno.)

Ma non è il velo, a farmi paura. Non è quello.
Sono certe superstizioni assurde di ragazzi della piccola e media borghesia e, cavoli, le hanno solo loro.
La mia donna delle pulizie non ci pensa, ai demoni in bagno e ai mille piccoli riti collegati. I suoi figli nemmeno.
I giovani ricchi men che meno.
Sono questi ragazzi della piccola e media borghesia, appunto, che dovrebbero essere l’ossatura del paese e che studiano come matti sapendo che non troveranno lavoro e non potranno sposarsi, che vedono i loro coetanei morire a grappoli nei paesi attorno, che mi scrivono nei temi che, ovviamente, arriverà questa Guerra di Civiltà e bisognerà difendersi e che, pure, vorrebbero vivere felici e stare tranquilli, io lo so, ma che stasera mi sembrano più che mai proiettati verso un grande, sterile suicidio compiuto a base di mille piccoli riti ossessivi.
E mi domando cosa comporterebbe per loro, l’esplosione dell’Arabia Saudita, con tutta la sua carica simbolica.
“Oh, qui ad ogni rivoluzione va peggio…”, mi dicono qui.
E mi sa che stasera non mi riesce proprio, di essere ottimista, ma deve essere perchè non li ho sotto gli occhi.
In genere, se una li vede sorridere si tranquillizza, non so bene perchè.