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(Post vietato ai minori! Andate via! Non leggete!)

Come molti sanno, le donne si depilano. O, almeno, dovrebbero.
Essendo questo blog il fiero proprietario di un Epilady, fino a pochi attimi fa non aveva ancora consegnato il proprio corpo alla ceretta locale.
Poi, si sa, arriva l’estate e, d’estate, le donne – non so se lo sapete – prima di darsi al costume da bagno si depilano l’inguine. Se non lo sapevate, fa niente: questo blog esiste apposta per farvi scoprire mondi lontani ed esotici.
Di fronte alla suddetta necessità io ho pensato di farmi venire l’estetista a casa, in modo da non dover girare per parrucchieri indicandomi affannosamente proprio lì davanti ad estranei arabo-parlanti, e l’ineguagliabile Sabrina me ne ha spedita una.
“Arriverà verso le 3”, mi ha detto.
Alle 6 non l’aspettavo più.
Alle 8,30 suonano alla porta, giusto mentre mi accingevo ad uscire.
Apro e vedo una signorina con hijab in testa e bambino di due anni in braccio: “Sono l’estetista”, credo che mi abbia detto, e comunque è entrata decisa.

Io sono abituata agli algidi centri estetici di Milano, dove tu ti sdrai su un lettino e pensi ai fatti tuoi mentre una signorina vestita di bianco fa ciò che deve fare nel più impersonale dei modi.
Qui il setting si è rivelato diverso fin dal primo istante: casa mia era tutta per aria, il bimbetto ha cominciato a fare i capricci e la signorina velata – Hona, si chiama – ha preso in pugno la situazione con piglio ed autorità: ha piazzato una sedia sotto il lampadario, mi ha ingiunto di sedermici, poi ha tirato fuori una cosa che non saprei descrivere se non come una grossa palla di mou e ha cominciato a depilarmi i piedi.
I piedi, sì.
Che volete che vi dica, le donne arabe si depilano pure i piedi. Del resto è noto che gli arabi sono un po’ fanatici, con la depilazione.

Non era ceretta: era come una palla di mou, dicevo, che l’estetista ti impasta addosso con un curioso movimento delle dita, tipo quando impasti la pasta della pizza, e te la fa rotolare per il corpo e la palla, rotolando, ti strappa via i peli.
Il sistema più doloroso del mondo, ho constatato.

Io ero seduta sotto al lampadario e lei era accovacciata a terra davanti a me. Quando le è parso che i miei piedi fossero ormai depilati (questo è un trauma da cui non mi riprenderò: a nessuno era mai venuto in mente, prima d’oggi, che i miei piedi avessero bisogno di una cosa simile) io ho tirato su la gonna, ovviamente, e siamo passate a depilazioni più ortodosse. E poi l’ho tirata ancora su, e poi ancora e, a un certo punto, bisognava passare al vero motivo per cui lei era venuta fino a casa mia e, intanto, il bimbetto – Ahmed- era in vena di capricci e mangiava biscotti spalmandoseli in faccia assieme alle lacrime e ai mocci ed io cercavo di distrarlo mostrandogli l’ultimo numero di Newsweek ma non c’era verso di interessarlo e, comunque, io sono sempre stata una frana coi bimbi piccoli.

“Stenditi a terra”, mi ha fatto segno Hona. Ed io, abbastanza imbarazzata, mi sono stesa a terra tirando su la sottana come nella nota canzone di Dalla ed eccomi qui, sul tappeto di casa mia, sotto al lampadario in posizione ginecologica e con Ahmed che non piange più, mi fissa esterrefatto ed io cerco di darmi un tono mostrandogli ancora Newsweek e, giusto in quel momento, Hona mi si infila tra le gambe e la palla di mou, inesorabile, cade giusto al centro – ma l’inguine è ai lati, cavoli – e straaap.
Avrei dovuto saperlo.
Le arabe si depilano tutto, ma proprio tutto. Io stessa l’ho scritto proprio su questo blog, quindi avrei proprio dovuto saperlo.
Ed è stato così che, mentre con una mano asciugavo i mocci di Ahmed e con l’altra reggevo ancora Newsweek, ho capito, contemplando la testa velata di Hona che emergeva in mezzo alle mie gambe, che stavo per avere con lei il rapporto più intimo che io abbia mai avuto con una donna.

Ecco: quella palla di simil-mou è assolutamente spaventosa, posso assicurarlo: stavo per seguire l’esempio di Ahmed e mettermi a piangere pure io, con mocci e tutto, quando Hona è partita veloce verso la cucina con l’aria assolutamente scocciata e ne è riemersa brandendo un paio di forbici.
Stava pensando che queste occidentali sono delle scimmie, ne sono certa, e che, orrore, tu guarda questa da quanto tempo non si metteva un po’ in ordine, ché qua ci vogliono addirittura le forbici.
Mi ha guardato male. Non è stata una mia impressione, mi ha proprio guardato male. Western monkey. Che ci devo fare.
Pure loro sembrano stranine in Italia, d’altronde.

Be’, insomma, è stato proprio curioso. Un notevole impatto culturale, anche dal punto di vista visivo: tu sei lì e, invece di vedere l’asettico ginecologo che associeresti alla posizione in cui ti ritrovi, ciò che vedi è un’araba velata che ti punta un paio di enormi forbici proprio là.
E mi chiedevo, in tutto questo, se lo stesse avendo pure lei, l’impatto culturale: la circoncisione femminile è un tema troppo serio per essere trattato in questo post ma riguarda, in maggiore o minore misura (dalla semplice rimozione di un pezzetto di pelle in poi) più del 90% delle egiziane.
Io, quindi, devo essere diversa dal 90% delle egiziane, vista da quella prospettiva, e mi sono chiesta se non le parevo un po’ mostruosa, per caso. La vita è tutta una questione di punti di vista, in fondo.
Hona, comunque, è un tipo allegro e spiccio e non ha fatto una piega.
Io sì, invece: se non fosse stato il doloroso incubo che è stato, non sarei qui semi-sconvolta e ronzante a raccontarlo.
Ronzante, proprio: sto scrivendo da mezz’ora e ho mezzo corpo che mi ronza ancora, piedi incluso.
Meglio che non ci pensi.

Poi voleva depilarmi anche le braccia, Hona.
“No!!”
“No???”
Stupefatta, all’idea che io mi volessi tenere i peli sulle braccia.
“Ma Hona, sono biondi e si vedono a stento!”
Lei, disgustata. “Scimmia occidentale”, avrà pensato ancora. Chissà stasera che resoconto horror farà al marito.
E dire che io sarei pure abbastanza glabra, per gli standard nostrani. Mi chiedo quali pensieri passino per la mente degli egiziani quando cuccano una di noi: “Sembrava di stare con uno Yorkshire Terrier!”, diranno agli amici.

Tempo fa feci un reportage sulla biancheria intima che vendono normalmente al Cairo e che, in Italia, non si vede nemmeno nei sexy shop.
Un anno dopo, confermo: sotto quelle palandrane, le signore arabe sfoggiano un mondo che nemmeno ci sogniamo.
Solo che, come dire, selezionano gli accessi alla loro bellezza.

Noi facciamo esattamente il contrario: cerchiamo di mostrarci al massimo della forma ai passanti e agli sconosciuti riservando a mariti e compagni, spesso, il peggio di noi.
Loro si infilano una palandrana e vanno.
Però il signore autorizzato a sfilarla, la palandrana, deve sentirsi un po’ come quando si scarta un cioccolatino.
C’è una grande cura dei particolari, lì sotto.