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Dicevo prima che io ho lasciato un’Italia parecchio intollerante verso le altrui sciocchezze (le proprie, non saprei) e ne ho ritrovata un’altra, circa un decennio dopo, che mi è parsa in via di pacioso rimbambimento.
Pacioso, sì.

Ok, c’era la Lega che, pian pianino, sdoganava un bel po’ di quelle sciocchezze aggressive di cui, da ragazzini, noi ci saremmo parecchio vergognati, ma non c’era un clima di particolare incazzatura verso il mondo. Al principio.

Succedeva solo che, poco alla volta, non era più importante sapere di cosa si stesse parlando: il semplice fatto di parlare era sufficiente, positivo a prescindere.
A scuola, per esempio: forse era tipico della mia generazione, credo, pretendere che i ragazzi avessero un’opinione su tutto e che te la esprimessero, che ti facessero un tema. Immediatamente.
La democrazia era parlare ad ogni costo, anche se si dicevano cazzate.
La cazzata era incoraggiata e ascoltata con attenzione. “L’alunno è partecipativo.” “Sì, ma dice un mucchio di sciocchezze.” “Non importa, è partecipativo.”
Più cazzate stavi a sentire, più eri democratico.
Se non ascoltavi con seria compunzione le cazzate eri probabilmente un fascista, sicuramente un intollerante, certamente una cattiva persona.

E’ successo, quindi – e forse è stata proprio la mia generazione – che la tensione che c’era stata fino a un attimo prima dal basso verso l’alto (prima di fargli un culo così mi devo informare) si è capovolta ed ha assunto la forma del microfono puntato verso il bar Sport: dimmi, o anima candida. Non importa cosa. L’importante è che tu parli.

E poco alla volta, sui giornali, in TV, a scuola e dappertutto, le parole sono evase dalla gabbia della logica e, come tanti gremlins, hanno cominciato a zompettare qui è là circondate, appunto, dalla simpatia generale.
Ma che pittoresche.
Ma che originali.
Ma che spontanee, che vere, che autentiche.
La voce della gente.

E sono andate avanti per un po’, così.
(“Prof, io la penso così” “Sì, ma perchè?” “Boh, perchè è la mia opinione.” “Sì, ma come mai ce l’hai?” “Boh, perchè sì.” “…”)
Sì, vedevi che c’era qualcosa che non andava, eppure non ti veniva paura. Non era la fine del mondo. Era solo una cosa un po’ così. Spensierata, troppo spensierata, eppure paciosa.

Fino al 12 settembre 2001, che è la data che segna il prima e il dopo sul mio particolare calendario.

È molto semplice. Il dieci di settembre eravamo tutte persone (più o meno) gentili e lucide. L’undici di settembre, nel tardo pomeriggio, la gran parte di noi è completamente impazzita.
M. Martinez
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Il 12, secondo me. Non l’11 sera. Il 12.
“Julia, dimmi: ma pure in Spagna i giornali titolarono: ‘Attacco alla civiltà’?”
“Eh? Oddio, no. Titolarono: ‘Attentati negli USA’.”

Da allora in poi, è diventato faticosissimo capire i concetti circoscritti, le parole per quello che sono.
Comprendiamo le iperboli ed usiamo quelle. Se non le usiamo, siamo tipi sospetti.
George Orwell parlava di Neolingua. Ce l’abbiamo, è l’Iperbolico.

La Civiltà, l’Occidente sotto attacco, l’Islam che ci ha dichiarato guerra, la Democrazia da salvare o esportare, la Quarta Guerra Mondiale, Loro (tutti), Noi (tutti), e via così.

E l’Iperbolico è entrato nel linguaggio comune fino a sostituirlo, dicevo, ed esprimersi senza usarlo è diventato difficilissimo.
Ci casco anch’io: quante volte avrò detto ‘Occidente’ pur sapendo di stare dicendo una stupidaggine?
E perchè usare la parola ‘Occidente’, poi, per descrivere qualcosa che sicuramente include il Giappone e adesso pure la Russia ma non è certo che includa la Grecia – o solo quando serve – o la Sicilia? Perchè non parlare di mondo industrializzato, per esempio?
Perchè l’effetto finale suonerebbe diverso, appunto.

Io mi sento di fronte ad un linguaggio della follia che non consente altra risposta ragionevole che il silenzio.
E si infiltrano ovunque, queste parole folli e, per non fartele entrare in casa, devi chiudere porte e finestre. Perchè è come con i virus: ti si attaccano e si propagano e non c’è altro modo per contrastare l’epidemia che la quarantena.

Il blog, per esempio.
Io vivo abbastanza male la presenza di certi commenti, è noto.
Ma non perchè non siano d’accordo con me. Perchè li trovo di spaventosa insensatezza, piuttosto. Perchè sono scritti in Iperbolico e, non avendo un oggetto circoscritto, è impossibile trovargli risposte dotate di senso.
Tu rimani attonita a contemplarli, dunque, ma mentre li contempli li propaghi, gli fai da cassa di risonanza.
L’Iperbolico circola e si espande anche attraverso il tuo blog e tu ne sei, in qualche modo, responsabile.

Prendi questo commento, per esempio:

Forse c?è anche un Islam moderato, e certo non tutti gli islamici sono fondamentalisti e tanto meno terroristi, ma una società in cui la religione è così totalizzante, in cui le donne non hanno alcuna voce, non mi piace di per sé. E questa società ci ha dichiarato guerra. Pertanto concordo con Ezio Mauro: l’Occidente è sotto attacco. Abbiamo il dovere di difendere la nostra civiltà che, pur non certo immune da errori ed ingiustizie, è comunque in questo momento superiore etc etc. etc.

Non cito l’autore perchè non voglio personalizzare alcunchè.
Dico solo che ce l’ho qui da 2 gorni e penso che dovrei pubblicarlo ma poi mi viene come un crampo al dito, non ce la fo.
E’ gentile, per carità. Con me, dico, anche se non con un altro miliardo di persone.
E’ scritto in modo scorrevole.
Non è anonimo.
Ha un sacco di virtù.
Solo che non ha senso e una non sa da che parte cominciare, a rispondere.

Esiste una cosa chiamata “società islamica?” Ma quale, ma dove? Ce ne sono migliaia. Le donne non hanno voce? Ma in che senso, chi te l’ha detto, quale voce? Di che parliamo, di donne? No, non di donne. Di guerra. Ci hanno dichiarato guerra. No, aspetta: chi? Chi è che ci ha dichiarato guerra, di preciso? Se mi affaccio alla finestra, in questo momento, c’è Bastawi sotto che mi fa ciao con la mano. Che stai dicendo? Cosa devi difendere? Qual è la nostra civiltà? Superiore? In che senso, per fare cosa?

Non capisco cosa dice, un commento del genere.
Non c’è una parola, in tutto questo discorso, di cui io riesca a comprendere l’origine, il senso, l’attinenza con la realtà.
Non combacia in nessun punto con ciò che la vita mi mostra: se mi fosse giunto da Marte, mi farebbe lo stesso effetto. E’ l’espressione di un mondo immaginario nel quale, in origine, c’era un’organizzazione terrorista che aveva commesso un attentato.
“Organizzazione terrorista” è stato tradotto con “Islam”.
“Attentato” è stato tradotto con “Dichiarazione di guerra”.
Il traduttore è un cane, però: ha completamente stravolto il testo originale ed io, scusate, non mi ci raccapezzo più.

Allora una pubblica e tace.
E l’Iperbolico si diffonde, si diffonde, si diffonde e suona sempre più normale, sempre più scontato.
“E’ la mia opinione. E’ il mio punto di vista.”
“Sì, ma da dove esce, che senso ha?”
“Ma se lo dicono tutti! Perchè lo chiedi proprio a me, il senso? Leggi in giro, informati. Guarda, ti metto un link…”

E mi mettono il link e lì c’è scritto che l’Islam ci ha dichiarato guerra.
Ed io, poi, scendo in strada e mi compro mezzo chilo di pompelmi e due bistecche, nel mondo che vuole distruggere la mia civiltà, e quello che me le vende sta pensando ai cavoli suoi, ne sono certa, e se sapesse che lo scruto immaginandolo mentre mi distrugge la civiltà mi prenderebbe per pazza, di sicuro.
E avrebbe tutte le ragioni del mondo.

Che devo fare?
E’ giusto pubblicarle, ‘ste cose? Ma l’istigazione all’odio razziale non è persino proibita dalla legge? E se uno mi scrive “Ambarabaciccicoccò” ho comunque il dovere morale di pubblicarlo?
Ma siamo certi che la democrazia sia questo?
Una si lacera, giuro.