
Quando io ero ragazzina era di moda essere intelligenti. E colti.
Ci tenevamo. E spesso imbrogliavamo, bluffavamo, davamo un mucchio di ritocchi qui e là per sembrarlo, o per sembrarlo di più.
“Ho letto il Capitale”, detto da uno di 13 anni. Sciocco, no?
“Cosa leggi? Dove hai viaggiato? Che musica ascolti?” Se sbagliavi le risposte eri un paria. Per non esserlo, il tuo orizzonte era pieno di libri da leggere, di posti da conoscere, di musica da ascoltare, di film da vedere. Eravamo piccolissimi e avevamo un mucchio di roba da studiare, se volevamo conquistarci il diritto di stare al mondo. Forse anche troppa, e non è strano che si siano cercate scorciatoie.
Un ragazzino di 13 anni che afferma di avere letto Il Capitale è buffo, certo patetico.
Però ti sta dicendo qualcosa: che riconosce il valore dei libri, che sa che le proprie affermazioni hanno bisogno di essere supportate da studio, esperienze, fonti e che, no, non basta che te lo dica la pancia o l’amico, una cosa, perchè questa cosa sia vera.
A uno della mia generazione, se lo chiamavi stupido o ignorante lo uccidevi.
Poi magari lo era, chi dice di no.
Però la sanzione sociale, sulla stupidità e sull’ignoranza, era fortissima. Tanto che la gente imbrogliava, appunto.
Io sono stata fuori dall’Italia molti anni.
Quando sono tornata, ho cercato di integrarmi in un mondo che per me era nuovo.
“Vediamo: che si fa in Italia?”
C’era Drive In in TV. Tutti ti dicevano che era divertentissimo e tu, con buona volontà, ti applicavi. Lo guardavi e, se non ti veniva da ridere, era perchè ti mancava il polso delle cose, ovviamente.
Dalle riviste, apprendevi che il possesso di determinati oggetti era una specie di segnale per manifestare la tua identità. E, porca miseria, l’Italia sembrava catapultata, come un sol’uomo, negli stessi oggetti, negli stessi desideri, nella stessa identità da manifestare.
Io e il mio giovane marito spagnolo di allora ci applicammo anche, devo dire.
Una volta lui rincasò con dei jeans imbottiti comprati in centro: azzurro chiaro fuori, rossicci dentro. E cercava di dirmi che erano belli e cercava di convincersene, lui per primo. Siamo in Italia. Siamo a Milano. Qui si fa questo, si indossa questo, si è in questo modo qui. Deve essere bello. Se ci concentriamo, ci sembrerà bello. Come sto con questi jeans?
Da cani, stava.
Quando ho cominciato ad insegnare, ho avuto per alunni quelli per cui Drive In deve essere stato come Carosello per me.
Ora, vediamo se riesco a spiegarmi: io credo che i ragazzi siano tutti uguali. Ad ogni latitudine, in ogni epoca, in qualsiasi condizione, un ragazzo è un ragazzo. Sogna, spera, si arma di arroganza e cerca aiuto, si innamora e si protegge, cerca di conoscersi. Ovunque nello stesso modo.
Sono proprio tutti uguali, i ragazzi. Tutti.
L’unica cosa che cambia sono i valori che possiedono. Ecco: i valori – loro sì – sono soggetti alle epoche, alle latitudini, alle generazioni.
Io, quando ho cominciato a insegnare, ho scoperto che non ci tenevano molto, i miei studenti, ad essere intelligenti. E tantomeno ad essere colti.
Non fingevano letture mai effettuate: trovavano normale che non si leggesse. Essere sciocchi non era un insulto, per loro. Essere brutti, per esempio, era molto peggio.
La consapevolezza del baratro generazionale, per me, è sorta da lì. Se io dicevo a un mio alunno “Devi imparare a ragionare”, lui non faceva una piega. Al massimo mi chiedeva come fare.
Se qualche prof lo avesse detto a me, io avrei seriamente meditato il suicidio.
Certe volte sbagliano a prendere appunti, gli studenti.
Poi studiano sugli appunti sbagliati e, quando li interroghi, ti ripetono pari pari ciò che hanno studiato. E se gli dici: “Ma che sciocchezza è??” loro, pacifici, ti dicono che glielo hai detto tu. Che loro stanno ripetendo ciò che tu hai detto.
E tu cerchi di fargli capire che è illogico, il discorso che stanno facendo, che non ha senso, che c’è un errore, che gli appunti sono sbagliati ma che, soprattutto, loro avrebbero dovuto accorgersene, che gli appunti erano sbagliati.
Niente.
Dicono: “Ah.” e correggono. Ma non si mettono in discussione. Non si accorgono che stai tirando in ballo il loro spirito critico. Non capiscono che, se davvero io avessi detto la sciocchezza che loro hanno mandato a memoria, loro avrebbero tutti gli strumenti per linciarmi.
Non lo capiscono.
Ed io penso a me stessa, ventenne col fucile puntato contro i miei prof, e guardo loro: “Cazzo, questi non reagiscono. A questi gli puoi dare da bere ciò che vuoi.” E capisco di avere sempre avuto un potere, per tutta la mia vita: da ragazzetta li linciavo, i miei prof, se sbagliavano. Da prof, potrei dire ai miei studenti qualsiasi cosa e loro non se ne accorgerebbero neanche.
So di avere sempre avuto un potere che – ormai me ne rendo conto – non è scontato, ma non saprei dire qual è, esattamente. Perchè non ne conosco gli effetti. Non l’ho usato. Non riesco ad usarlo per ovvii motivi etici, quindi non lo posso studiare.
Qualche volta ho provato a dirlo, in classe: “Io potrei dirvi qualsiasi cosa. Potrei inventarmi la storia, la letteratura, la lingua. Non ve ne accorgereste nemmeno. Non cerchereste minimamente di accorgervene. Prendereste appunti e me li ripetereste, e basta.”
Mai che uno si sia ribellato, di fronte a una frase così carica di disprezzo. Mai.
Non se ne accorgevano.
Ed io avrei pagato, perchè se ne accorgessero. Mi fa ancora male la loro accondiscendenza, quel loro annuire. Quel sorridere complici: “Sì, siamo proprio idioti.”
Quando uscì il primo articolo della Fallaci sul Corriere, una mia ragazza di V me lo portò affinchè lo leggessi in classe.
“Ma perchè ti aspetti che lo legga proprio io?”, chiesi stupefatta.
“Be’, perchè lei è sempre interessata a queste cose…” mi rispose spiazzata. E non era ostile, giuro: semplicemente, aveva orecchiato la parola “Islam” nei miei discorsi da prof di spagnolo, e poi l’aveva orecchiata nell’articolo della Fallaci. E per lei, pari erano. Aveva captato l’argomento e basta. Giusto quello.
Se io, dopo avere parlato per mesi di Al Andalus, del Cid con i re mori, della novela morisca e di tutto quel gran calderone di mondi, culture e religioni che è la hispanidad le avessi ingiunto di ripetermi la Fallaci a memoria, non lo avrebbe trovato strano.
Le sarebbe sembrato che l’argomento era lo stesso e l’idea di porsi altre domande non l’avrebbe sfiorata.
Sono arrivata in Italia alla fine degli anni ’80 e ne sono fuggita all’inizio del 2000.
Una quindicina di anni in totale.
Ho il ricordo di un paese desideroso di istruzioni: come vestire, dove abitare, che macchina comprare, come sembrare.
Mi sfilano davanti agli occhi centinaia di ragazzi completamente impreparati a mettere in discussione alcunché, attaccati alla tetta del tuo registro.
Il desiderio di essere accettati, di essere accettabili, di essere integrati.
Studenti di Scienze Politiche che ti dicono all’esame che loro, no, non leggono i giornali. E fanno la faccia da bambini, mentre te lo dicono, e ti stanno dicendo: “Mi vuoi bene? Potresti volermi bene? Potresti darmi 18 perchè sono carino, perchè sono buono, perchè sarei un bravo figlio se tu fossi la mia mamma?”
E sono le uniche rivolte che puoi scatenare, queste: il non volergli bene. Nonostante siano integrati, ti sorridano, abbiano la faccia giusta, la casa giusta, il vestito giusto e tutto fatto bene. E tu li bocci. Nonostante tutto questo, e solo perchè non sanno la tua materia.
Non gli vuoi bene, ecco.
E allora sì, si ribellano. Perchè loro hanno dedicato la loro vita intera, ad essere meritevoli di essere voluti bene. Di essere accettati. Di essere accettabili per “l’autorità”.
Sono dei coglioni totali e, nonostante questo, tu li bocci?
Sei una carogna.
E li ferisci, davvero. Loro hanno fatto del loro meglio – anzi no – loro sono stati ciò che meglio potevano.
Il fare non conta più da un pezzo. Qui si giudica solo l’essere. Buono, cattivo, bello, brutto.
I minimi termini dell’essere, appesi al tuo giudizio di Grande Tetta Accondiscendente.
“Dammi ciò che mi serve per amore o per pietà, non perchè io lo meriti.”
E chi ha bisogno di dittature quando ha a disposizione un simile materiale umano, all’entrata delle cabine elettorali?
La democrazia, ecco. Io ho iniziato tutta questa pappardella perchè volevo parlare di democrazia.

Credo di aver vissuto le medesime dinamiche generazionali di Lia. Leggere, ascoltare musica, capire, prendere posizione era fondamentale, che fosse universit?, liceo o addirittura elementari.
Ricordo quando ai tempi della prima guerra del Golfo -quella delle “bombe intelligenti”- la prof di storia e filosofia, Fallaci ante litteram, citava i deliri dell’allora cardinale Biffi e io, dal basso dei miei 6 menomeno, non seppi tenere la bocca chiusa e me ne uscii con un “Biffi ? un deficiente!”, malgrado fossi a perenne rischio bocciatura (vi sfido ad avere voglia di studiare la sbobba che ci propinavano al liceo classico). Per questo me la passai molto male, ma la soddisfazione di non aver lasciato campo libero all’arroganza e alla menzogna compensava tutto.
Questo atteggiamento ha un prezzo, a volte salato, e come dici tu la mia generazione ? cresciuta a Drive In ma anche, qualche anno prima, a Sandokan e Capitan Harlock. Se tu mostri a un bambino la Tigre di Mompracem e il “pirata tutto nero”, questo bambino non potr? che diventare uno che non vede l’ora di linciare il suo prof e che si caccer? nei guai perch? proprio non pu? rinunciare a dire la sua.
Poi per? pi? diventi grande pi? il prezzo da pagare cresce, specie quando si entra nel mondo del lavoro dove il rispetto delle gerarchie e delle regole, per quanto stupide, viene prima, ma moooolto prima della tua curiosit?, capacit? critica e creativit?. Chiarico un momento: non sto dicendo di essere curioso, brillante e creativo, solo che faccio parte di una generazione – nella generazione – che ha creduto e crede che questi siano valori a cui tendere, che l’essere fieri di quello che si fa sia la cosa pi? importante.
Poi per? succede che la ragazza che ai tempi degli studi di scienze politiche ti diceva col massimo candore “io di politica non capisco nulla e non leggo i giornali” abbia trovato oggi un buon lavoro e ben retribuito, mentre tu continui a sbattere da un muro all’altro perch? i tuoi “valori” non servono a un beneamato cazzo.
Se fossi stato bambino ai tempi dei pokemon tutto questo non sarebbe successo….buonanotte
Mah,
il mio professore di italiano era un sinistroide palese, un vero delinquente. Prepotente volgare e arrogante. A volte si chiedeva ad alta voce “ma come mai non interagite con la lezione…. ” E sembrava sincero e accorato… poi quando ad una domanda facevamo un errore BATANG ci umiliava nel peggiore dei modi, ci sfotteva e ci insultava, davanti a tutti, e rigirava il coltello nella piaga. E ci godeva pure! Simpatico eh. Ma non quando se la prendeva con te. A parole era il migliore, alti propositi, ma poi in pratica una vera caccola di uomo.
Tu dici “da ragazzetta li linciavo, i miei prof, se sbagliavano”. Mi chiedo come facevi. Probabilmente avevi dei professori cattolici, o qualunquisti, e perci? repressi e sottomessi. Anche noi avremmo voluto linciarli, ma sul serio, alcuni dei nostri professori. Purtroppo erano di sinistra, o questo ci facevano capire, per cui si portavano dentro l’incazzatura generazionale: il 68 caracollato, il 77 pure. Grandi ideali, ma niente di fatto. Cercavano perci? di cambiare la societ? applicando su di NOI le loro convinzioni, anzi pi? che altro sfogando le loro frustrazioni. Come se ci fosse solo UNA maniera di essere, conseguita attraverso un amoroso e disciplinato ammaestramento. Mica poi tanto diverso dalle suore neh.
Probabilmente voi professori non vi rendete conto del potere che avete. Gli alunni non allineati hanno scuola, famiglia e per finire la vita stessa contro. Come si pu? anche solo pensare di spuntarla? I ragazzi sono molto pi? svegli e intelligenti degli adulti, ma un professore se dice fesserie o se ? svogliato mica perde il posto (oh se solo potesse succedere!).
Un mesto saluto,
m.
Credo che sia una questione di priorit?: io, da ragazzetta, li linciavo, i mie prof, se me ne davano modo. Lo ripeto.
Solo che non mi ponevo problemi di opportunit?.
Non ci pensavo proprio, la mia irruenza me lo impediva.
Se facevano un errore, io mi precipitavo sull’errore e non pensavo ad altro. Ero una piccola arrogante e me ne sono pentita da sola, con gli anni. Quando ho scoperto la nobilt? dei limiti e delle fragilit? degli esseri umani. Quando mi sono accorta che sbagliavo anch’io e, di conseguenza, sono diventata grande.
Per?, all’epoca, la mia priorit? consisteva nel non soccombere a nessun principio di autorit? che non mi convincesse sul campo. Avevo fame di diritti e di persone a cui dare la mia stima perch? se l’erano guadagnata, non gratis.
E mi ? capitato raramente di doverlo scontare: una volta, allo IULM di Milano. Tutto qui.
Tolte eccezioni che si contano sulle dita di un piede, i prof non personalizzano con gli studenti. Se sai le cose, ti promuovono. Se non le sai, ti bocciano. Se li contesti sapendo di cosa stai parlando, ? probabile che ti diano 10. Se imprechi a mezza bocca senza il coraggio di intervenire, ? probabile che ti considerino un pirlotto. Se li contesti sparando cazzate, beccherai una badilata di mazzate per imparare a stare al mondo, ma poi finisce l?.
Io sono sempre stata licenziabile, non sono mai stata di ruolo.
Il fatto che gli studenti sopravvalutino il potere altrui e che siano pronti a prostrarsi davanti ed esso senza porsi nessuna domanda (o che ragionino in termini di licenziabilit? altrui – quindi di appello all’Imperatore, al potere successivo – invece che facendo appello alle proprie armi) ? esattamente una delle preoccupanti cose che cercavo di dire.
Sei una fascistella.
Ridicolizzi quelli sui quali pensi di avere del potere. Li minacci.
Poi ti stupisci se non capiscono la tua saggezza e non riconoscono in te una Maestra di vita.
Ottima analisi della stato delle cose, difficile non darti ragione, solo che limitandoti a parlare delle conseguenze senza affrontare le cause il tutto sa un p? di discorso del tipo “non ci sono pi? le mezze stagioni”.
Cio?, visto che i ragazzi sono sempre gli stessi adesso cos? come 30 anni fa e che non risultano in circolazione strane malattie che causano il rincoglionimento precoce, viene da chiedersi cosa vi sia di differente rispetto ad allora, e la risposta non pu? che essere una sola: la societ?, intesa come gli individui che gravitando attorno al bambino-ragazzo-uomo contribuiscono a formarne il carattere.
Ed ? qua che la storia si fa interessante.
Il punto ? che le persone che hanno “prodotto” un simile materiale umano sono praticamente le stesse che negli anni sessanta/settanta volevano con le loro idee cambiare il mondo, l’archetipo dello studente arrabbiato che non fa sconti a chicchessia in cui riconosci la te stessa di qualche anno fa, e che adesso magari si ritrova con una figlia adolescente che come massima aspirazione nella vita sogna di diventare una velina.
Ecco, forse ? da qui che bisognerebbe iniziare ad affrontare il problema, non per lapidare nessuno ma semplicemente per capire ed imparare dagli errori propri e degli altri, cosa che considerato i tempi che stiamo vivendo, sarebbe gi? un gran bel passo avanti.
Io, a tredici anni, ho letto Il vecchio e il mare. Sbagliato? Non per sembrare intelligente. Sbagliato? Mi piaceva (l’ho letto due volte di seguito, per la verit?). Oltre a Topolino, ovviamente. E a Nembo Kid.
Drive in: qualcosa mi faceva ridere qualcosa no. Quando era no, cambiavo canale o spegnevo la TV.
Anch’io ho allievi simpatici o antipatici, belli o brutti, gentili o scurrili, ma rarissimamente queste “divisioni” teoriche (o istintive) coincidono con le capacit? e la volont?.
No, non mi viene mai in mente di inventarmi le materie (anche perch? diventerebbero pericolosi), e quando sbagliano a prendere appunti mi rendo conto di non essermi spiegato bene.
E mi piacciono le loro domande provocatorie.
Ommadonna: chi ho minacciato??? (Non mi posso lasciare sola un attimo.)
S?, ? un post abbastanza da “non ci sono pi? le mezze stagioni” e lo sto rileggendo con un certo cipiglio.
Io per? non ci sono stata, negli anni che da un clima hanno condotto a un altro. Mi sono persa dei pezzi. In realt?, tutte ‘ste cose le ho sempre viste un po’ da straniera.
Da tempo mi sono fatto la convinzione che siamo in un’epoca decadente, condivido le tue opinioni. Secondo me ? una delle cause/effetti della decadenza, e temo andr? sempre peggio.
Andrea
io ho un fratello di 13 pi? piccolo di me e quanto ha raccontato lia non ho bisogno di andarlo a cercare indietro nella memoria.. basta che mi confronti con lui.. solo una generazione.. stessi genitori.. stesso ambiente familiare.. nessun trauma o presunto tale, tipo separazioni.. stesso tipo di scuola… tutto identico eppure siamo assolutamente diversi, quanto di pi? diverso ci sia.. ed ? come dice la prof., purtroppo oserei dire.. a questi ragazzi collegare il cervello proprio non interessa.. magari sanno tutti i trucchi per il perfetto funzionamento del pc.. ma l’unico libro che hanno letto ? lo hobbit (almeno quello grazie a dio) ed ? triste.. che non conoscano il sapore e l’odore di un libro.. che siamo perennemente in lite con la nostra grammatica perch? tanto la scuola ? solo un modo per trascorrere parte della giornata.. un ragazzino di 16 anni mi fece un discorso che mi lasci? stupita “ci sono delle bellissime ragazze.. peccato che quando aprono la bocca vengano i brividi” lo ascoltavo e pensavo “ma allora non tutto ? perduto” poi rimasi gelata dal seguito “se parlerebbero meglio” (sic)
ma vi assicuro che ? un ottimo ragazzo: gelatinato, jeans a vita bassa e gamba larga, orecchino.. e, l’ho visto con i miei occhi, “acchiappa” come pochi.. come fai a non volergli bene?
Vabbe’, AC, ma di che stiamo parlando?
Cose ovvie: se tutta la classe sbaglia a prendere appunti, io mi sono spiegata male. Se li sbaglia solo Tizio, ? Tizio che li ha presi male. C’? bisogno di dircelo?
Un progressivo rimbambimento della popolazione scolastica nazionale ? stato segnalato mille volte, da chi si occupa di scuola.
A me non interessa parlare specificamente di scuola, qui. Prendo la scuola ad esempio di un rimbambimento e di una perdita di spirito critico che considero pi? generali.
P.S. Le domande provocatorie degli stud piacciono a tutti.
Ma tu non ne fai mai, a loro?
Bocciali.
Inoltre, Lia, affermi: “Quando io ero ragazzina era di moda essere intelligenti.” E’ la spiegazione stessa del fenomeno che denunci! Al tempo che descrivi era facile fare gli intellettuali perch? il clima era quello. Tutto promuoveva quel tipo di stile (anzi per infierire dir? LIFE-STYLE :D ). Giornali, eventi quotidiani, interazione con le persone…. Il ragazzino non faceva altro che cavalcare l’onda. Ora, probabilmente a causa del maggior benessere diffuso, l’onda ? cambiata. E’ tempo di cellulari e playstation, ed in un certo significa anche spassarsela, non trovi? Non si pu? mica sempre essere in tensione. Anzi credo che sia un fenomeno storico, quello di alternare periodi di tensione e incazzatura a languide mollezze. Trovo che sarebbe molto pi? difficile per un ragazzino *ora* studiare il Capitale (ma perch? farlo, poi? te la danno se sai il Capitale?) o al tempo che descrivi occuparsi di frivolezze (“Se sbagliavi le risposte eri un paria”). Affermare insomma la propria individualit?, qualunque sia il prezzo. Io trovo molto pi? lodevole questo, ad esempio.
La domanda che serpeggia nel thread per? penso sia questa: “E’ la cultura un valore assoluto? Sono le nozioni un valore assoluto?”.
scusa, max, ma a me sembra che qui non si parli di cultura ma pi? gravemente di valori… la cultura era un valore proprio perch? c’erano dei valori.
ora i valori non ci sono pi? (il consumismo volgare non pu? essere visto come un valore da nessuno, credo)…
un valore ? quanto ti rende migliore e ti spinge a vivere una vita degna di essere vissuta, poco importa se come “pastore errante dell’Asia” o come ragazzino nell’Isola di Arturo o come pensatore o scienziato o poeta… o come semplice persona curiosa del mondo, dell’amore e della vita.
questo spiega perch? c’? sicuramente meno idiozia in paesi pi? poveri dell’Italia come il maghreb: l? la vita non si confonde con l’ultimo modello di autovettura o di cellulare…
qui, spiace dirlo, si soffoca sotto una marea di cazzate futili, e nemmeno belle… rilegettevi Pasolini e capirete.
Questo eccellente post descrive in modo egregio lo stato attuale delle cose. Ma come diceva qualcuno pi? su, occorre interrogarsi sulla ragione delle cose. Tu consideri il fatto che i giovani non leggano e il fatto che subiscano passivamente l’autorit? dei loro insegnanti, e poi dei loro padroni, come due sintomi di uno stesso problema generazionale. Io penso invece che quello che crea questa passivit? ? appunto il fatto di non leggere. Meno si legge, e meno si ha spirito critico; di questo me ne rendo conto perch? i miei genitori avendomi insegnato a leggere molto sin dalla pi? tenera et?, questo spirito critico l’ho sviluppato, contrariamente alla maggior parte dei miei coetanei. Quindi da sempre ho corretto i miei professori quando facevano errori, e oggi, al liceo, i miei compagni mi incaricano spesso di scrivere lettere al preside o di intervenire quando ci sono problemi, e cos? via. Dunque, secondo me, questa passivit? che descrivi tu non ? una inevitabilit? legata al cambio di generazione. E la colpa di questo problema non ? da attribuire ai giovani, bens? ai loro genitori. Poi naturalmente ci si potr? interrogare sul perch? i genitori non istruiscano correttamente i loro figli; e qui si parte in discorsi sul ’68 ecc. che non sono in grado di svolgere. Comunque, quando il popolo ? composto da ignoranti, ? difficile raggiungere la democrazia. Lo ha capito Berlusconi, che diceva: “Ricordatevi: repetita juvant. Il discorso deve essere sempre lo stesso. Il pubblico che vi guarda in tv ha si e no la seconda media, e neppure fatta stando sempre al primo banco. Alla fine sa dire al massimo: questo mi piace e questo non mi piace”
Non darei la croce addosso agli studenti, che non fanno altro che assorbire e riflettere “valori” o “disvalori” dell’ambiente in cui vivono, principalmente quello familiare. Quando arrivano alle superiori i danni sono gi? stati fatti e si pu? fare ben poco per rimediare. Bisognava intervenire prima, sui genitori.
Io cercavo di dire che una popolazione completamente disabituata a pensare ? pericolosa, nelle cabine elettorali.
E che non sanzionare socialmente l’eccesso di sciocchezze ? una scelta suicida, in democrazia.
Credo.
Non condivido che ci sia un rimbambimento generale. S?, hai ragione, spesso sono ovvio.
Domande provocatorie agli studenti? Spesso (la loro carriera poi, dipender? molto da vere provocazioni).
Un abbraccio,
angelo
Questo articolo di oggi su Repubblica conferma in pieno la tua descrizione, Lia:
http://www.repubblica.it/2004/i/sezioni/cronaca/mtvindagine/mtvindagine/mtvindagine.html
E vedo lo stesso nella mia famiglia, constatando le differenze tra me (e mia sorella) e mio fratello di quattordici anni pi? giovane di me. Se fosse un problema familiare, Kafir, non si dovrebbero notare tali differenze all’interno della stessa famiglia. ? proprio un problema sociale, di rimbambimento generale causato, credo, principalmente dal bombardamento della TV-spazzatura berlusconiana e simile (anche la RAI ormai produce tanta spazzatura).
ti adoro.
mi piacerebbe fossi stata una mia professoressa, almeno ci saremmo incazz, ahem adirate insieme.