
Tra i commenti a questo post, ce n’è uno di Marco Rognoni che mi segnala una canzone di Roger Waters (ex Pink Floyd).
Si intitola “Leaving Beirut“.
Si può ascoltare in streaming qui: http://www.roger-waters.com/
Il testo della canzone è qui: http://www.roger-waters.com/lyricsbeirut.html
Il testo è davvero notevole.
E la riconosci, l’esperienza che racconta. Se conosci ‘sti posti, la riconosci perfettamente.
Una si è commossa anche un po’, vabbe’.
Grazie, Marco.
(E grazie anche a Radio Poldino, su MacchiaRadio, e a Mauro Biani, con il quale è un piacere condividere le scoperte musicali.)
Are these the people that we should bomb
Are we so sure they mean us harm
Is this our pleasure, punishment or crime
Is this a mountain that we really want to climb
The road is hard, hard and long
Put down that two by four
This man would never turn you from his door
Oh George! Oh George!
That Texas education must have fucked you up when you were very small
AGGIORNAMENTO:
Mi sono presa la briga di tradurre in italiano il testo della canzone.
Volendo, lo trovate qui nel “Continua”.
L’ho tradotto perchè ciò che Waters racconta non è né più né meno che ciò che succede, oggi come ieri, ad ogni stupefatto straniero disposto ad entrare in contatto con la gente, in un paese arabo.
E’ successo a Pfaall, che lo racconta qui.
E’ successo a me, succede a tutti: è il nostro choc davanti alla gentilezza, alla dolcezza, all’ospitalità di gente che possiede infinitamente meno di noi.
E’ uno dei motivi per cui chi conosce questi luoghi e sa guardare e sa provare empatia, finisce con l’innamorarsene: si riscopre l’ebbrezza della gratitudine, qui.
Questo blog, insomma, proprio non poteva non pubblicarla, la più classica delle fotografie di un europeo in Medio Oriente.
La traduzione è fatta al volo con l’unico ausilio di un dizionarietto tascabile.
Non pretende di essere perfetta nè curatissima: il 2×4, per esempio, l’ho lasciato com’era, ché altrimenti avrei perso un’ora a capire cosa diamine fosse, esattamente.
Suggerimenti e puntualizzazioni sono i benvenuti, quindi.
Lasciando Beirut
E così Willa ed io lasciammo Beirut.
Lui si diresse ad Est, verso Baghdad e tutta quella zona.
Io andai a Nord.
Camminai per 5 o 6 miglia, fino all’ultimo lampione
e trascorsi un bel pezzo di serata sul marciapiede
col pollice in fuori
senza grandi speranze, verso la scalcinata processione del traffico che rincasava.
Vittoria!
Un vecchio microbus Mercedes, l’onnipresente taxi collettivo arabo, si stava fermando.
Mi rovesciai le tasche davanti all’autista e alzai le spalle: “” J’ai pas de l’argent ”
” Venez! ” Una voce quieta dal sedile posteriore.
L’autista si sporse stancamente ad aprirmi lo sportello di dietro.
Mi chinai a guardare i due uomini seduti dentro:
uno in giacca e cravatta, con gli occhiali, i baffi, irritato, distante, in ritardo.
L’altro, quello che aveva parlato,
fragile, sui 55 anni, calvo, smunto, con una camicia azzurra a maniche corte
e una biro nel taschino davanti.
Un impiegato, forse, come affondato nel sedile.
“Venez!” ripeté sorridendo.
“Mais j’ai pas de l’argent”
“Oui, Oui, d’accord, Venez!”
(E’ questa la gente che dovremmo bombardare
Siamo così sicuri che vorrebbero farci del male
E’ un nostro piacere, punizione o crimine
E’ questa la montagna che davvero vogliamo scalare
La strada è dura, dura e lunga
Metti giù quel 2×4
quest’uomo non ti scaccerebbe mai dalla sua porta
Oh, George!
Quell’educazione texana deve averti fottuto quando eri molto piccolo.)
Mi fece cenno di salire con un breve movimento artritico della mano
le dita unite, come nel gesto di un bambino che saluta
L’autista mise la mia vecchia chitarra Hofner nel portabagagli, assieme al mio zaino
e partimmo.
” Vous etes Francais, monsieur? ”
” Non, Anglais ”
” Ah! Anglais ”
” Est-ce que vous parlais Anglais, Monsieur? ”
“Non, je regrette”
e così via.
Chiacchierando del più e del meno tra estranei; il suo francese, da straniero ma corretto.
Il mio, esitante ma desideroso di risultare gradevole.
Un passaggio è un passaggio, dopotutto.
I baffi in ritardo ci lasciarono bruscamente
e qualche miglio dopo la macchina rallentò ad un incrocio illuminato da un’unica lampadina,
sobbalzò curvando ad U e si fermò in una nuvola di polvere.
Aprii lo sportello e scesi
ma il mio benefattore non fece cenno di seguirmi.
L’autista posò la chitarra e lo zaino ai miei piedi
e scacciando con un gesto i miei ringraziamenti tornò al portabagagli
per poi riapparire con un paio di stampelle metalliche
che appoggiò alla ruota posteriore della Mercedes.
Si chinò nella macchina e ne tirò fuori il mio compagno.
Solo una gamba; la seconda gamba del pantalone era ordinatamente appuntata sotto un fianco vuoto.
” Monsieur, si vous voulez, ca sera un honneur pour nous
Si vous venez avec moi a la maison pour manger avec ma femme ”
(Quando avevo 17 anni, mia madre – bontà sua – fece che il mio sogno estivo si avverasse:
mi diede le chiavi della macchina.
Guidammo fino a Parigi, pieni di Dexedrina e alcool,
fummo beccati dalla polizia ad Antibes
e, a Napoli, gli italiani del cavolo ci ripulirono.
Eppure tutti erano gentili con noi, eravamo i ragazzi inglesi.
I nostri padri li avevano aiutati a vincere la guerra
quando tutti sapevamo per cosa si combatteva.
Adesso, invece, un inglese all’estero è solo uno zimbello degli americani
Il bulldog è un barboncino che scatta attorno all’ultimo rifugio del furfante.)
“Ma femme”, grazie a Dio! Sciancato ma non frocio.
Il taxi si allontanò lasciandoci nella debole luce della tremolante lampadina.
Nessun edificio in vista.
E vabbe’.
“Merci monsieur”
“Bon, Venez!”
La contentezza disegnata sul volto, si incamminò davanti a me
dondolando la gamba tra le stampelle con straziante attenzione
su per la strada polverosa, nel buio.
Dopo mezz’ora avevamo fatto forse mezzo miglio
quando riconobbi a destra il profilo basso di un edificio.
Chiamò annunciando in arabo il nostro arrivo
e, dopo un po’ di trambusto, una luce si accese all’interno
L’angolo di luce che cambiava, nell’ampio spazio tra la porta e il suolo,
segnalò che qualcuno si avvicinava.
La porta si aprì ed ecco apparire, con in mano una biblica lampada ad olio,
una donna tarchiata, baffuta, china a sorriderci.
Si fece di lato per lasciarci passare e, quando si girò,
vidi il motivo del suo stare china.
Aveva sulla schiena una gobba impressionante.
Annuii sorridendole per salutarla, sforzandomi per mantenere il controllo.
La dolcezza tra l’uomo senza una gamba e la sua mostruosa moglie
era troppo, per me.
(La dolcezza è troppo, per noi
la dolcezza dovrebbe essere accompagnata dall’empatia
ci dispiace per il bambino di qualcun altro
ogni volta che una bomba intelligente sbaglia i calcoli
il figlio di un estraneo muore e le azioni della difesa aumentano
America, per favore, stacci a sentire quando ti chiamiamo
hai l’hip-hop, il be-bop, il divertimento
hai Atticus Finch,
hai Jane Russell,
hai libertà di parola,
hai grandi spiagge, deserti e centri commerciali
non permettere che i potenti, la destra cristiana, fottano tutto
per te stessa e per il resto del mondo.)
Parlarono eccitati
Lei fece per prendergli le stampelle, come in un’attenzione di routine
e lui la sgridò, gesticolando: “Abbiamo un ospite!”
Lei, imbarazzata per l’errore commesso, prese le mie cose e le poggiò delicatamente in un angolo:
“Du the?”
Ci sedemmo su dei cuscini sottili in un angolo dell’unica stanza
Il suolo era di terra battuta e, accanto a una parete, era stata costruita una piattaforma
di circa sei piedi per quattro coperta da un semplice lenzuolo: il letto.
La donna gobba armeggiò con una piccola teiera di rame in un forno scoperto
e ci portò il tè, caldo e dolce.
E così per la cena: pane piatto, non lievitato, sottile
cucinato in un padellino di ferro sulla fiamma del forno
e poi ripiegato e intinto nelle soffici interiora di un riccio di mare.
La mia anfitriona non mangiò: io mangiai la sua cena.
Non volle ascoltare ragioni, io ero il loro ospite.
E poi si ritirò dietro una tenda
lasciando gli uomini seduti a bere bicchierini di Arak
versati con attenzione da una piccola bottiglia dall’etichetta sbiadita.
Dopo poco riapparve, raggiante
portando tra le braccia il loro orgoglio e la loro gioia, il loro bambino.
Non avevo mai visto uno strabismo come quello
talmente forte che, mentre un occhio, ti guardava, l’altro spariva dietro il naso.
(Non in mio nome, Tony, grande leader guerriero,
il terrore è sempre terrore, chiunque ne stabilisca le regole
La Storia non è scritta dagli sconfitti o dai dannati
Noi ora siamo Gengis Khan, Lucrezia Borgia, il Figlio di Sam.
Nel 1961, loro accolsero questo ragazzino in casa loro.
Mi chiedo cosa ne fu di loro, in quel calderone che era il Libano.
Se li ritrovassi, potrei rimediare?
Come finisce la storia?)
E poi a letto. Io, non loro.
Loro, ovviamente, dormirono a terra dietro la tenda
mentre io rimasi sveglio tutta la notte nel loro letto di mattoni.
E poi venne l’alba e poi i loro movimenti silenziosi
attenti a non svegliare l’ospite.
Sbadigliai ostentatamente
e presi la bacinella di acqua tiepida che mi offrivano e mi lavai
e sorseggiai il mio caffè nella sua minuscola tazzina
e poi, con molti “merci” e inchini e strette di mano
lasciammo la donna alle sue faccende
e noi uomini tornammo all’incrocio.
La dolorosa lentezza del nostro procedere era accentuata dalla lucentezza del mattino.
Il microbus riapparve secondo il suo orario
e il mio ospite mi diede una stampella e, appoggiandosi all’altra,
mi strinse la mano e sorrise.
“Merci, monsieur,” dissi.
” De rien ”
” And merci a votre femme, elle est tres gentille ”
Cedendo la sua altra stampella, si lasciò rimettere sul sedile posteriore
“Bon voyage, monsieur,” disse.
e rimase girato a metà mentre il taxi si avviava a sud, verso la città.
Io mi diressi a nord, con la chitarra in spalla
e il primo soffio caldo di vento
asciugò in fretta le lacrime salate dalle mie giovani guance.

Ciao Lia, che piacere mi fa questo post :-)
roger waters ? un poeta che potrai amare anche in “amused to death”, uno splendido disco, musicalmente e liricamente.
“Can’t you see
It all make perfect sense
Expressed in dollars and cents
Pounds shillings and pence”
“We were watching TV
In Tiananmen Square
Lost my baby there
My yellow rose
In her bloodstained clothes
She was a short order pastry chef
In a Dim Sum dive on the Yangtze tideway
She had shiny hair
She was the daughter of an engineer
Won’t you shed a tear
For my yellow rose”
three wishes
“Reached back for the bottle
And rubbed against the lamp
Genie came out smiling
Like some Eastern tramp
He said hey boy what’s happening
What is going on
you can have three wishes
If you don’t take too long
I said well
I wish they all were happy in the Lebanon
Wish somebody’d help me write this song
I wish when I was young
My old man had not been gone
Genie said consider it done
There’s something in the air
And you don’t know what it is
You see someone through a window
Who you’ve just learned to miss
And the road leads on to glory but
You’ve used up your last wish
Your last wish
And you want her to come home
Bring her home
Genie said I’m sorry
But that’s the way it goes
Where the hell’s the lamp sucker
It’s time for me to go
Bye
There’s something in the air
And you don’t know what it is
You see someone through a window
Who you’ve just learned to miss
And the road leads on to glory but
You’ve used up your last wish
Your last wish
And you want her to come home”
the bravery of being out of range
You have a natural tendency
To squeeze off a shot
You’re good fun at parties
You wear the right masks
You’re old but you still
Like a good laugh in the locker room
You can’t abide change
You’re at home on the range
You opened your suitcase
Behind the old workings
To show off the magnum
You deafeted the canyon
A comfort a friend
Only upstaged in the end
By the Uzi machine gun
Does the recoil remind you
Remind you of sex
Old man what the hell you gonna kill next
Old timer who you gonna kill next
I looked over Jordan and what did I see
Saw a U.S. Marine in a pile of debris
I swam in your pools
And lay under your palm trees
I looked in the eyes of the Indian
Who lay under on the Federal Building steps
And through the range finder over the hill
I saw the frontline boys popping their pills
Sick of the mess they find
On their desert stage
And the bravery of being out of range
Yeah the question is vexed
Old man what the hell you gonna kill next
Old timer who you gonna kill next
Hey bartender over here
Two more shots
And two more beers
Sir turn up the TV sound
The war has started on the ground
Just love those laser guided bombs
They’re really great
For righting wrongs
You hit the target
And win the game
From bars 3,000 miles away
3,000 miles away
We play the game
With the bravery of being out of range
We zap and maim
With the bravery of being out of range
We strafe the train
With the bravery of being out of range
We gain terrain
With the bravery of being out of range
With the bravery of being out of range
We play the game
With the bravery of being out of range”
“Doctor Doctor what is wrong with me
This supermarket life is getting long
What is the heart life of a colour TV
What is the shelf life of a teenage queen
Ooh western woman
Ooh western girl”
http://pinkfloydhyperbase.dk/solo/amused.htm#THE%20BRAVERY%20OF%20BEING%20OUT%20OF%20RANGE
scusa l’ invasione, eventualmente cancella, ? che hai sfondato una porta aperta… ;-))
ciao..
Mi inchino a Roger Waters!
Ciao Lia.
Secondo il Garzanti, “two by four” significa “piccolo, ristretto, limitato, insignificante”. E’ usato nello slang colloquiale americano.
NON dovrebbe significare “doppietta” come in quest’altra traduzione del brano:
http://www.cymbaline.it/Waters.htm
che ho visto qualche giorno fa.
bello!
1. two-by-four — a timber measuring (slightly under) 2 inches by 4 inches in cross section.
http://www.cogsci.princeton.edu/~wn/
A proposito: ciao, antagonista preferita! :-) (http://quablog.splinder.com/1098381228#3207291)
dear ole roger, era dai tempi di the final cut che non scriveva una canzone apertamente anti-west, quella volta ce l’aveva con margareth tatcher (maggie what have we done to deserve all this?), questa volta se la prende direttamente col presidente degli stati uniti. credo che essere un pink floyd serva appunto a poter fare questo. per? ricordiamolo: roger waters – che ? un genio – ? anche un paranoico egomaniaco che fa quello che fa in primo luogo per se stesso. good ole roger, non ? colpa sua, noi lo amiamo lo stesso. quasi quanto si ama lui.
s?, per alcuni i pink floyd sono una religione. e comunque lo sono veramente.
ciao.. sono andata a vedere un film che ti piacerebbe, ma non so se lo passano dalle tue parti: Asshak, Tales from the Sahara… ? sempre in tema, di gentilezza, di risate e di the versato bollente :-) Bonnes choses Lia :-)(e grazie per la possibilit? di postare commenti)
e non deve essere un caso che il piu’ famoso disco pirata dei Pink, edito nel 71, porta il titolo di….. Omayyad!
(ovviamente ha a che fare in modo misterioso coll’omonimo califfato di damasco)
un saluto a tutt* quant* l’hanno ascoltato e amato
Grazie Lia! La seguo da tempo, ma ? la prima volta che commento. Le sue cronache e testimonianze sono davvero preziose. Buona notte!