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Concerto dei Radio Tarifa e di Naseer Shamma, ieri sera alla Cittadella.

E d’accordo che lo scenario era suggestivo: sei a casa di Saladino, all’aperto, con lo spicchio di luna da Ramadan sulla testa e Il Cairo ai tuoi piedi.

D’accordo anche che i Radio Tarifa sono caldi e coinvolgenti specie se, come è ovvio che sia, questo blog è facilmente emozionabile dalle cose di Spagna e comunque è bella, la triangolazione tra la tua ispano-napoletanità, questo suono flamenco tesissimo che sale e il boato finale dell’applauso e delle grida entusiaste di tutte le testoline in hijab attorno a te.

Va bene tutto, insomma: ma che io sia uscita dal concerto, ieri sera, in piena crisi mistica nei confronti di Naseer Shamma che, tra parentesi, è senza dubbio l’uomo più bello del mondo, non può essere imputabile solo a uno scenario propenso a farti emozionare.

Naseer Shamma è considerato il più grande liutista vivente, è iracheno, ha studiato a Bagdad ed ora vive e insegna al Cairo, dove ha fondato un’importantissima scuola di liuto.
Lo vedi arrivare sul palco a metà concerto e, mentre i Radio Tarifa stanno là tutti dinoccolati, in maglietta e jeans, lui ti appare di un’eleganza che, lì per lì, ti spiazza come un’incongruenza.
E non è per il pantalone nero perfetto o per la bella giacca crema, formale come quando gli arabi ritengono di volere essere formali.
E’ proprio lui che, nei gesti, nell’espressione, nel portamento, nei lineamenti del volto – magro, la fronte ampia e dritta, il naso drittissimo, la barba corta – nel sorriso gentile e pulito – un sorriso che, negli adulti, io ho visto solo in Medio Oriente – è un re.
Sembra sbucato, una reincarnazione dopo l’altra, dal Regno di Babilonia così come te lo immagini e pensi che, allora, dovevano avere esattamente la stessa faccia.
Che ci posso fare: due riflessioni sul concetto di “purezza di sangue”, a guardare quest’uomo, ti vengono naturali.
Ed è un peccato che le fotografie non gli rendano giustizia: del resto, un re lo noti meglio da vicino.

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Ho visto che ha suonato di recente a Roma: girando in rete, ho trovato quest’articolo di Marco Hamam che lo descrive musicalmente molto meglio di quanto non possa fare io.
Da leggere, anche, la descrizione di «Haditha fi l-‘Amriyye», La strage di ‘Amriyye.

Fu scritto durante la Seconda Guerra del Golfo del ’91 e in particolare dopo una tragedia di cui furono vittime 403 persone, tra cui centinaia di bambini. Ad l-‘Amriyye, un quartiere periferico di Baghdad, c’era un rifugio.
Nonostante fosse nota a tutti la sua presenza, l’aviazione americana lo bombardò dando vita ad un inferno.

Il maestro precisa che c’era anche lui.

«Ho scritto questo brano sperando di non doverlo mai più risuonare, sperando che l’Iraq non avrebbe più dovuto vivere quello che ha vissuto quella notte. Ma purtroppo il mio paese ha visto nuovamente la morte».
Ed ecco che, col suo liuto, ci regala l’ultimo gioiello. Chi non ha mai sentito questo brano avrà difficoltà ad immaginare cosa significa. E’ l’essenza stessa della musica di Shamma, di questa ‘musica pittorica’; il liuto di Shamma, non solo riesce a rappresentare in musica le emozioni umane, ma riesce anche a ricreare, a dipingere con le note, suoni della vita reale innestati in un contesto musicale classico.
La strage di ‘Amriyye traduce sullo spartito il racconto di quella triste notte.
Dapprima gli scherzi e i giochi dei bambini, misti alla paura dei genitori, riprodotti con toni scherzosi e note di tonalità alta. Poi, d’improvviso un taglio deciso, che dà inizio alla tragedia. L’allarme dell’antiarea che era risuonato pochi minuti prima del vile bombardamento, viene riprodotto da Shamma salendo e scendendo sulla quarta corda.
Dopodiché il panico. La paura prende il sopravvento e la musica si fa rapida e convulsa, l’immagine che si para davanti agli occhi è quella di gente in preda al panico, che corre da un angolo all’altro del rifugio sperando di non essere presi di mira.
Poi le note lasciano per un attimo lo stato d’animo dei rifugiati e si concentrano sullo sciame della morte. Nuovamente, in maniera sorprendente, accarezzando magistralmente le corde, Shamma rievoca il suono dei caccia che si avvicinano al rifugio da lontano, facendosi via via sempre più vicini, sempre più vicini fino a che, colpendo decisamente le corde, il maestro simula il momento in cui gli aerei scaricano le bombe sul rifugio, una dopo l’altra, aereo dopo aereo. Dopo il climax il dito di Shamma riproduce l’aereo che si allontana, piano piano, fino a non essere più udito.
Poi la quiete. La mano si assesta sulle corde che tocca lentamente, il liuto proietta davanti ai nostri occhi la distruzione e il silenzio dei morti.
Ma la speranza del maestro, come degli iracheni, era che questo non riaccadesse.
Per questo il pezzo si conclude con un allegro, note di speranza che fanno presagire un futuro di pace e tranquillità. Che sembra non voler mai arrivare.

Incanta, Naseer Shamma.
Con la moschea di Mohammed Alì alle spalle, Il Cairo ai piedi e questo liuto miracoloso, ti fa sentire una formichina davanti a un intero mondo rispetto al quale sei un’analfabeta, la minuscola rappresentante di un mondo barbaro.