Eravamo a questo iftar (quando finisce la giornata di digiuno in Ramadan e si mangia e si fa festa) ad Heliopolis, vicino all’aeroporto, e la signora dell’ambasciata Tale ci diceva che lei ci sarebbe andata, al funerale di Arafat, ma che non esisteva nessuna possibilità di andarci se non si era rappresentanti di qualche governo.
E che lo avrebbero fatto in una struttura militare, il funerale ufficiale, chiudendo al traffico le strade circostanti. Amen, quindi.
La TV accesa mostrava il saluto della Francia alla salma e l’aereo che decollava mentre in Francia era ancora giorno.
Al Cairo era sera, intanto, e dalla finestra vedevamo atterrare gli aerei e ciascuno di essi avrebbe potuto essere quello a cui stavamo pensavando.
Nessuna informazione in TV: niente orari, niente luoghi, nessuna voglia di correre il rischio di vedere formarsi una folla.
Usciamo avvilite, io e la collega, con l’aeroporto alle nostre spalle e la voglia di esserci in qualche modo, in ciò che sta accadendo, e ci incamminiamo verso lo Sheraton che è lì accanto e che, sicuramente, sarà il punto di raccolta di tutte le delegazioni in arrivo.
Certe volte una è ragazzina pure se ha 40 anni, e sennò non starebbe in Egitto.
Le strade attorno allo Sheraton sono chiuse, c’è solo polizia. Un poliziotto ci vede e viene allarmato verso di noi. Noi alziamo il volume della nostra conversazione in spagnolo, oltrepassiamo il poliziotto – una da destra e l’altra da sinistra – come se fosse trasparente e proseguiamo. Il poliziotto affronta l’umiliazione continuando a camminare verso un punto indefinito – avrà pensato che eravamo importantissime ospiti dello Sheraton, per ignorarlo così – ed è fatta: siamo dentro ed è ancora presto, abbiamo tutto il tempo che ci serve per impossessarci del territorio.
Il bello dell’Egitto è che tra expat si chiacchiera: al pub, due europei dell’aeroporto ci dicono che la salma arriverà alle 10 e che la porteranno nella caserma lì accanto. Nessuna possibilità di andare, la zona sarà totalmente chiusa. I due – peraltro assai ubriachi – ci dicono che tra un po’ chiuderanno del tutto pure la zona dello Sheraton, sta arrivando mezzo mondo da 40 paesi: “Verso le 10 non sarà più possibile uscire da qui, o sarà carissimo. Metà delle delegazioni verranno qui, l’altra metà al Marriott. E’ come dividere le uova in due ceste: se te ne cade una, c’è sempre l’altra.” Noi brindiamo a che non cada la cesta in cui ci siamo intrufolate.
Ai telefoni ascolto, involontariamente, la conversazione di un’italiana: “Sì, ci hanno fatto atterrare e non possiamo ripartire perchè c’è il funerale di Arafat. Siamo in un albergo a 5 stelle – Antonio, che paese è? – ah, sì, Il Cairo. Domani andiamo in Israele, ad Amman. Ad Amman, sì, Israele.”
Una finestra sul mio Occidente, e la richiudo di corsa per cercare un’altra birra.
L’immenso atrio dello Sheraton di Heliopolis ospita un bar con i tavolini. Seduto ad uno di essi c’è uno che ci fulmina, letteralmente: noi siamo ormai in avanzato mood-birretta e lui è un arabo giovane, con kefia laica al collo e l’aria di uno con cui ti viene voglia di correre a fare amicizia, pure a costo di incespicare. E’ con un amico.
Dalla postazione “Prof di lingue in Egitto clandestinamente infiltratesi al ricevimento dei Capi di Stato” parte un bombardamento di sguardi malandrini verso la postazione “Unico palestinese allo Sheraton per il momento, e pure bello.”
Tu mi devi capire: non c’era altro da fare che mettersi a giocare, in una serata così, oppure andarsene a dormire e accendere la TV il giorno dopo.
I neoconi di passaggio lo sanno già, invece, che questo è un blog frivolo, e colgo l’occasione per mandarli caldamente dove sanno loro.
Noi ci siamo piazzate al tavolino accanto al palestinese, intanto, e dominiamo l’entrata dello Sheraton. Con un’altra birra, e intanto l’albergo si scalda, arriva gente, si accendono le telecamere e, dal tavolo palestinese, arrivano segnali di “ricevuto” al nostro frusciar di ciglia e ci mancherebbe altro: stiamo soppiantando la ventilazione dell’albergo, a furia di batterle.
Incontriamo uno dell’ambasciata spagnola. E’ lì per accogliere il ministro degli Esteri.
Ci racconta che non gli hanno dato la chiave della stanza: “Cioè, giuro: hanno detto che non ci davano la chiave se prima non saldavamo il conto! E non ho nemmeno potuto pagare con la mia Visa, ché è la mia personale e andava a finire che mettevano la stanza a nome mio! Dovrà pagare il Ministro, e fino a che non paga è senza stanza!”
La collega gli fa delle foto perchè è elegantissimo, e lui si mette in posa ma non beve la birra perchè è in servizio.
Dal tavolo dei palestinesi ci guardano apertamente, ormai, e noi gli facciamo segno di raggiungerci. Troppo tardi: arriva un gruppo di non so cosa (gente occidentale con kefia e strumenti TV) e li illuminano a giorno, li intervistano e si siedono con loro.
Ci incrociamo vicino ai bagni e ci presentiamo: “Oh, questi amici andranno via presto e vi raggiungiamo”. Altra birra per ingannare l’attesa.
Il fatto è che noi siamo arrivate allo Sheraton prima del grosso della stampa: questo, contrariamente a ciò che uno penserebbe, non è un vantaggio. Vediamo entrare gente che vorremmo fotografare ma non possiamo. Non è normale, che una nella hall si metta a fotografare chi entra, rischiamo di essere cacciate fuori per le orecchie.
Entra una delegazione spettacolare: saranno stati in quindici, con le tuniche bianche bordate in oro, i turbanti bianchi e oro, le sciabole con i foderi d’oro e delle facce bellissime, le barbe corte e perfette e l’aria da imperatori del mondo, e chissà chi diamine sono.
Del Golfo ma, avendo il turbante, saranno del Sud. Yemen? E chi lo sa. Guardiamo la macchina fotografica col cuore spezzato e non osiamo.
Poi passa Javier Solana, ma è molto meno bello.
Ed altri occidentali, ma io non ho la TV e mi accorgo che le loro facce mi sono familiari perchè le ho viste caricaturizzate nelle vignette ma non riesco ad associarle a un nome. Non in fretta, almeno.
Poi altri del Golfo, ma ormai è arrivata la stampa e quindi pure noi possiamo fare foto e una è qui sopra, ed è perchè la collega, a questo punto, si è lanciata nel marasma.
Ci divertiamo come due bambine.
Intanto, il nostro palestinese è la star della serata: tutti a fotografarlo, tutti a intervistarlo e lui che ci sbircia, tra un impegno e l’altro, e ride facendoci cenno di avere pazienza.
Finalmente arrivano, lui e l’amico.
L’amico è egiziano e gli fa da anfitrione. Lui è un mistero.
“Ma chi sei?”
“Sono palestinese, qui per il funerale.”
“Sei un diplomatico?”
“Lo ero.”
“Ma di dove sei?”
“Sono, ah, di Gaza. Ma ho casa anche al Cairo, ho vissuto in Libano, in Giordania, in Inghilterra…”
“Bella kefia!”
“Te la vorrei regalare, ma a me l’ha regalata Arafat e per questo la indosso stasera.”
“Ma sei della delegazione?”
“Lo ero.”
“Ma sei dell’Autorità?”
“Lo ero.”
“Ma quanti anni hai?”
“34.”
“Gessù.”
Arriva qualcuno e lui ci saluta un attimo. E qui impazziscono le telecamere (ormai ne sono arrivate a decine), i giornalisti si menano ed entrano delle facce arabe vestite normalmente e con l’aria sbattutissima. La dirigenza palestinese? Come giornalista non valgo una cicca, non lo so. Lo suppongo, per logica e per esclusione.
Sta di fatto che il nostro fanciullo li riceve, si baciano e si abbracciano, si aggrega al gruppo e, circondato da un’iradiddio di flash, sparisce con loro nell’ascensore.
Torna dopo mezz’ora.
“Ma chi sei???”
“Nessuno, uno di Gaza.”
“Bevi birra?”
“Sì, ma non ora: facciamo che tra un po’ mi libero e ci mettiamo tranquilli.”
“Ok.”
Se lo riprendono, sparisce di nuovo, lo vediamo apparire e sparire, sospira, ride, noi chiediamo un’altra birra e lo aspettiamo.
Ricompare di colpo, e di colpo pieno di fretta, e ci fa: “Filiamo. Andiamocene adesso. Vi accompagniamo a Dokki e prima ci fermiamo per strada a bere qualcosa, dai.”
Vorrebbero pagarci il conto e glielo impediamo. Imboccano la porta e gli andiamo dietro ma, fatti dieci passi, il disastro: l’intera ambasciata della collega ci taglia la strada.
“Ma che ci fate qua???”
“Uh? Oh, ciao, che bella sorpresa, è arrivato il ministro?”
“No, è andato al Marriott e non lo possiamo nemmeno raggiungere, che fregatura! Ma voi che fate qua a quest’ora?? Beviamo qualcosa!”
“Ah, ehm, pensavamo di andare a bere qualcosa con quel palestinese là…”
Lui è alla porta che ci aspetta e noi non riusciamo a sganciarci: papaveri di ogni grado sono là che trovano divertentissima l’idea di vederci uscire coi palestinesi.
Fuggiamo infine, e a fatica, e i due sono fuori che ci aspettano. In fondo alla scala.
E mentre stiamo per imboccarla, la scala, veniamo raggiunte da un grido: “Ehi, scusate!!!”
E’ una giornalista che stava coi papaveri. “Andate via con i palestinesi???”
“Eh…”
“No, perchè io sono basca, di Euskal Telebista, e sono appena arrivata ma mi hanno detto che non mi faranno passare, al funerale. Non è che i palestinesi…?”
Io, che ho un brutto carattere, la mando al diavolo e le dico di rivolgersi alla sua ambasciata. Euskal Telebista, pensa te.
La collega le risponde pazientemente, invece, e si ritrova con un zecca attaccata al collo: non te ne liberi, non c’è verso.
Io nervosa, guardo i palestinesi che ci guardano a loro volta, nervosi.
Passa del tempo, li perdo di vista, la collega si libera della zecca, scendiamo e non ci sono più.
Se ne sono andati, caxxxxxo.
E ci credo: ci hanno visto in due per tutta la sera e, giusto al momento di andarcene, ci vedono inseguite da tutte le parti, che sembrava che di colpo conoscessimo l’intero albergo.
Allarmante, deve essere sembrato.
E avevano pure fretta di andarsene, porca miseria, e chissà chi cavolo erano, dopotutto.
Non so se suicidarmi o strozzare Euskal Telebista.
Affranta, ero. Eccheccavolo.
Ancora adesso, se ci penso, prenderei a morsi il pc.
Insomma, questo è stato tutto.
Avvicinarsi al funerale, neanche a parlarne: oggi c’era mezza Cairo chiusa al traffico, impensabile.
Abbiamo fatto quello che una sa fare: andare a un ricevimento, per quanto sui generis, e fare amicizia.
E siamo state sfortunate, diciamoci la verità: non ci voleva che ci placcassero e non posso biasimare i fuggitivi, che ci hanno aspettato anche troppo.
Non era una serata in discoteca, era una concentrazione in un albergo per una cosa enorme. Un conto è pensare di svignarsela, per tizi così, e un conto è passare la serata ad aspettare sulle scale due ignote svaporate.
Ed è che era una serata assurda.
“Da quando sono nata, Arafat è la Palestina. C’è sempre stato. Ed ora è a qualche centinaio di metri da noi, e siamo tutti qui per salutarlo e non possiamo.”
“Anch’io. Arafat c’è da quando sono nata anch’io.”
Era stranissimo che non ci fosse più, e credo che la vita continui anche nel fare le sceme, nel giocare a cuccare, nel pensare di svignarsela – loro per cuccare, appunto, e noi per farli prigionieri e farli parlare – e poi nelle dinamiche di una serata con molta gente e molte birre.
Abbiamo giocato tutti, e giocare è nella natura umana.
Anche se sei palestinese.
Forse soprattutto se sei palestinese, ché chissà di quanti giochi sei in credito.
Qui metto la foto di un passante.
Ogni riferimento a ciò che ho raccontato è puramente casuale, e le birre me le sono bevute tutte io.

Frivolezza a pacchi, ci voleva.
Una bellissima storia frutto di un’avventura altrettanto bella e memorabile! Sai che mi ha fatto pensare alle situazioni che si venivano a creare a Palermo al tempo delle stragi? Al lutto ed allo scoramento, naturalmente, si mescolavano momenti di leggerezza e giochi piccolissimi nell medesimo scenario delle enormit? di cui eravamo involontari ma consapevoli testimoni.
FAAAAAAANT !!!!!! !!!!!!!!!
FAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAANT!!!!!!!!!!!!!!!!!!
PERICOLO!!
PERICOLO!!
Mitico Lia: capricciosa e frivola! Come te non c’? nessuno! (Io, potrei provarci, in quanto a civetteria se mi ci metto sono bravina).
:)) Gianna
“Io dedico questa canzone
ad ogni donna pensata come amore
in un attimo di liberta’:
a quella conosciuta appena,
non c’era tempo e valeva la pena
di perderci un secolo in piu’. […]”
Ma tu pensa ‘sto povero fiolo.
Ex diplomatico, ex delegazione, ex Autorit?… cerca di filarsela all’inglese con le due graziose sconosciute e finisce invece immortalato su un blog… :)
Donne, vera rovina dei palestinesi… :)
Pi? che altro, Gianna, a mali estremi estremi rimedi. Ma se ci penso mi mangio ancora i gomiti, ch? un giro nella Cairo notturna con questi qua mi sarebbe piaciuto troppo. Se ribecco la basca le cavo gli occhi, santo cielo.
Equipaje: messa cos?, in effetti…:))
Ma con il migliaio di foto che gli avranno fatto, al fiolo, finire sul mio blog era proprio il minimo. :)
Old: il fatto ? che Fant lo sa, che non si libera di me nemmeno se mi manda l’intera Resistenza palestinese a casa.
Bisogna vedere se la considera una buona notizia…;)
Il gioco e’ l’anima del mondo, non importan da dove vieni.
quanto sono belli questi blog frivoli ;)