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Per qualche curioso motivo sembro ermetica, negli ultimi post.
Va’ che è strana, la comunicazione.

Più che ermetica, sono raffreddatissima.
Poi sono venti giorni che non capisco niente di ciò che mi succede, e per forza che una alla fine si raffredda, nel senso che le viene il raffreddore anche se è in Egitto.
Ma, se è per questo, mi sono venuti anche: una bolla sul labbro, una reazione allergica sul décolleté, un quasi svenimento alla stazione in Alto Egitto, un incubo in cui venivo strangolata dal blog L’Url, la tachicardia per due giorni e una faccia che fa veramente, ma veramente schifo.

Poco fa ho ricevuto un sms sul cellulare. Diceva:

Auguri di pronta guarigione.
Suo Studente
Samah

Secondo me li ho fatti preoccupare.

In Alto Egitto devo avere attraversato senza accorgermene gli scontri tra musulmani e cristiani.
Io so che abbiamo fermato un taxi, io e la collega, ed era sera, faceva un freddo becco ed eravamo immerse nell’analisi dei miei casi sentimentali.
Quando il taxi si è fermato, ci siamo accorte che lo stavamo soffiando a tre tizi con gallabiya, di cui uno con la testa semifracassata fasciata da una kefia e gli altri due che lo sostenevano.
Il bello è che ce lo stavano anche permettendo, di fregarglielo: il senso della gentilezza degli egiziani è talmente radicato da sfiorare la follia, a volte.
Allora li abbiamo chiamati e gli abbiamo detto: “Prego!” e loro sono saliti, sostenendo l’infortunato che pareva sbronzo perso ma, appunto, aveva semplicemente preso una botta sulla zucca da rimanerci scemo, a giudicare dallo stato in cui era.

Noi abbiamo detto: “Ma che strano!” e abbiamo ripreso l’analisi dei miei casi amorosi.
Tornate al Cairo, la collega ha acceso Al Jazeera ed ha appreso che arrivavamo fresche fresche dal teatro di una serie di scontri tra cristiani e musulmani, appunto.
Vabbe’.

La sera prima, avevo attraversato senza accorgermene l’ennesima crisi di nervi della collega nell’albergone-zozzone.
E’ successo che io sono entrata in camera assorta nell’analisi dei miei casi amorosi, quindi la stanza non l’ho praticamente vista: mi sono infilata nel mio sacco a pelo ed ho passato la serata a farmi consolare dal responsabile dei casi amorosi in questione, in chiamata internazionale.
La collega, più spensierata, la sua stanza l’ha vista eccome e conteneva: peli di barba, lame di rasoio usate, lenzuola dell’anno precedente e cose così. Allora si è arrabbiata e alla reception, per farla contenta, hanno deciso di cacciare via gli occupanti di una stanza più pulita e mettere lei al loro posto.
A mezzanotte passata.
La collega ha gettato la spugna, a questo punto, e mi è venuta a bussare: “Io mi arrendo. Me ne vado. Vado in un albergo vero, lo prenoto per tutto il resto dell’anno e qui non ci torno più. Seguimi o addio.”
Ho lasciato che si allontanasse senza fare una piega: pensavo, appunto, ai miei casi amorosi.
Ripensandoci adesso, la maledetta della collega si è trasferita in una figata di albergo affacciato sul Nilo, immerso nel verde, con piscina e colazione vera la mattina, ed io sto lì nell’albergone-zozzone tutta sola, ormai.
Ma vabbe’.
Ci penserò quando il tema “miei casi amorosi” si sarà definitivamente esaurito. Dice il responsabile che non avrebbe dovuto nemmeno cominciare, ma delle differenze tra uomini e donne ho già parlato in un altro post.

Devono essere successe anche delle altre cose, in questi venti giorni.
Sono stata ad una riunione politica di un gruppo pro-palestinese, per esempio. Stanno organizzando dei camion di riso e farina e medicinali per Gaza.
Sembrava una riunione del PCI nella Napoli degli anni ’70: un palazzo antico e cadente con i soffitti altissimi, un sacco di donne con l’aria da prof sessantottine e tanti anelli e orecchini e le facce serie, uomini con una brutta pelle per le troppe sigarette e la voglia di fare battute tra un discorso serio e l’altro.
Avranno la stampa con sé e vogliono quanti più stranieri è possibile.
“Ma credete che vi lasceranno arrivare fino a Rafah? Secondo me, oltre Al Arish non si fa un passo.”
“Oh, ammesso che ci arriviamo, ad Al Arish!”
“E ditemi: io, in quanto straniera, cosa rischierei nel peggiore dei casi?”
“Be’, la deportazione.”
“Oh, bene.”

Ho deciso di lasciare perdere, quindi.
Francamente, mi sento più utile a stare qui e provare a fare il mio pochetto di informazione, casi amorosi permettendo, che a farmi deportare mentre passeggio per il Sinai accompagnando riso e farina. Mi pare un rischio troppo sciocco, e non mi sento in diritto di esercitare altra stupidità che quella relativa ai miei casi amorosi.

Che altro è successo, poi?
Non mi ricordo. Che ho mangiato pane e sottilette ad ore improbabili e che ho fatto una curiosa traduzione sbucatami via internet da una commentatrice di questo blog ma, ora che ci penso, ho dimenticato di spedire la fattura.
Mo’ la spedisco, anzi.
Che sono stata a una festa fino alle 8 del mattino ed ho conosciuto il figlio di un ex pilota di Arafat. Gli ho parlato dei miei casi amorosi e lui mi ha parlato dei suoi che, curiosamente, si erano svolti principalmente in Friuli. Entrambi parlavamo di uomini, ovviamente. Strano, ciò che può succedere a un ex pilota di Arafat.

E che più? Boh.
Sì.
Che ho trovato Radio Papera sul blog, tornando dall’Alto Egitto, e trasmetteva una canzone che non sentivo da un mucchio di tempo e che è, al momento, la mia canzone preferita.
Paolo Conte, Come mi vuoi.

(Ma ora sparisce tutto, ché l’Italia ha troppe regole e io non ce la faccio, a seguirle tutte.)