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Salendo sull’aereo ho guardato la carta d’imbarco per vedere che posto avevo.
Poi mi è suonato come un campanellino d’allarme interno e l’ho riguardata: c’era un problema, in effetti.

Mi spiego: mettiamo che io mi chiami Lia Maria De Hispalis. Non mi chiamo proprio così, ma quasi.
Ecco. La carta d’imbarco era a nome di Lia Maria.
E basta.

Ho tirato fuori il biglietto con un senso di rassegnazione preventiva e ne avevo ben donde: il mio biglietto è a nome di Mrs Lia Maria.
Punto.
Niente cognome.
E a che servono i cognomi, del resto?

Il fatto è che in Egitto la gente ha un primo, un secondo, un terzo ed un quarto nome. Non ci sono i cognomi così come li intendiamo noi e i nomi più importanti sono i primi due.
L’impiegata dell’agenzia, quindi, avrà pensato che io gliene stessi dando tre (“My name is Lia Maria De Hispalis, yes”) per voglia di farle perdere tempo o perchè afflitta da codici di comunicazione tendenti al pleonastico.
Lei, tipo spiccio, ha quindi unilateralmente deciso di eliminare il nome superfluo. Da noi detto ‘cognome’, appunto.

All’aeroporto del Cairo nessuno mi ha detto niente, come è ovvio.
Mi sa che a Malpensa troveranno da ridire, però.
Temo di avere un problema per il viaggio di ritorno.
Dovrò chiamare l’Egypt Air e chiedere che mi venga restituito il cognome.
Che palle.

Cognomi a parte, l’Egypt Air si conferma comunque la mia compagnia preferita del momento. Aereo grandissimo e nuovo, puntualità impeccabile, bel film, hostess adorabili, pesce al curry piccantino per pranzo.
Niente alcool ma nessuno è perfetto.

All’aeroporto mi sono sentita molto maltrattata, però. Perchè succede che io, ormai, sono abituata a chiederle in arabo, le cose. E i miei interlocutori, capendo subito che sono straniera, mi rispondono sempre parlando lentamente e con la volontà di farsi capire.
In aeroporto, invece, io chiedevo una cosa in arabo e loro mi rispondevano stendendomi sotto raffiche di frasi incomprensibili. Io allora passavo all’inglese con l’aria di una che chiede pietà e loro facevano l’aria scocciata: “Ah, non capisci l’arabo? E allora perchè ti cimenti, ché ci fai perdere tempo?”. Questo, sembravano dire.
Ma io mica lo facevo per fargli perdere tempo. E’ che sono abituata a un mondo in cui l’inglese lo parlano in pochi, e i miei chip ormai funzionano così. Non mi veniva spontaneo pensare che in aeroporto era diverso.

Ho passato tutto il tempo mortificata e con la coda tra le gambe, accidenti a loro.

(E però già un po’ mi manca, il mio popolo di matti preferito. Qua, appena mi allontano dai miei amati beni, mi sento un po’ come Totò a Milano. Questi negozianti bolzanini dallo sguardo di ghiaccio mi ispirano un certo spavento.)