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All’Alfa Market di Giza non c’era la tuta che cercavamo e siamo andate a bere qualcosa giusto di fronte, al primo barcone che abbiamo trovato.
Era il Pharaon, il tempio del kitsch, e ci siano sedute al bancone che, in una vera barca degli antichi egizi, sarebbe stato più o meno la bara del faraone. Ommamma. Gessù dove siamo finite. Beviamoci su.
Però ci siamo intrufolate ad esplorare fino in fondo alla barca, prima di sederci, e in quell’angolino deserto era come stare in mezzo al Nilo, con le luci di Midan Tahrir di fronte a noi e il rumore dell’acqua e un caldo da sera di primavera e siamo state lì un po’, zitte.
E poi ce lo siamo dette, che era il posto più bello del mondo. Che viviamo nella città più bella del mondo, Che siamo delle privilegiate. E che, se anche Il Cairo non fosse la città più bella del mondo, noi non sappiamo pensare a nulla di più magico, di più accogliente, di più dolce, di più viziante.
Noi siamo fortunate perchè stiamo qua.
Siamo tornate al bancone del bar col Cairo dritto dentro al cuore (la nebbiolina di smog assassino sul fiume, le luci delle piazze, le barche paciose, la dolcezza infinita e la gente che non sai se spararle o abbracciarla) e non si muove di lì. Non passa, la voglia di questa città. Per quanto straniera tu possa essere – ché ti sembra di essere una bambina col naso schiacciato contro la vetrina del negozio di giocattoli, senza mai potere entrare fino in fondo – non ti stacchi da ‘sta tetta. Non ti staccheresti mai.

Qui è primavera, dicevo.
Però, siccome è gennaio, ci sono i saldi di fine inverno.
Io vorrei una tuta, ché mi sono iscritta in palestra e domani la vicina mi preleva e mi ci trascina. Solo che, nei negozi, sono tutti certissimi di essere a fine gennaio e in epoca di saldi, e insistono a cercare di venderti tute che andrebbero benissimo per fare footing a Milano, all’aperto.
Ma qui tra due giorni è estate, ma sono pazzi?
Niente: la Adidas, la Nike, la Puma e tutti dietro, tutti sicuri di essere in gennaio, tutti certi dei saldi di fine gennaio. Tutti determinati a venderti felpe e pile col cappuccio mentre fuori splende un sole che, di noi, se ne fotte.