
Avendo al momento un furibondo mal di testa (vedi post etilico precedente) mi limito a segnalare che un po’ delle cose di cui avrei voluto parlare io sono felicemente reperibili altrove:
1. Cosa si intende per democrazia in Medio Oriente. (Ovvero, i risvolti pratici della via di Magdi Allam alla democrazia.)
2. La demonizzazione dei bambini palestinesi a scopo pubblicitario nella patria del politicamente corretto. D’altra parte, quello contro gli arabi è un razzismo talmente incoraggiato socialmente che uno pensa di poterlo esercitare senza limiti. Stavolta, incredibilmente, la denuncia via web partita da Electronic Intifada ha ottenuto il ritiro della pubblicità in questione e un po’ di scuse. E meno male.
3. La schiacciante vittoria elettorale di Hamas a Gaza. Che, non per dire, su questo blog era stata ampiamente prevista. Non che ci volesse molto.

Circolano molte foto, in rete, di bambini israeliani che imbracciano armi o che fanno cose molto brutte. L’aria che questi bambini respirano negli insediamenti (illegali, ricordiamolo) ? di un fanatismo mefitico e il loro comportamento spesso tende a rispecchiarla.
Eppure, come ricorda l’articolo che ha portato alle scuse di chi aveva pubblicato questa pubblicit? (http://electronicintifada.net/v2/article3559.shtml) le organizzazioni che difendono i diritti dei palestinesi non le utilizzano.
Ancora meno, e per motivi diversi, le avrebbe utilizzate un giornale americano per fare pubblicit?.
Usare i bambini palestinesi come ? stato fatto in quest’occasione ? una vergogna che non si presta a distinguo n? a sottilizzazioni. Se non ci poniamo dei limiti invalicabili, collega, finiremo tutti con l’annegare in un papocchio di immoralit?, e non mi pare il caso.
Possiamo cercare di capire e aiutare a farlo fino alla fine dei tempi: se, tuttavia, perdiamo il coraggio di tracciare linee di confine tra ci? che ? bene e ci? che ? male, del nostro ruolo di educatori rimane assai poco.
Cara Lia, ho letto un po’ il tuo blog questa sera.
Parli di cose difficili, dici delle cose vere, ed anche delle cose – non poche – che io credo non lo siano. Ma le dici con garbo, con dolore umano e non con odio. E non ci sono cose troppo banali, di quelle che ripetiamo un po’ tutti quando parliamo di queste cose su cui “bisogna” avere un’opinione. Di quelle che invadono i blog su cui la gente “prende partito”.
Grazie.
Temo pero’ che ci sia molta verita’ nella pubblicita’ sui bambini Palestinesi. Non tutta la verita’. Non una verita’ tridimensionale che considera ragioni e storie, ma pur sempre la verita’ che societa’ in conflitto producono conflitto, e che l’educazione puo’ non essere all’altezza della responsabilita’ di spezzare il cerchio dell’odio.
Siamo entrambi insegnanti. Entrambi dobbiamo aiutare i nostri ragazzi a capire le cose. A capire prima che a giudicare. A capire le tensioni della vita in Israele e tra i Palestinesi, a capire che anche i cattivi insegnanti (che saranno sia da una parte che dall’altra) si spiegano con il dolore della storia.
Buona ricerca
Esiste la verit? dei luoghi comuni: l? una volta c’era un campo verde e oggi solo cemento, i buoni e i cattivi son dappertutto, il cerchio d’odio va spezzato, ecc… Tutto vero, anzi verissimo, ma come si sa il luoghi comuni sono una pessima chiave di lettura della realt?.
Se ammettiamo che ci sia un fondo di verit? tra quelle foto occorre allora capire perch?, andando un pochetto al di l? delle generiche cattiverie della guerra e della comoda retorica della ridistribuzione fra le parti della responsabilit?.
Per esempio, parlando di bambini palestinesi violenti e cattivi non si pu? non notare che in terra di Palestina ? in atto una escalation terrificante delle operazioni violente di pulizia etnica che hanno accompagnato la recente storia dello stato di Israele, sin dalla sua nascita. Collegato con questo fatto occorre prendere atto anche che la societ? israeliana, cos? come in varia misura tutta la civilt? occidentale ? pervasa da una viziosa forma di razzismo sommerso verso gli arabi e/o i mussulmani che fa da substrato ricchissimo al razzismo conclamato e alla violenza di quei posti, un razzismo invisibile, ma amaramente distribuito nella societ? come il sale lo ? nell’acqua di mare.
Per rendersene conto, ? interessante notare la storia di Liran Ron Furer, raccontata in prima persona in un libro catartico da lui scritto dopo aver servito nei territori occupati e prima dello scoppio della seconda intifada, quando le cose non erano cos? brutte come oggi. Liran ai tempi era un ragazzo perbene, di buona famiglia, studioso di arte. Leggi il suo racconto in “I punched an Arab in the face”:
http://www.refusingtokill.net/Israel/Ipunched.htm
per maggiori informazioni, come al solito rimando a google:
http://www.google.com/search?q=Liran+Ron+Furer
Orbene, una societ? che ? capace di trasformare un ragazzo come Liran in quella belva ? una societ? malata e pericolosa che oggi per di pi? si trova nella giusta congiuntura geopolitica per portare avanti in maniera definitiva il suo proggetto ripugnante di conquista e ripulitura di un territorio occupato da altri.
In questo contesto, con un simile elefante seduto davanti non posso che sorridere amaramente alle considerazione di Vittore “l’educazione puo’ non essere all’altezza della responsabilita’ di spezzare il cerchio dell’odio”. Certo che l’educazione non ? all’altezza di frenare odio, che ti aspetti altrimenti? Qui parliamo di una societ? che non sa pi? cosa sia la normalit? da almeno due generazioni, che lotta ogni giorno per sopravvivere contro un’aggressione di inaudita violenza, ed in queste condizioni prima si ristabilisce uno stato di diritto e poi ci si preoccupa di educare alla non violenza.