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(Post di autoanalisi)

Gli avevo detto di non toccarmi nessun altro dente oltre a quello che doveva curare.
Mi ha finalmente messo, dopo cicchicento prove, la copertura definitiva sul molare incriminato.
“Come va?” mi ha chiesto.
“Oddio. Mi pare di sentirlo ancora un filino alto.”
“Ok, stenditi” mi ha detto, con la faccia di chi dice: “Faccio io.”

Ho capito che mi stava limando il molare sopra. Gli ho fatto segno di fermarsi, lui ha fatto l’aria del “Ferma lì!” e ha continuato. Ho mugolato incazzatissima e lui ha continuato.
E io, per puro istinto e vedendo assolutamente rosso, gli ho tirato uno spintone con tutte e due le braccia e gli ho sbattuto via mani e apparecchio per limare.

La scena immediatamente successiva vedeva lui impietrito, fermo sul suo sgabello con gli occhi chiusi e tremante. Tremava, letteralmente.
Io, seduta sulla sedia da dentista e altrettanto allucinata, ché l’accaduto è stato più violento di quanto possa descrivere.
“Are you ok?” gli ho chiesto.
“Starò bene tra un attimo”, mi ha risposto con la fatica di chi cerca a tutti i costi di controllarsi.
“Ok, io ho bisogno di collaborare e di essere ascoltata. Razionalizziamo e lasciami stare il dente di sopra” ho detto io, che tremavo più di lui.
“Va bene, ristenditi” ha detto lui.
“Che mi farai?”
“Ti tocco solo quello di sotto.”
“Dammi uno specchio.”
“No, ti vedrai dopo” ha detto lui, e io lì ho mollato perché la dignità di un dentista la puoi schiaffeggiare fino a un certo punto ma poi ti devi fermare.
Non mi ha toccato altro, comunque.

Lì sembrava che stessi meglio di lui. Mi ha detto: “Avrei potuto squarciarti la faccia, sono sconvolto. Che una paziente ti spinga via il braccio mentre stai lavorando è sconvolgente.”
Gli ho detto: “Ti avevo detto di fermarti. Ti avevo detto di non toccarmi quel dente. Ma vabbe’, dai.”

Ci siamo salutati. Il lavoro dovrebbe essere finito, inshallah.
“Se noti qualcosa che non va chiamami subito. Io sono qua” mi ha detto, e me lo ha ripetuto sulla porta, e ci siamo detti “ciao” con la mano e tutto.
Poi, nell’ascensore, ho cominciato a tremare io.
Davvero violento, è stato, e per poco non lo mando per aria, lui e la sua cosa per limare.
Ho fatto la spesa e sentivo ancora questa violenza addosso e la sento adesso mentre scrivo, come appiccicata.

Uno non sa come reagisce alle circostanze fino a quando non reagisce.
Tra l’altro non è una cosa che puoi stabilire una volta per tutte: si cambia, con gli anni.
Un tempo non mi sarei mai azzardata a fare una cosa simile. Infatti, mi porto dietro il rimpianto di non essere fuggita in tempo da qualche medico della mia vita, e ho lasciato un pezzo di costola in Spagna più varie e eventuali che non voglio nemmeno ricordare.
Però credevo anche di essere diventata più tranquilla, con l’età, più “civile”. In fondo, credevo di avere disimparato a difendermi, in un certo senso.

Mi sono accorta oggi che, se da un lato i 40 anni mi hanno effettivamente reso infinitamente più tranquilla e pacifica e capace di relativizzare e, in qualche modo, più fragile – o delicata, se è lo stesso – dall’altro hanno innalzato delle barriere sulla mia integrità fisica che non mi conoscevo.
Una specie di: “Puoi arrivare fin qui e basta” che è parecchio più invalicabile di quanto credessi.

Il rapporto delle donne con il proprio corpo è assai poco superficiale. Io, tuttavia, ho sempre pensato di sapermici distanziare, quando era il caso.
Una Santa Maria Goretti, per fare un esempio classico, non l’ho mai capita. Che senso ha farsi uccidere pur di non farsi stuprare? Incomprensibile, l’ho sempre trovato, e il detto napoletano di “‘Na lavata e ‘na asciugata” mi è sempre parso l’unico criterio ragionevole da adottare in quelle situazioni in cui una signora, non potendo evitare di essere violentata, dovrebbe dedicare le sue energie a tornarsene a casa con i minori danni possibili.

Le mie circostanze odierne, ovviamente assai meno drammatiche, riguardavano solo certe norme del vivere civile. Una deve scegliere tra l’abbozzare e il picchiare il proprio dentista, e credo che siamo tutti educati ad abbozzare. Le signore, soprattutto.
Il rapporto con le proprie barriere, tuttavia, è molto più istintivo che razionale.
Io non l’ho deciso, oggi, di far fare un volo al mio dentista e al suo apparecchio. Ho solo visto la sua faccia decisa sopra la mia (uh, nonno Freud…) e quell’aria professional-determinata, quell’imporre la sua professionale volontà sopra la mia (“paziente che non sa e che si porterà a spasso il corpo che dico io”) mi ha scatenato un “No!” così profondo che ancora adesso, mentre scrivo, penso che se mi avesse tagliato la faccia sarebbe stato comunque un male minore, rispetto all’impormi a vita una limatura a un dente che non voglio e che mi sarei portata a spasso per sempre, a perenne ricordo della mia incapacità di reagire nel momento in cui chi impone la propria volontà vince.
A perenne ricordo della mia incerta sottomissione a un sapere e a un potere altrui, in sintesi.

Sono ancora agitatissima.
In tutto questo alla collega hanno fatto, in Spagna, la stessa cosa che il mio povero dentista ha cercato di fare a me, e le è parso normalissimo ed è lì tutta tranquilla. Io credo che in Spagna avrei reagito con ancora più violenza.
Ognuno è il prodotto della propria storia, certo.
Tuttavia, arrivata a quest’età di cambiamenti e assestamenti che sono i 40 anni, mi accorgo di non avere affatto chiare le misure della mia calma e del mio fuoco, e un po’ mi secca.
Mi secca parecchio, anzi, ché preferirei sapermi prevedere.
Anche se mi pare, tutto sommato, di potermi fidare di me stessa (magari scusandomi di tanto in tanto).