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(Nella prima immagine, vita quotidiana a Bagdad: foto presa dal blog di Sherif. E se è offensivo guardarle, queste cose, figuriamoci viverle.)

A me era parso assolutamente superfluo commentare alcunché sulla liberazione della Sgrena. Cosa c’è da dire di diverso da quanto già detto milioni di volte?
Gli USA, dopo avere strangolato l’Iraq per un decennio, lo hanno invaso e lo hanno messo a ferro e fuoco e abitualmente bombardano, torturano, stuprano e uccidono la gente. Il tutto, allo scopo di impiantare in loco governi e forme di controllo favorevoli ai propri interessi.
Lo sappiamo, no?

Tanta preoccupazione (a livello di gente e di blog, dico) sulla dinamica della sparatoria che ha investito la macchina italiana cosa significa, esattamente?
Serve a dire che non si ammazza la gente che va in macchina, in generale, o serve semplicemente per dire che non devono ammazzare noi?

Può essere stata un’imboscata come può essere stata un’esecuzione di routine fatta da una pattuglia di routine piena di soldati americani gonfi di anfetamine. Succedono entrambe le cose, in Iraq, e né l’una né l’altra ipotesi è degna di suscitare la benché minima sorpresa.
A meno che, appunto, non si voglia portare avanti il principio del “Ma noi mica siamo iracheni! Noi abbiamo un diritto alla vita superiore in quanto alleati degli USA”. E questo in uno Stato sovrano che abbiamo invaso, per giunta. Si può non provare disagio, mentre lo si afferma? A me pare di no.

Leggo di 100.000 persone al funerale di Calepari.
Con tutto il rispetto, enorme, per il povero funzionario assassinato, io mi domando cosa stiano dicendo, in concreto, queste 100.000 persone. Che “forma” ha quest’emotività del nostro paese? Cosa è importante, per noi, cos’è che ci sconvolge? Sono 100.000 persone buonissime, ne sono certa, piene di ottimi sentimenti e di sacrosanto dolore. Ma dove finisce, questa bontà, di fronte a quello che stiamo facendo agli iracheni?

Quando col nostro plotone abbiamo preso il controllo di una stazione radio non facevamo che inviare messaggi propagandistici diretti alla popolazione, invitandola a continuare la sua routine quotidiana, a tenere aperte le scuole. Noi sapevamo invece che gli ordini da eseguire erano di search and destroy, irruzioni armate nelle scuole, negli ospedali, dove potevano nascondersi i “terroristi”. Erano in realta’ trappole tese dalla nostra intelligence, ma noi non dovevamo tener conto delle vite dei civili che avremmo ucciso durante queste missioni.
(Da Luciano Giustini.)

Io trovo orripilante e insano lo sforzo, da parte di chi appoggia questa guerra, di continuare a volersi sentire in una dimensione etica, degno di cercare di discernere il bene dal male, addirittura di parlarne, di pontificare su questi principi.
Mi pare un’operazione ai limiti della schizofrenia, quella di appoggiare questa politica USA e, nel contempo, sentirsi “buoni”.
E mi chiedo, francamente, cosa abbiano di non funzionante queste persone: ignoranza? Ma dove erano ai tempi del Cile, dell’Argentina, per essere così stolidamente convinti dell’esistenza di valori dietro il controllo USA sui paesi che gli interessano?
Oppure un senso etico fatto di pasta di babà, ché gli basta che l’orrore non sia troppo disturbante a livello estetico e non li sfiori troppo da vicino. Una notevole superficialità, anche.

Ottusi.
Quelli che si affannano a voler “capire” per potersi alla fine dire che, dai, gli americani “non potrebbero”, “non farebbero” e che “hanno paura dei kamikaze, povere stelle”, e quindi li si può capire, ché “capire” è “capirli”. Perdonarli per continuare felici a identificarci nel sogno del loro immaginario sistema di valori, e sentirci buoni mentre rubiamo e uccidiamo assieme a loro, mentre gli diamo una mano.
Gli assassini che vogliono sentirsi più buoni delle vittime, e poi che altro?

Gli arabi, che sono notoriamente “cattivi”, sono anche “antiamericani”. Anzi: essere antiamericani è una specie di sintomo di cattiveria, no?
Il fatto che sentano abitualmente le stesse emozioni che, mentre scrivo, hanno portato 100.000 italiani al funerale di un unico funzionario del nostro Stato, non è rilevante. E se piangono troppo, è perché sono pure vittimisti, oltre che cattivi.
Chissà noi, allora.
E se la Sgrena dice: “Io sfido chiunque ad andare a vedere quel che succede in Iraq e a non essere poi antiamericano” è perché si vede che la Sgrena è strana, o comunista.

In modo più aperto o più subdolo, a secondo dell’aura di rispettabilità desiderata dal guerrafondaio di turno, si cerca di fare convivere un burbero/bonario rimprovero agli americani con l’obbligatoria quanto venata di disprezzo solidarietà al Manifesto.
Ai limiti del contorsionismo, siamo.

Sono gli stessi che lanciano accuse di antisemitismo a destra e a manca, questi che adesso cercano di “capire” al solo scopo di potere poi scusare.
I classici tizi che, di tutto l’Olocausto, non hanno capito che certe cose non devono succedere e basta. Hanno completamente frainteso e credono che certe cose siano sbagliate solo se capitano agli ebrei.
Gli scemi della classe elevati ad opinione pubblica, che poi si mettono pure a dare pagelle di moralità al prossimo.
E non è che ce l’abbia con loro perché sono “cattivi”, intendiamoci.
E’ che un cattivo fiero di esserlo è infinitamente meno mediocre di uno che vuole credersi buono.
Ciò che davvero non sopporto è, molto semplicemente, questa mediocrità.

(E siamo ancora a far la guerra in Iraq, e senza manco vergognarci.)