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Poco fa è andata via la luce.
La qui presente eroina della lingua araba, quindi, si è affacciata alla finestra e rivolgendosi alla moglie del portiere che era seduta a prendere il fresco, quattro piani più sotto, ha gridato: “Ehi, Jadiga! Non ci sono banane?”
E Jadiga, senza fare una piega: “No, è così in tutto palazzo.”

E’ che luce si direbbe “nur” (che poi non è manco il termine giusto ma vabbe’) e banana “muz” e io mi sono confusa e ho detto “muz”. Le faccio spesso, ‘ste cose.
Quello che mi affascina è che non fanno una piega, i miei interlocutori. Non ridono, innanzitutto, e sì che gli egiziani passerebbero la vita a ridere; eppure in questi casi non lo fanno e non so chi gliene dà la forza, ché io al loro posto mi rotolerei. E’ che sono proprio gentili, si astengono dal farti fare brutta figura.
E poi ti capiscono comunque e rispondono a quello che avresti voluto dire, non a quello che hai detto.
Tutte le volte che ho chiesto un posacenere (“tafaya”) alla stazione, mi hanno sempre dato un biglietto (“taskara”). Giustamente.
E c’è stato un periodo in cui, chissà perché, avevo invertito la parola “prossimo” con “stasera”, che pure non si somigliano affatto, e continuavo a dire ai tassisti: “Alla strada di stasera giri a destra” e loro, senza fare una piega, giravano alla successiva. Senza muovere nemmeno un angolino della bocca, impassibili.
Me ne sono dovuta accorgere da sola, che per un mese avevo formulato frasi insensate.
Sospetto, tuttavia, che stanotte Jadiga si farà delle gran ghignate a spese mie, nel suo letto e tra le braccia del suo bel Bastawi.
Vabbe’.

Io non li amo molto, gli addii.
Quando due anni fa smantellai la mia casa di Milano dove, tutto sommato, avevo cresciuto una figlia intera e qualche motivo per essere impressionata ce l’avevo, direi, lo feci piazzandomi una bella colonna sonora degli Squallor come sottofondo, ché mi identificavo appieno con il verso: “E vaffanculo a chi se ne va”.
Mi trasmetteva una certa allegria rabbiosa e mi serviva, e pazienza se l’effetto era poco solenne.

Questo per dire che sono qua ma in realtà è come se me ne fossi già andata, un minuto dopo averlo deciso: ho le orecchie e gli occhi chiusi verso la città, e non vado nel Sinai perché sì, devo traslocare, ma in fondo è che non ne ho voglia e, insomma, ho tirato giù delle saracinesche di metallo pesante e non lascio che mi penetri nulla tra i sentimenti. O quasi.
Certe volte ti frega comunque, il Cairo, con o senza saracinesche.

Oggi il taxi mi ha lasciato sotto lo studio del dentista (sì, il terzo dentista per lo stesso dente, stendiamo un velo) e al volante c’era un tranquillo nonnetto che ha aspettato con pazienza che lo pagassi, ché mi ero un po’ aggrovigliata nel borsellino e non avevo i soldi pronti. Si è preso il mio malloppetto di soldi consunti e accartocciati e poi, con un gran sorriso, mi ha detto qualcosa che non ho capito, ho capito solo che stava usando il Lei.
“Come?”
Ha ripetuto, e io ancora non capivo. Poi ero preparata a sentirlo protestare per i soldi, ché non gli avevo dato molto, però capivo che non parlava di quello.
E lui, tranquillissimo e bonario, ha ripetuto piano e aiutandosi con i gesti e un milligrammo di inglese e finalmente ho capito: “Lei è bellissima”, mi stava dicendo.
L’ho salutato con un sorriso che deve avere illuminato la piazza, ché mi ha preso proprio di sorpresa, e lui mi ha salutato con un altro sorriso bonario e un inchino della testa ed è ripartito.
E mi si è stretto il cuore, ché mi sono immaginata a Milano, scarmigliata prof coi suoi 43 anni strasuonati e più rotonda che no, e chi mai me lo avrebbe detto più, “Lei è bellissima”?
Più tardi il webmaster mi ha spiegato che ci avrebbe pensato lui e la cosa mi ha molto tranquillizzato, ma rimane il fatto che senza Cairo la mia vita sarà più dura, più cattiva, più piena di spigoli.
Venti milioni di abitanti che, in mezzo al caos, all’inquinamento brutale, al casino e agli spaventosi problemi di una megalopoli dell’Africa, invece di assassinarti, come una dovrebbe normalmente aspettarsi, ti spiazzano ogni santo giorno (ogni giorno, tutti i giorni) con una gentilezza, con un sorriso, con qualcosa di carino perché sì.
Senza motivo.
Perché così la vita è più bella, sostanzialmente.

Poi pensavo che, tassista a parte, il generale ed entusiastico apprezzamento per le donne che c’è al Cairo è spesso un problema, invece. Problema che sta peggiorando negli ultimi anni e le cairote sono le prime a lamentarsene, ho letto infuocati articoli di denuncia sulla stampa di qua. Ed è che ti rompono le balle, in certe zone, e una si stufa pure.
Io, in realtà, sono anche poco indulgente verso le straniere che se ne lamentano e ho più volte sgridato mia figlia per questo: “No, spiegami come fai a vedere che ti guardano. Se lo vedi, sarà perché tu li guardi a tua volta. O no?”
Perché il fatto di essere cresciuta a Napoli e di avere avuto una nonna che mi ha trasmesso tutto ciò che si deve sapere sul maschilismo, mi ha attrezzato, credo, a vivere perfettamente in tutto il Sud del mondo.
Forse non è quello che la nonna si aspettava, però io non smetterò mai di ringraziarla per averlo fatto.
Io, quindi, istintivamente cammino per strada senza incrociare sguardi maschili, e istintivamente mi copro di più se percepisco un’attenzione superiore alla consueta e istintivamente, insomma, metto in pratica le strategie che mettevo in pratica a Napoli quando ero bambina per definire le distanze tra me e i passanti.
Mia figlia è cresciuta a Milano, invece, e non lo fa.
“Ma che vuol dire, come faccio a sapere che mi guardano??? Certo che li vedo!!!”
“Li vedi perché li guardi! Tu non guardarli!”
“E dove devo guardare??”
E io a quel punto me la immagino che mi finisce col naso a terra, nello sforzo di guardare punti indefiniti che le sfuggono, e sospiro sentendomi molto, molto di un’altra epoca.
E dire che sarei della generazione degli Anni di Piombo, io, mica delle Orsoline.

E tuttavia la mia bambina ha anche ragione, strategie a parte: per quanto i cairoti siano entusiasti estimatori di tutto ciò che sia di genere femminile da 0 a 90 anni, è fuor di dubbio che una fatata ventenne biondina col naso a patata susciti, per le strade del Cairo, clamori infinitamente più generalizzati di quelli che toccano alla sua mamma e alle di lei colleghe, ragion per cui mi ritrovavo puntualmente a scortarla con cipiglio da generalessa, quando andavamo a spasso insieme: lei metteva in pratica lo sguardo nel vuoto che io cercavo di insegnarle, dieci milioni di cairoti la guardavano estasiati e io fulminavo con lo sguardo i dieci milioni di cairoti.
Funzionava così.

E oggi ripensavo a un ragazzo che incrociammo a via Mossadek, una volta. Lei camminava avanti e io poco dietro e vidi letteralmente cadere la mascella di ‘sto ragazzo, tutto perbenino ed elegante, che rimase totalmente impietrito nel vederla.
E subito dopo, mentre era ancora lì impietrito e con la mascella penzoloni, vide me. E la mia faccia nella versione più mastinesca e da generalessa che potessi avere e uno sguardo a mo’ di missile grondante ghiaccio.
La Terribile Madre.
E si raddrizzò, mise il petto in fuori e la pancia in dentro e, lo giuro su Dio perché ancora non ci credo nemmeno io eppure lo rivedo come se fosse ieri, battette i tacchi, si mise sull’attenti e mi guardò compuntissimo.
Poi abbassò gli occhi e sparì.

Fu molto veloce, la bambina non se ne accorse nemmeno, se non per le mie risate successive.
Però ci ripensavo stasera, ed era una delle mille scene di questa città che mi intenerivano, a ripensarci.

Ci pensavo ed ero su uno dei ponti che attraversano il Nilo, e c’era questa vista che è bella che ti toglie il fiato e c’erano, come ogni sera, le famiglie o le coppiette o gli amici che si mettono là, con una sedia davanti al parapetto del ponte, e si godono la vista e il fresco della sera, e c’è quello che vende le bibite e quello che abbrustolisce le pannocchie e la gente chiacchiera e passa la serata.
Come a via Petrarca, che ci sono quelli che parcheggiano e si fanno la serata davanti al panorama.
O come a Mergellina, col fiume al posto del mare ma lo scenario non è meno grandioso. Al Cairo è solo più avveniristico, con le luci dei grattacieli mischiate all’odore delle pannocchie.

E pensavo, per la milionesima volta, che è come Napoli, Il Cairo.
Una Napoli infinitamente più grande e più incasinata dove, però, non c’è bisogno di avere paura di nessuno.
Un mostro buono.
E, comunque, la città più materna che io abbia mai visto. La “Madre del mondo”, dicono.
Ché forse una mamma è questo, un mostro buono.