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Percepisco un’aria un po’ intimidatoria, in giro, e una pressione tesa a dettare le emozioni generali, l’essere generale, i sentimenti che è giusto o sbagliato avere e, comunque, l’importante è che siano sentimenti, ché pare che di fronte ad eventi politici concreti l’unica reazione accettabile, per l’italiano medio del 2005, debba essere quella emotiva.
Altrimenti non sei “buono”.

L’iperstimolazione emotiva è accompagnata, mi pare, da più o meno torvi avvertimenti a lasciare da parte il punto di vista dei palestinesi perché, al momento, nulla deve turbare la visione di quanto sia doloroso, per i coloni di Gaza, abbandonare tinello e piscina.
E siccome ci si aspetta che si parli al cuore e con il cuore e per il cuore, risulta terribilmente stonato prendere un accidenti di metaforico metro e misurare, misurare in chilometri, l’avanzamento di Israele in Cisgiordania che va avanti pure adesso, mentre parliamo, scriviamo, piangiamo.
Un bel metro. Basterebbe quello, qualcosa per misurare.
Ma, si sa, i numeri sono freddi e senz’anima e, specie per noi cattolici, discutere di queste minuzie materiali non sta bene.
A noi interessa l’anima.

E’ una pressione che ha un suo effetto e mi rendo conto di sfuggirne solo grazie al fatto che vivo all’estero e non la sento vicina. Me ne rendo conto perché mi pare di vedere di nuovo la sinistra italiana che si scapicolla a prevenire l’accusa di antisemitismo (ma che c’entra?) sospesa come una mannaia contro chiunque non pianga abbastanza per i coloni o cerchi, appunto, di riportare l’attenzione su numeri, dollari e chilometri, argomenti troppo “duri” per poter convivere con la prevalenza del sentimento.
Il dibattito politico, mi pare, ne esce abbastanza condizionato.
Penso con particolare sgomento all’accoppiata Corriere-Fassino, devo dire, che riesce a concentrare in sé le peggiori falle intellettuali del giornalismo e della politica italiana e, mi si perdoni l’accenno autobiografico, mi trasmette un infinito senso di solitudine, ché prevedersi senza informazione e senza nessuno per cui votare non invoglia a tornare in patria.

Su questo blog si è parlato in più post dello sgombero da Gaza ma non si è detto nemmeno una parola sui palestinesi, mi pare.
Poi, leggendo ieri che Repubblica online parlava di “Sgombero a Gaza e vittime in Cisgiordania”, e bisognava andare a leggersi l’articolo per apprendere che le vittime erano muratori palestinesi uccisi a sangue freddo da un colono, mi è parso che ‘sti poveri palestinesi fossero soggetti a un coprifuoco eccessivo, tanto reale e concreto quanto mediatico, e ho pensato che fosse opportuno segnalare qualche blog da Gaza o su Gaza, ché non vedo per quale motivo la loro voce debba essere considerata tanto fuori posto proprio nel momento in cui si suppone che degli invasori se ne vadano da casa loro.

Segnalo quindi:

Rafah Pundits
Raising Yousuf: a diary of a mother under occupation
Rafah Notes, scritto da un’americana che sta pubblicando articoli e foto spediti da lì.
Umm Kahlil
Rafah Zoo

Su Flickr: Rafah Pundits e Velvetart.

(Nell’immagine sopra: un bambino di fronte all’insediamento illegale di Dugit. Insediamento di quelli che impedivano ai palestinesi persino l’accesso al mare, come è noto. E mi ha intenerito un palestinese intervistato che diceva, appunto, che la prima cosa che avrebbe fatto – quando, prima o poi, li faranno uscire di casa – sarebbe stato raggiungere finalmente la spiaggia, pensa te.)

Quasi dimenticavo: è stata appena rinnovata la proibizione, per i giornalisti palestinesi, di fare il loro mestiere. E’ una proibizione che vige da tre anni. Lo sgombero da Gaza, quindi, sarà seguito dalla stampa di tutto il mondo ma non da quella palestinese: loro non possono.
E poi c’è chi si scandalizza quando io scrivo che Israele sa usare i media.