logomae.jpg

Oggi pomeriggio ero davanti a una birra con un signore dal ruolo ufficiale, qui al Cairo, e non esattamente di sinistra. Decisamente no.
E si facevano chiacchiere qualsiasi che non mi sarei manco sognata di riportare sul blog, in altri tempi, proprio perché banali, normali, quotidiane.

Si parlava, come spesso capita qui, dell’annosa questione dell’immagine del Medio Oriente data dai media.
E io dicevo la mia (figuriamoci poi oggi, quante cose avevo da dire!) e lui rincarava, con più ardore ed esempi di me, e avendone viste molte più di quante ne abbia viste io, per età e per ruolo.

“Ma sì: i media prima di tutto creano la scena, poi la filmano, poi la fotografano, poi la descrivono. E il Medio Oriente che si vede in Italia è il risultato dell’insieme di queste scene create ad arte, impossibile riconoscerci quello vero.” Questo diceva lui.
E io: “Ok. Ma uno può vivere sereno in Italia se non lo sa, che le informazioni che riceve sono costantemente distorte. Uno pensa che la realtà è quella e campa tranquillo. Ma se invece lo sa e continua a sentire balle dalla mattina alla sera, che fa?? Si convince di vivere tra le pagine di 1984?”
E lui mi ha guardato annuendo, con quell’aria un po’ di compatimento che hanno le persone con parecchi più anni di te, quando è evidente che stanno pensando: “E’ che sei giovane, tu…”
Santo cielo.
E ho pensato che la differenza tra l’essere di destra o di sinistra, in questo caso, si manifestava nelle nostre diverse maniere di reagire a un dato di realtà: io indignata, lui più che altro cinico. Però la realtà era quella, non è che ne vedessimo due diverse. Vedevamo lo stesso oggetto.
Mi è parsa insolita e tranquillizzante, questa cosa.

Poi gli ho chiesto perché ci piacesse tanto, l’Egitto.
E lui ha alzato le spalle: “E’ il mal d’Africa, non si cura. Il mal d’Egitto men che meno.” E io: “Sì, ma perché viene?” Non l’abbiamo trovata, una spiegazione sintetica.
E guardavamo l’infernale piazza sotto di noi con la sua bolgia di macchine e l’inquinamento da tagliare a fette e il rumore e il caos ed eravamo entrambi un po’ sorpresi, come sempre, da questa voglia inspiegabile di stare qui e di non andare via, chissà perché.

Mi ha detto: “Non ci posso più vivere, in Italia. Quest’estate ero a Piacenza e dovevo parcheggiare la macchina nel posto Tal dei Tali. Ed è cominciato che lì non la potevo parcheggiare, che dovevo spostarmi più in là ma da quella parte non potevo passare, che se facevo il tal giro era proibito ma era proibito pure al contrario e, guarda, non so cosa mi ha preso ma, a un certo punto, ho girato la macchina e me ne sono andato da Piacenza. Non ho più parcheggiato, non sono andato all’appuntamento. Ho lasciato la città.”

Poi mi ha guardato e mi ha detto che non mi ci vedeva proprio, in Italia.
Fantastico.

Gli ho chiesto: “Ma poi come è finita, la storia con Magdi Allam?”
“Ah, semplice” mi ha risposto. “Gli è stato fatto notare che l’accordo era stato fatto alla presenza del ministro Fini.”