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Non è detto che una debba essere d’accordo con tutto il lungo intevento di Felipe González pubblicato due giorni fa da El País.
Come ho già detto più volte, in questo momento la mia attenzione è attratta dal linguaggio politico usato in Italia, che trovo intriso di categorie valoriali, paternalista verso il grosso di una popolazione trattata da bambina e sprezzante verso chi non si identifica con il modello “morale” di cittadino buono e speranzoso in sé, a prescindere dai dati di realtà, imposto dai media.

Mi prendo la briga di tradurre e pubblicare questo intervento perché credo che esemplifichi un modello di rappresentante politico con cui si può anche non essere d’accordo ma di cui, almeno, non ci si deve vergognare sul piano concettuale.
Trovo che sia una cosa molto importante, non doversi vergognare della propria sinistra.

Gaza verso il cammino della pace?

Felipe González, ex presidente del Governo.

EL PAÍS, 19-08-2005

Questa domanda ha dominato l’incontro di Pilas (Siviglia) tra israeliani e palestinesi, meno di un mese fa. Sotto l’egida di Barenboim, la fondazione che porta il suo nome e quello di Said ci ha riunito per analizzare la situazione del conflitto. Adesso, in piena operazione di ritirata dopo quattro decenni di occupazione, le reazioni delle parti evidenziano la serietà delle preoccupazioni espresse durante il convegno di Pilas.

Partiamo dall’ipotesi per cui la ritirata da Gaza, pur con il carattere unilaterale della decisione del governo israeliano, potrebbe costituire un passo avanti nel cammino verso la pace, sebbene potrebbe anche trasformarsi in una nuova frustrazione per questo processo se non se ne verificassero le condizioni necessarie.

Secondo tutti i presenti, l’orizzonte successivo alla ritirata di Gaza si potrebbe aprire se si convocasse una conferenza internazionale, come quella prevista nella cosiddetta “Road Map”, immediatamente dopo l’uscita dei coloni. Pesava il ricordo positivo della Conferenza di Madrid e, allo stesso tempo, la frustrazione per gli sviluppi dell’Accordo di Oslo.
La Conferenza di Barcellona, dieci anni dopo l’avvio di una politica per il Mediterraneo da parte dell’Unione Europea, potrebbe essere l’occasione propizia per vincolare le parti: il Quartetto, con l’appoggio dell’UE e della Lega Araba, costituirebbe lo scenario appropriato per chiamare le parti a un negoziato continuativo.

Questa è stata la conclusione più importante del colloquio. L’idea, suggerita da Moustafa Bargouti, ha immediatamente raccolto il consenso di tutti i presenti. Sulla sfondo, c’era la considerazione del rischio che incomberebbe sul processo se, dopo la ritirata da Gaza, il governo israeliano detenesse il compimento della “Road Map” affermando la propria presenza negli insediamenti in Cisgiordania e consolidando l’assedio a Gerusalemme.

Secondo tutti i presenti, un avanzamento deciso verso la formazione di uno Stato palestinese sarebbe il modo più efficace per fermare l’escalation di violenza in cui si tramuterebbe la frustrazione della popolazione palestinese nelle diverse località, che si sentirà stimolata dal ritiro da Gaza e mortificata dal diverso trattamento delle rispettive situazioni.

La felicità dei palestinesi di fronte al ritiro può avere un contraccolpo pericoloso se la legalità internazionale non viene rispettata nel resto dei Territori Occupati.

Dissipare le incertezze è una necessità urgente, in questo lungo conflitto, sia per chi ne è direttamente coinvolto – palestinesi e israeliani – che per la comunità internazionale. Nel primo caso, per la necessità di arrivare una buona volta a un accordo di pace, con due Stati dalle frontiere sicure e dalla sovranità piena. E, per quanto riguarda la Lega Araba, l’Unione Europea gli USA e la Russia, perché una soluzione di questo conflitto, epicentro di tutta la crisi dell’area del Medio Oriente, sarebbe un fattore decisivo per i rimanenti processi in corso. […]

Ora il Governo Sharon si vedrà costretto ad elezioni anticipate e il suo margine di manovra per avanzare verso il riconoscimento di uno Stato palestinese coerente con la legalità internazionale sarà minore. L’Autorità Nazionale Palestinese è debole e non è in grado di rispondere alle sfide di un negoziato e alle esigenze di una popolazione che perde costantemente posizioni economiche e sociali. La polarizzazione con Hamas restringe i margini di azione.

La politica unilaterale sta giungendo al termine. Dopo la ritirata, Gaza dovrà affrontare problemi che richiedono un accordo tra tutti.
Senza aeroporto, senza porto e senza uscite via terra, la densa popolazione di Gaza può essere condannata a sopravvivere di aiuti internazionali come un immenso campo di rifugiati. L’allegria di oggi può trasformarsi domani in disperazione.

Per il resto dei Territori Occupati, assieme all’incidenza del “muro” di separazione si pone l’incognita della viabilità, anche in termini di comunicazione interna. Bisognerebbe quindi riprendere la risoluzione unanime dell’Unione Europea dell’anno scorso, affermando che le frontiere di un accordo possibile devono essere quelle precedenti al 1967 e che i cambiamenti da attuare saranno accettabili solo attraverso un accordo tra le parti.

E’ difficile ampliare lo spazio della politica con maiuscola in entrambi gli schieramenti. Tanto difficile come è impossibile prevedere un accordo tra essi.
In Israele, le posizioni interne in termini di rapporti di forza si sposteranno poco, comunque vadano le elezioni.
In Cisgiordania e a Gaza la polarizzazione tra Hamas e l’OLP può essere evitata facilitando l’emergere di forze democratiche nuove che optino per la non-violenza nella lotta politica e che si centrino nell’amministrazione della cosa publica: salute, istruzione, sicurezza, lavoro, senza corruttele che creano ulteriore penuria e disincanto.

In questo contesto, Gaza può essere un’opportunità per una pace definitiva o una nuova frustrazione in grado di impantanare il coflitto per molti anni. Le parti direttamente implicate non potranno risolvere il dilemma da sole.
Per questo, la Comunità Internazionale deve agire tempestivamente per aiutare ad ottenere un avanzamento definitivo. A volte, le parti di un conflitto possono vedere una soluzione ma non avere margini di manovra per attuarla. “Imporre”, tra virgolette, questa desiderata soluzione sarà l’unica via d’uscita.
Altrimenti andremo avanti con questo pareggio infinito, carico di sofferenza, in cui nessuno è in condizione né di vincere né di perdere.

Bene.
Ora, non è importante che io condivida del tutto, in parte o per niente questo discorso. Voglio solo paragonarlo a ciò che è uscito dalla bocca della sinistra di governo italiana in questi giorni e sperimentare il mal di mare che si può provare nel vedere di colpo un gigante accanto a un nano.

Voglio comparare la volontà oltre che la capacità di analisi di un politico all’altezza di guidare una nazione con la pochezza concettuale, in buona o cattiva fede che sia, di un segretario dei DS che si permette anche l’inaudita impudenza di parlare di “provincialismo della politica italiana” mentre si accontenta di mugolare ovvietà, di lanciare appelli per la “riabilitazione di Sharon” (come se il punto fosse quello, la persona del Capo) e di ingraziarsi il Corriere della Sera.

Voglio richiamare l’attenzione tra una sinistra di governo che parla di “imporsi” nel processo di pace e un’altra sinistra di governo, la nostra, che santifica il Leader di destra israeliano e propone, al massimo, di andarlo a trovare.

Voglio fare notare l’uso di un linguaggio umano e concreto al tempo stesso e che non concede nulla alla retorica, lontano mille miglia dal delirio valoriale dei nostri opinion makers, dalla nostra corsa nazionale verso la lavagna dei buoni e dei cattivi, come se fossimo bimbi deficienti delle elementari.

Voglio fare notare cos’è la “difesa dell’Europa” e del suo ruolo, delle sue prospettive politiche, quando è fatta da un Felipe González e quando è fatta dai nostri politici.

L’abisso tra un livello e l’altro, a prescindere da come la pensi io.

E perché ci tengo tanto, a farlo notare?
Perché siamo un paese intossicato da un clima e da un linguaggio che, oltre ad essere pericolosi per la salute culturale e psichica del nostro Paese, getta le basi per una strisciante criminalizzazione generale del dissenso che diventa, appunto, valoriale, personale, basata sull’adeguamento o meno di ognuno di noi al ritratto di “cittadino modello” costruito dai nostri media con la partecipazione attiva della sinistra.

Io posso dissentire dalla sinistra di governo a cui appartiene un Felipe González, ma so per certo che questa sinistra accoglie il mio diritto al dissenso e lo tutela.
Non lo ridicolizza come un Furio Colombo che va scrivendo: “C’è chi si preoccupa di ricordarti che Sharon non è un uomo buono, e che dunque sta facendo quello che sta facendo per necessità e non per principio.“, facendo apparire come un bambino idiota chi si interroga sulla strategia di Sharon.
Non lo relega tra i “radicali”, gli “irriducibili”, come sprezzantemente fa Fassino.
Lo rispetta.
E, rispettandolo, tutela da un punto di vista culturale, oltre che concreto, la libertà di espressione nel suo Paese.
E non è cosa da poco. Non di questi tempi, non in questa situazione internazionale e nazionale.

Io ho visto una sinistra di governo completamente inadeguata e molto, molto vile, in quest’occasione.
Ne traggo la conclusione che il mio futuro di cittadina, diritti compresi, è in pessime mani.
Per vivere bene, in un Paese dotato di un siffatto governo e una siffatta opposizione, una può solo mettersi dei pesanti paraocchi da mulo e tirare dritto lungo la strada degli affari propri, con lo sguardo a terra.
Non vedo margini per fare altrimenti e la cosa mi addolora parecchio.

TRIBUNA: FELIPE GONZÁLEZ

¿Gaza en el camino de la paz? Añadir a Mi carpeta

Felipe González es ex presidente del Gobierno.

EL PAÍS – Opinión – 19-08-2005

Esta pregunta dominaba el coloquio de Pilas (Sevilla) entre israelíes y palestinos, hace menos de un mes. Bajo la batuta de Barenboim, la fundación que lleva su nombre con el de Said, nos había reunido para analizar la situación del conflicto. Ahora, en plena operación de retirada tras cuatro décadas de ocupación, las reacciones de las partes ponen de manifiesto la seriedad de las preocupaciones expresadas en el simposio de Pilas.

Partíamos de la hipótesis de que la retirada de Gaza, aun con el carácter unilateral de la decisión del Gobierno Israelí, podría constituir un paso en la senda hacia la paz, aunque también podría convertirse en una nueva frustración para el proceso si no se daban las condiciones necesarias.

Para todos los presentes, el horizonte posterior a la retirada de Gaza se abriría si se convocaba una conferencia internacional, como la prevista en la llamada “hoja de ruta”, inmediatamente después de la salida de los colonos. Pesaba el recuerdo de la Conferencia de Madrid con carácter positivo y al tiempo la frustración por el desarrollo de los Acuerdos de Oslo. La Conferencia de Barcelona, diez años después de la puesta en marcha de una política para el Mediterráneo por parte de la Unión Europea, podría ser la ocasión propicia para comprometer a las partes: El Cuarteto, con el apoyo de la UE y de la Liga Árabe, constituirían un escenario apropiado para llamar a las partes a una negociación continuada.

Ésa fue la conclusión más importante del coloquio. Idea sugerida por el líder palestino Moustafa Bargouti, inmediatamente concitó el acuerdo de todos los presentes. El trasfondo venía de la consideración del riesgo para el proceso que se producirá si tras la retirada de Gaza, el Gobierno de Israel detiene la marcha de la “hoja de ruta”, afirmando su presencia en los asentamientos de Cisjordania y consolidando el cerco a Jerusalén.

Para todos los presentes, avanzar decididamente hacia el Estado Palestino era la forma más eficaz para detener cualquier escalada de violencia como resultado de las frustraciones de las poblaciones palestinas que se sentirán estimuladas por la retirada de Gaza y agraviadas porque en sus situaciones respectivas el tratamiento sea diferente. La alegría desbordante de los palestinos ante la retirada puede tener un rebote peligroso si la legalidad internacional no se cumple en el resto de los territorios ocupados.

Despejar incertidumbres es una necesidad urgente en este largo conflicto, tanto para los directamente concernidos -palestinos e israelíes- como para la comunidad internacional. En el primer caso por la necesidad de llegar ya a un acuerdo de paz, con dos Estados de fronteras seguras y soberanía plena. Para la Liga Árabe, la Unión Europea, EE UU y Rusia, porque una solución de este conflicto, epicentro de toda la crisis en la región de Medio Oriente, sería un factor decisivo para el resto de los procesos en curso.

La convocatoria de una conferencia de paz será la única fórmula que permita superar las dificultades infranqueables de conversaciones entre las partes, que, como se ha venido comprobando, conducen al bloqueo permanentemente. Desde el punto de mayor aproximación a una salida satisfactoria, alcanzado en la última etapa del Gobierno Clinton, la situación ha retrocedido constantemente.

Ahora el Gobierno Sharon se verá obligado a unas elecciones anticipadas y su margen de maniobra para avanzar hacia el reconocimiento de un Estado Palestino acorde con la legalidad internacional será menor. La Autoridad Nacional Palestina es débil e ineficiente para responder a los desafíos de una negociación y a los requerimientos de una población que pierde posiciones económicas y sociales permanentemente. La polarización con Hamás estrecha los márgenes de actuación.

La política unilateral está tocando a su fin. Después de la retirada de Gaza, la propia franja se enfrentará a problemas que requieren acuerdos entre todos. Sin aeropuerto, sin puerto y sin salidas terrestres, la densa población de Gaza puede estar condenada a sobrevivir con ayuda internacional como en un gran campo de refugiados. La alegría de hoy puede trocarse en desesperanza mañana.

Para el resto de los territorios ocupados, con la incidencia del “muro” de separación, se plantea la incógnita de la viabilidad, incluso en términos de comunicación interna. Por eso habría que retomar la resolución unánime de la Unión Europea el pasado año, afirmando que las fronteras de un acuerdo posible deben ser las previas a 1967 y que los cambios que pudieran producirse sólo serían aceptables mediante acuerdo entre las partes.

Es difícil ampliar el espacio de la política con mayúsculas en ambas partes. Tan difícil como imposible prever un acuerdo entre ellas. En Israel se moverán poco las posiciones internas en términos de relaciones de fuerza, pase lo que pase en las elecciones. En Cisjordania y Gaza la polarización entre Hamás y la OLP puede evitarse facilitando la emergencia de fuerzas democráticas nuevas que opten por la no violencia para conseguir la paz y se centren en el desempeño de la administración de las cosas: salud, educación, seguridad, empleo, sin las corruptelas que crean penurias y desencantos añadidos.

En este contexto Gaza puede ser una oportunidad para la paz definitiva o una nueva frustración que empantane el conflicto durante muchos años. Las partes implicadas directamente no podrán resolver este dilema por sí solas. Por eso la Comunidad Internacional debe actuar con premura para ayudar a conseguir un avance definitivo. A veces las partes de un conflicto pueden ver una solución pero no tener margen de maniobra para operarla. “Imponer”, entre comillas, esa deseada solución será la única salida. En caso contrario seguiremos con ese empate infinito, cargado de sufrimientos, en el que nadie está en condiciones de ganar ni de perder.