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La situazione è la seguente: è partito tutto tranne qualche vestito, la musica e il pc. E lo spazzolino da denti. E l’enorme cappotto di montone che ho dimenticato di imballare e che quindi indosserò, nell’Agosto cairota, quando dovrò raggiungere l’aeroporto, dopodomani.
Fino ad allora mi alimenterò facendomi portare pizze a domicilio, ché non ho più nulla per cucinare.
La cosa non mi dispiace perché sono precipitata in un vortice autoconsolatorio che mi ha spinto a riempire il frigo di birre e mi ha trasformato in cliente fissa della pasticceria qui sotto, e tanti saluti ai cinque chili che avevo perso un paio di mesi fa.
La pizza di Thomas da mangiare con le mani davanti al pc è in tema con il mio umore vagamente autolesionista, e poi vedermi decadente mi ha sempre divertito.

Mi presenterò in quel di Milano con 17 scatoloni e il montone addosso pronta per essere ospitata da un’amica, ché non ho ancora casa.
Pensa se non avessi neanche l’amica.
Pensa, soprattutto, se l’amica non avesse un garage per i miei 17 scatoloni.
Che poi, ora che ci penso, io non l’ho ancora avvisata di questo particolare. Non sono nemmeno del tutto sicura di averle detto quando arrivo.
Spero mi legga, perché faccio troppa fatica a fare cose pratiche come avvisare.

Ci sarebbe anche il problema di come raggiungere Milano Sud da Malpensa con i 17 scatoloni, ma ci penserò.
Certo che, tra le scatole che mi porto e quelle che già ho a Milano da due anni, devo essere una delle donne più piene di scatoloni del globo.
Avessi almeno voglia di spacchettare, ma non ho neanche quella.

La verità è che tutto questo mi appare abbastanza indistinto, non lo metto a fuoco. Non vedo perché dovrei, oltretutto. Mi pare una fatica inutile.
Mi lascerò trasportare dagli eventi, dunque, risparmiandomi una partecipazione emotiva che mi parrebbe un’inutile esibizione di protagonismo verso il fato. Che faccia un po’ quel che le pare, la mia esistenza. Svegliatemi quando avrà finito di esibirsi in queste piroette da mal di mare, ché io sono a letto con la Xamamina.

Non ho ancora fatto la lettera di dimissioni, quindi la stampante è ancora qui e la abbandonerò. Del resto, non mi è mai piaciuta e si mangiava anche i fogli.
Forse la faccio adesso, la lettera.
Dopo.

Il fatto è che sento, nitidissima, la necessità di non intervenire in alcun modo negli eventi, se non per lo stretto indispensabile. Tipo salire sull’aereo.
E’ per motivi scaramantici, non so come spiegarlo.
Ho sempre avuto la tendenza a concentrarmi sul presente e a programmarmi poco, ma adesso non è più una tendenza. Sono come in preda a un immenso “inshallah” e, letteralmente, non oso proiettarmi con l’immaginazione nemmeno da qua ai prossimi cinque minuti.
Figuriamoci programmarmi, organizzarmi.
Per cosa?
E se poi inciampo nei lacci delle scarpe e muoio come un’idiota, mentre sono lì che corro a organizzarmi?
Un “inshallah” cosmico, ferreo, avvolgente tipo sacco a pelo e da cui non ho la minima intenzione di emergere.
Io e una pizza, e forse un ferro di cavallo.

Sbirciando fuori dal sacco a pelo, ho l’impressione che siano tutti, ma proprio tutti, più bravi di me.
E più pratici, più freddi, più determinati.
Non che io desideri essere particolarmente fredda o determinata, soprattutto determinata. L’idea di rispondere alla domanda: “A cosa?” mi metterebbe in difficoltà.

O forse no: sarei abbastanza determinata a farmi i cavoli miei, come sempre. A non rompere l’anima e a non farmela rompere, a non farmi ostacolare nella mia spontanea manifestazione di me stessa.
Questo mi ricorda che dovrò riabituarmi alle scarpe chiuse, a Milano.
Mi viene da agitare tutte le dita dei piedi.

Forse sono tutti più sociali di me.
Deve essere questo.

Mi rimangono dei dollari e domani sera me li andrò a giocare. Poi sono carini, al casinò, e ti puoi inciuccare a spese della casa mentre perdi, felice, al tavolo del blackjack.
Mangerò sushi, mi inciuccherò e dilapiderò i miei dollari.
Peccato che abbia imballato la gonna elegante, che idiota.
Mi metterò il montone.

Come assaggio di quello che mi aspetta, oggi sono praticamente inchiodata dal mal di schiena procuratomi mentre imballavo.
A Milano lo avevo sempre, qui mi era scomparso.
Per il clima, certo, ma anche perché non avevo mai sollevato pesi, in due anni. Non ti dico come stavo bene.
Adesso mi ritrovo a toccarmi la schiena, mentre mi alzo dalla sedia, ed è come se non fossi mai partita.
Sento già aria di casa, e pensa che non sono nemmeno ancora arrivata.