ray.jpg

Ma roba da matti.

Provocata da Rotafixa, stavo raccontando da Biraghi che il mio primo tatuaggio mi era stato fatto, in un tripudio di Southern Comfort, da un’intera formazione punk dell’isola di Malta, i Riffs.
(Avviso per eventuali alunni di passaggio: è stato molto tempo fa, le cose cambiano e, quindi, chiudete il computer e tornate a studiare. Subito.)

Ero, all’epoca, perdutamente innamorata del cantante del gruppo, ragazzetto anglo-maltese che mi si presentava in spiaggia munito di anfibi, divisa nera d’ordinanza con catene e grossa giacca di pelle, indovina, nera. Arrivava assieme a tutto il gruppo saltando il muretto della spiaggia di Sliema, ché loro non amavano mischiarsi alla folla che prendeva le scale, e stava un po’ seduto accanto a me senza rivolgermi la parola e guardandomi come si guarda un’idiota se ci provavo io, a dire qualcosa: se qualcuno pensa che gli arabi siano maschilisti, è che non ha mai visto all’opera i punk anglomaltesi.

Dopo avere contemplato l’orizzonte, scambiato due battute con i compagni e tirato qualche sasso in mare, si rialzava di scatto, mi salutava con un “See ya” e se ne andava seguito dalla truppa.
E così per sei mesi.

Buona parte di questi sei mesi, io li trascorsi cercando di capire se stessimo insieme oppure no. Era un mistero che, con tutta la buona volontà, non riuscivo a chiarirmi.
La soluzione arrivò in occasione di un suo concerto al quale mi feci accompagnare da un paziente turista italiano che, per l’occasione, affittò una macchina: arrivo al concerto scortata da questo simpatico giovanotto, il gruppo suona e, finito il concerto, invece di raggiungerci si assenta: erano andati a distruggere la macchina al poveretto, a base di calci anfibio-muniti e qualche mazza.
Ricordo il gemito del mio accompagnatore di fronte all’atroce scoperta (“Era una macchina in affitto, come faccio…”) e io che penso: “Ah! Ma quindi lui è dell’idea che stiamo insieme!”.

Racconto del tatuaggetto e mi tornano in mente bottiglie di gin in barca a remi sotto il sole e Southern Comfort la notte. Io che mi sbronzo con lui, torno a casa, vomito pure l’anima e, la mattina dopo, la padrona di casa mi chiede di pagarle le piastrelle. Pago e vado a vivere da sola: la mia prima casa con cucina. E balconcino maltese.
Io che scopro lo ska dopo aver ciucciato Lou Reed pure dal biberon per anni e, tutta felice, mi faccio largo tra questi energumeni tatuati che saltano con le loro catene perché voglio zompettare pure io, per quanto piccola e napoletana. Gli Specials, su cui affino il mio inglese e mi imparo a memoria Too much too young, mai sospettando che, tempo tre anni, avrei fatto la stessa cosa dell’eroina della canzone (ehm, ciao Pupi!).

Io che mi compro i pantaloni di pelle nera per lui, e lui che si incazza perché crede che io li indossi per altri e mi molla là, alla festa, come un’idiota.
Lui che dorme da me e la mattina vuole davvero eggs and bacon.
Lui che viene a cena da me e mi porta i bastoncini di pesce perché ha paura che io gli rifaccia la pasta. E io che mi sbaglio e ci metto lo zucchero, sui suoi fish fingers, e ancora ne ricordo il sapore.
Lui che mi precetta a casa sua per sentire le prove e poi mi tocca sfogliare riviste di moda assieme alle fidanzate maltesi degli altri musici, mentre gli uomini suonano in un’altra stanza.
Io che dormo da lui e lui che, la mattina dopo, batte un cinque con gli amici e, se ci penso, ancora mi incazzo, e deve essere stato 25 anni fa.
Io che mi incazzo, mi incazzo sempre e sempre parlando e spiegando e lui che, esasperato, mi ripete: “Sei pazza, sei matta, sei strana, pazza, matta, strana” e poi, preso dalla foga, cerca di prendere a testate me e poi dirotta sulla porta e prende a testate la porta, e io che penso che ‘sti inglesi hanno un diverso concetto dello “strana-matta-pazza” e comincio a fare intercultura allora, ché prima si comincia e meglio è.
E il terremoto in Irpinia, e lui che prende a calci la mia porta nel cuore della notte e io mi affaccio dal balconcino maltese e lui mi urla: “C’è il terremoto a Napoli! Centinaia di morti!” e vaghiamo nella notte per cercare un telefono e lui che non si scolla da me fino a quando non sento la voce di mio padre.

E così, in pieno amarcord, mi metto a cercare Ray su Google e scopro che se li ricordano ancora, i Riffs, e che c’è ‘sta rivista che, l’anno scorso, ci ha pure fatto un articolo: “Ray Mercieca – A True Rock N’ Roll Survivor’s Tale”.

E poi, su un forum, leggo che: “Hard to believe Ray Mercieca couls sound like The Clash circa Rock The Kasbeh (Did I spell it right?)
Beats me how he lost the plot completely with Ray and the fucking Characters.”

I Characters? Li cerco e li trovo.
C’è pure la canzone da scaricare.
Non so cosa mi sbalordisce di più, se la foto o la canzone.

Pure la prof riflessa nel vetro davanti a me mi sbalordisce abbastanza, a pensarci bene.
Più che abbastanza.

Direi che è bene non rivedersi mai, da grandi, quando si è stati ragazzi insieme.
E però lo riconosco ancora, il ragazzetto, dietro a quest’improbabile tale basettuto che occhieggia dalla foto, e poi che voglio? Mi sembrava buffo anche allora, dopotutto.

Ma se penso a quanto mi ha fatto correre, gessù.