
Su questo blog non mancano mai i benintenzionati uomini d’ordine che, periodicamente, manifestano il loro allarme all’idea che io possa parlare di politica in classe.
Sì, come no.
Magari.
Nella realtà, io dico cose del tipo: “Allora, l’imperfetto è quella cosa che in italiano fa ‘amavo’, avete presente?” “No, il Mediterraneo è questo, quello è l’Atlantico.” “Sentite: facciamo che vi chiedo cinque lettere dell’alfabeto al giorno? Ce la fate, a impararne cinque al giorno?” “No! Hai sbagliato! La comunicazione al telefono è orale, si parla! E quella per lettera è scritta, si scrive!” “Tesoro mio, hai sbagliato 29 verbi su 30 e hai scritto male pure il tuo cognome, davvero non mi è possibile metterti la sufficienza. No, non insistere, non posso. No, non ce l’ho con te, gessù!!”
Soprattutto, quello che dico il grosso del tempo è: “No, non puoi leggere il giornale. Non puoi dormire/mangiare/bere/sputare/picchiare il compagno/lanciare oggetti/truccarti in classe/dire ‘vaffanculo’/fare l’isterico se ti chiedo il quaderno/varie e eventuali. Non puoi per questo motivo e per quell’altro, perché te lo spiego, te lo illustro, te lo scandisco, te lo modulo e te lo canto e, infine, sai che c’è di nuovo? Non puoi perché io sono più grande, più grossa e infinitamente più carogna di te. E, se ci provi, ti faccio pentire di averci anche solo tentato. Hai capito, adesso?” Ha capito. Per almeno mezz’ora, ha capito.
Io sono esausta, intanto.
Li guardo e penso a quelli che temono che io parli di politica in classe, appunto, e mi chiedo da dove dovrei cominciare se, in un momento di follia, mi venisse voglia di fare avverare i loro timori: “Dunque, ragazzi: c’è una cosa che si chiama Israele, ne avete mai sentito parlare? No? Be’, è un paese che sta in Medio Oriente e il Medio Oriente sta… vabbe’, lasciamo perdere.”
Loro, intanto, starebbero già dormendo o tirandosi le palline di carta. State tranquilli, uomini d’ordine. Non c’è alcun pericolo.
“Bella lì, prof, ci porta in gita? Non ci vuole portare nessuno.”
L’ultima gita di cui ho notizia si concluse con la prof accompagnante che andava a recuperare i suoi alunni in un commissariato di Praga.
Comunque, sì, li porto in gita.
Oggi ho dato la mia disponibilità e ancora mi chiedo come ho potuto. Anzi, lo so: perché così, fino a Febbraio, oltre a minacciarli di violenza fisica potrò anche dire: “Guardate che non vi porto in gita!”
Una è lungimirante.
“Noi non siamo uno solo”, diceva Musatti.
In me sonnecchia un’incazzosa bulla di periferia con tendenze pescivendolesche che questi ragazzi hanno il raro potere di risvegliare: fronteggiando Peppe de’ Peppis per inauditi motivi che non sto a riportare, gli ho sventolato l’indice puntato sotto al naso a mezzo centimetro di distanza, e fin qui ci siamo. Ma ho anche tirato in fuori la mascella, mentre sibilavo, e questo ha sorpreso persino me.
Dover tirare in fuori la mascella e sibilare per mestiere deve avere pessime ripercussioni sul carattere di una. Il prossimo passo sarà presentarsi a scuola con un chiodo nel naso e brandendo una catena. Se le amiche cominceranno ad evitarmi, sarò costretta a comprenderne i motivi.
D’altra parte, questi si menano.
Anche le ragazze, si menano.
Sono in corridoio, oggi, e ne intercetto due che si inseguono e uno acchiappa l’altro, lo trascina in classe e lo fa volare per terra e quindi io entro urlando (“Ma che faaai??? Sei impazziiito????”) e la classe, all’unisono: “Prof, ma abbiamo lei? Ma non c’era italiano, adesso?”
Eggià.
Siccome io ho l’altra classe, a quell’ora, l’unica cosa che li meraviglia è che io entri a dire che non si devono scaraventare a terra a vicenda.
Glielo leggi in faccia: “Ma non è la sua ora!”
“Qui siamo in trincea!” mi spiega la collega. “Tutti da noi, arrivano!”
E io, in classe, chiedo: “Ragazzi, ma come mai avete scelto questo tipo di scuola?” “Perché pensavamo che non si facesse niente, prof.”
Poi, indovina: coi disastri familiari che scopro esserci dietro decine, decine e decine di ‘sti ragazzi ci potresti riempire un’enciclopedia.
Chi non ha mai visto il padre, chi la madre, chi entrambi, chi era meglio se non li vedeva proprio ma, ahimé, purtroppo li vede e, anche, chi deve essere cascato molto, molto male alle elementari o alle medie e non ha avuto una famiglia che li proteggesse dallo stritolamento.
Perché succede anche questo. Come ogni istituzione, pure la scuola può essere abbastanza assassina, se hai sfiga e non ti puoi difendere.
Io, intanto, ho lacune pregresse da colmare.
Non le loro, le mie.
Perché una scuola con tanta concentrazione di guai tutti riuniti non mi era mai capitata, prima d’ora, e ci sono cose che, molto semplicemente, non so.
Qui si stampano appunti sulle difficoltà di apprendimento, dunque, e sulla “Sindrome da deficit di attenzione (ADHD)“, che mi fa istintivamente abbastanza infuriare ma, prima di infuriarmi, sarà meglio che studi, e poi gli handicap più diversi tra cui i più temibili, quelli che più ti fanno impazzire, sono quelli sfuggenti, che non si notano fuori da scuola, che non puoi misurare e davanti a cui ti senti come minimo confusa, se va bene.
Ho i capelli dritti, insomma, e ben poco da raccontare che possa finire su un blog.
Mi incazzerò, suppongo, quando mi toccherà sentire parlare di “Milano tecnologica” sotto le elezioni, ché parlare della Milano emarginata deve essere una cosa un po’ da sfigati e non so quanti candidati vorranno fare la figuraccia di soffermarcisi.
Se poi avanzassi qualche considerazione sullo sfascio familiare da cui provengono i ragazzi che più sembrano nei guai, rischierei pure di passare per bacchettona.
Ma è che io me l’ero scordato, come erano i ragazzi che al corso abilitante venivano definiti sugli appunti come “generazione dei senza padre”.
Degli studenti egiziani, tutto puoi dire fuorché che gli manchino i padri. Magari ne avranno altre, di sfighe, ma quella proprio no.
E si nota.
Sono tornata e me ne sono pesantemente accorta, che si nota.
I padri servono, ahimé.
Avrò molto da fare e poco da raccontare, quest’anno.
Peccato.
Però tra mille anni, quando non insegnerò più, mi sfogherò e le racconterò, un po’ delle cose che mi stanno tenendo i capelli dritti in questi giorni.
Io: “Uhm, ragazzi, questo libro mi pare un pelino eurocentrico: qui si dimentica il cinese, tra le lingue più parlate al mondo!”
Peppetto: “Ma è giusto, prof! Comandiamo noi, quindi è normale che nei libri si parli solo di noi!”
Peppetto.
Lo comanda lui, il mondo.

Ciao Lia,
avrei voluto averti come prof.!
Soprattutto per andare in gita, visto che anche a noi non ci portavano da nessuna parte.
ehy, mi sa che l’ADHD ce lo potrei avere pure io :-/
E’ il nostro mestiere. Un lavoro sporco, ma qualcuno deve pur farlo… La nostra è una piccola succursale, con 18 alunni su quasi 200 portatori di handicap tra i più svariati. E parliamo solo di quelli con handicap certificato che, in definitiva, col sostegno e l’impegno che ci mettono a volte vanno perfino meglio di certi altri. Tanto per dire, uno dei nostri HC ieri spiegava lo stato patrimoniale ad un commpagno normodotato.
Io, nel giro di un paio di anni, ho: assicurato alcuni pasti decenti settimanali ad una alunna indigente, sbattuto fuori di casa con carabinieri un fratello violento e ubriaco e assistito un’alunna minorenne durante l’aborto. Roba che la mia macchina ed io siamo a rischio di violenza fisica ogni giorno, se qualcuno dei parenti ci acchiappa fuori scuola.
Ma io amo il mio lavoro. Davvero.
Avere a che fare con persone con disabilità come ADHD et similia (o peggio) ci migliora come persone. Garantito!
Però è dura.
Mi ero convinto, non so perché, che fossi minuta non una “grande e grossa”, pure “pescivendola” mi ha un po’… disorientato :D
Come sta la tua caviglia?
Certo che avere dei lettori è un’esperienza curiosa…
Dunque, Jtheo: sono alta 1,67, porto il 38 di piede, ho 43 anni e, dopo i 40, ho cominciato a tondeggiare. D’altra parte non mi privo di nulla e, si sa, tutto non si può avere.
Spero che la scheda sia sufficiente. ;)
Comunque il punto è che un alunno può misurare anche due metri per 100 chili ma tu, in qualità di sua prof, sarai sempre più grande, più grossa e più temibile di lui.
E, se è proprio necessario, anche più pescivendola: per sventolare disinvoltamente l’indice sotto il naso di un manesco giovanotto chiodato bisogna avere più bar notturni che aule di pedagogia, nel proprio curriculum, ma la cosa ha comunque una sua efficacia educativa: noto con sollievo che vengo sfidata molto meno di prima, ora che è passato il primo, accidentato mesetto, e questo permette di lavorare meglio sia a me che, soprattutto, a loro.
So bene che nei manuali di pedagogia il punto pescivendolesco non è contemplato o, almeno, si preferisce non associarlo alle prof donne.
Io, però, sono profondamente convinta che di mamme ne abbiano fin troppe, i nostri studenti. Mamme maschi e mamme femmine, mamme di ogni foggia.
Personalmente, nei miei rapporti coi ragazzi tendo a “padreggiare”. O almeno credo.
E, a proposito di ADHD: queste “nuove malattie” mi ispirano una profonda diffidenza. Vorrei saperne di più.
Questi ragazzini la cui mancanza di autocontrollo sfocia direttamente nella patologia sono assolutamente struggenti, e una ha sensazioni un po’ fosche sul come siano stati diagnosticati da piccoli.
(Dice il collega di sostegno: “Guarda, può anche darsi che in origine non fosse un handicap. Solo che oramai lo è.”)
Vorrei capirne di più.
E’ l’esatto contrario: la mancanza di autocontrollo è una conseguenza della patologia.
E’ evidente che si parla di sindromi correttamente diagnosticate; non è che ogni intemperanza possa essere ricompresa nella “salvifica” categoria della disabilità, sarebbe addirittura controproducente.
Ecco: ma è possibile che diagnosi “facili”, diciamo così, rafforzino ‘sta mancanza di autocontrollo fino a provocare una patologia indotta?
Dietro la mia domanda c’è il fatto che sto vedendo questa malattia per la prima volta, e proprio adesso che, per la prima volta, ho studenti con situazioni economiche, oltre che familiari, molto difficili.
E poi c’è la storia della mia cara amica con figlio mulatto e incontenibile: le maestre di questo bambino erano assolutamente determinate a “curarlo” e la mia amica venne costretta a uno spaventoso pellegrinaggio tra psicologi infantili pena l’intervento dei servizi sociali, se non lo avesse fatto.
Poi però si stufò, anche perché convinta che il colore della pelle di suo figlio c’entrasse qualcosa, con la determinazione normalizzante di queste maestre.
Mandò il bambino a una buona scuola privata e di iperattività e deficit d’attenzione non si parlò più, semplicemente.
Ora ‘sto piccoletto sta finendo le medie, va bene a scuola, è un’irrequieta delizia di bimbo intelligente e, semplicemente, cresce.
Vuole fare la scuola militare, alle superiori, e aspira a fare il parà: non è un tipo tranquillo, insomma, ma avere grinta e testosterone a pacchi non è una malattia.
Io guardo certi alunni miei di adesso, con diagnosi che risalgono alle elementari, e penso a lui: se la madre si fosse consegnata alle maestre, lui si sarebbe convinto di essere malato (e quindi autorizzato a far danni), sarebbe venuto su col suo bravo insegnante di sostegno e lo stigma dei compagni e dubito che oggi sarebbe la bellezza che è.
E’ un semplice episodio, me ne rendo conto.
Ma io non sono un medico, non ho alcuna esperienza in materia e, per orientarmi, mi ritrovo gioco forza a fare i conti anche col poco che ho visto con i miei occhi.
Sono consapevole di poter dire e pensare cazzate, quindi.
“Correttamente diagnosticate”, dici. Io vedo schede dove c’è scritto, tipo, “difficoltà di concentrazione: molta.” Non capisco cosa voglia dire “molta”. Cosa devo pensare, io, di fronte a ‘sto “molta”? Mi pare un po’ vago.
Vivo con disagio la mia mancanza di formazione in materia, ecco.
Rimane il fatto che, quando uno arriva all’adolescenza, che sia stato diagnosticato correttamente da bambino oppure no cambia assai poco.
una volta mio padrre mi portò a trovare una vecchissima zia baronessa, una delle nobildonne di camera dell’ultima regina de ‘sto paese. la sua casa era una specie di museo, aveva foto e attestati ovunque. tra questi l’allora carta di identità di suo nonno, in realtà un papiro lungo mezzo metro: alla voce “statura” c’era scritto: giusta. mi ricordo noi tre (mio padre, mia sorella e io) che non aspettavamo altro che scoppiare a ridere in strada, una volta finita la visita alla vecchia.
il medioevo non finisce mai
Ed ora vorrei leggere qualcosa da coloro che hanno tanto criticato la tua osservazione sui chiodi,le mutande al vento ed i tatuaggi.
Vorrei constatare se per giudicare una persona senza conoscerla basta una frase tolta da un contesto che tra l’altro non si conosce.
Vorrei leggere di opinioni cambiate,non dico scuse..sono difficili le scuse..,ma qualcosa mi piacerebbe ti si scrivesse.
Io,che ti “conosco” da anni,so benissimo come la pensi in materia di ragazzi..so benissimo che farai l’impossibile e che quelli che ti faranno un sorriso ti strapperanno per l’ennesima volta il cuore.Chiodi o non chiodi.
Il mio maestro delle elementari se si comportasse ora come fece allora sarebbe da codice penale.
Troppo blando il telefono azzurro.
Ciao signora.
old
Se non ho pasticciato, ho inviato una risposta a mezzo email.
Quando leggo cose come quelle che succedono a Lia, come a molti altri in tante città d’Italia, mi chiedo cosa pretendono di più da certi professori, che devono diventare contemporaneamente anche assistenti sociali, genitori in seconda, consulenti psicologici e chissà quant’altro. Non è un po’ troppo per il mestiere più bistrattato e denigrato tra quelli “intellettuali” e sempre troppo malpagato (se non altro provate a fare un ciclo di sedute dallo psicologo e fate i conti…)?
Ci chiedono corsi di aggiornamento sulle ultime trovate della pedagogia o della didattica, ma quando si entra in classe, e in certe classi, come testimonia perfettamente Lia, è tutta un’altra musica. Inviterei pertanto coloro che pontificano, dai genitori benpensati agli psicologi o, peggio ancora, i pedagoghi, a farsi un semestre al posto di Lia o di Mitilene, sarei curioso.
Io, posso solo dare la mia sconfinata ammirazione, ché davvero non sarei mai capace di affrontare certe situazioni, e non lo dico certo per vantarmene.
Brava Lia, queste scuole hanno bisogno di persone come te.
Ma come Lia, ti stai confondendo. Non sei più in uno sfigato paese del terzo mondo.
Sei in Italia, terra di santi, di poeti e di navigatori.
I tuoi allievi sono semplicemente oltre l’italiano. Parlano già altre lingue. L’italiano è superato.
Rifletti bene e vedrai che hai travisato gli eventi.