perchenonvoto.jpg

A proposito della mia dichiarazione di non-voto, dico.
Rispondere nei commenti, qua o altrove, è sempre un lasciare il discorso a metà e, comunque, farei una gran fatica a spiegarmi, visto che quello che ho da dire non tira in ballo un mio semplice punto di vista ma – nientedimeno – ciò che io sento di essere come persona.

Intanto vorrei rispondere ad Apis: io non suggerisco di non votare. Non ho suggerimenti. Io mi limito ad esprimere i miei pensieri, la mia visione delle cose e la mia scala di priorità. Non solo non mi aspetto che altri la adottino, ma mi sembrerebbe anche curioso che qualcuno lo facesse.

Per quanto possa sembrare strano, il mio non è un blog “politico”. E’ un diario. Qui non si propongono linee o strategie: si racconta una personale visione delle cose.
Succede che, nel particolare momento che tutti stiamo vivendo, la mia personale visione delle cose sia costretta, con la forza e suo malgrado, ad assumere una collocazione che non può essere che politica perché, in questi disgraziatissimi tempi, rispettare ed amare quella variegata cosa nota come “mondo arabo” è, di per sé, una condizione antagonistica. Che tu la abbia cercata o no.
Ma questo non deriva da una mia particolare passione politica: dipende, semplicemente, dalla follia dei tempi che viviamo.
Io immagino che in Italia, nel momento che precedette e poi giunse alle leggi razziali, dovette succedere qualcosa di simile: me le vedo, persone mitissime, magari anche frivole, individualiste, che avevano pensato per tutta la vita agli affari loro e che, improvvisamente, si ritrovarono a dover fare – e molto seriamente – i conti con la propria coscienza.
E magari ci arrivarono in modo del tutto casuale, a ‘sta coscienza: perché avevano avuto la fidanzata ebrea, chissà, o l’amichetto, il vicino. Il professore licenziato. O perché erano essi stessi ebrei, magari. E, dopo aver dedicato la vita a farsi gli affaracci propri, si ritrovarono a scoprire di non essere privati cittadini ma “caso politico”, appunto.
Ci sono quindi, pare, dei momenti storici in cui la tua collocazione politica ti viene data dal semplice fatto che ti è successo, del tutto casualmente, di sentire sulla tua pelle o di capire il dolore delle vittime di una persecuzione e di farlo tuo.
Perché ti è andata così, e basta.

Cerchiamo di capire di cosa stiamo parlando.
Succede che un bel giorno, in quello che era un paese mediamente civile e dotato di quel minimo di freni inibitori che rende possibile la convivenza tra persone diverse, il primo quotidiano del paese tiene a battesimo – tra strepiti e grancasse e spendendoci tutto il suo peso e la sua forza – l’avvento, in Italia, della paranoia come strumento di analisi politica.

Qualcuno ha ricordato quel giorno scrivendo:

[…] semplicemente ero affascinato, da uomo che usa le parole, dal suo uso dell’italiano. Sembrava pongo, vetro fuso, lava: materia plastica. Il ritmo delle frasi, l’ondata di passione, davvero l’urlo uterino: erano frasi coerenti, foneticamente e musicalmente.

E’ un vezzo molto italiano, quello di perdersi dietro all’ “effetto che fa” piuttosto che al “cosa è successo”.
Un vezzo, appunto.

Io ho ricordi diversi: ricordo lo scritto della Fallaci letto nelle scuole, innanzitutto. Non c’era classe in cui un solerte prof non la declamasse ai ragazzi, l’estetizzante accozzaglia di luoghi comuni e deliri attraverso cui, grazie al Corriere della Sera, la paranoia smise di riguardare malati e psichiatri, in Italia, e diventò categoria politica.
Ricordo che per la prima volta sentivo dire cose come “Anziché figli-di-Allah in Italia li chiamano «lavoratori stranieri»“, ed era scritto in prima pagina sul Corriere della Sera. E che, da quel momento, non ci fu più limite ai modi in cui si potevano umiliare, offendere e insultare i musulmani d’Italia.
Caccia aperta, ché tanto aveva cominciato il Corriere.

Ricordo un clima irrespirabile, i giornali che scrivevano che “gli USA non escludevano l’uso di armi atomiche” e la gente che approvava, come no, ché tanto glielo aveva spiegato la Fallaci sul Corriere, come erano fatti ‘sti arabi.
Gli si poteva fare qualunque cosa, agli arabi, ché tanto non ci piacevano e poi aveva provveduto la Fallaci, a farci sentire tutti esperti in Islam, esperti in Corano, difensori di “Omero, Socrate, Platone, Aristotele, Fidia, perdio” (la “pappa preziosa”, come dice splendidamente Luciano Andreotti) ché qui altrimenti ci fanno “Algeri, Dacca, Nairobi, Damasco, Beirut.
Perdio.

Fu un’operazione, quella di De Bortoli, il cui cinismo deve essere stato superato rare volte, nella non lusinghiera storia di questo paese.
Prendi il peggio delle pulsioni che circolano in un paese, dagli una forma scritta, ritmica quel tanto che basta da piacere a qualsiasi massaia e firmata da una scrittice il cui popolarissimo nome è spendibile un po’ ovunque, e avrai uno stratosferico successo al solo prezzo di traformare una minoranza religiosa in capro espiatorio della società.

Io, vorrei ricordarlo, a un certo punto della mia vita sono stata talmente sopraffatta dal disgusto che provavo verso questa società impazzita e verso chi fomentava scientemente e cinicamente il suo impazzimento, che me ne sono andata.

Ho lasciato scuola, università, casa, amici, appoggi e tutto quello che avevo perché, semplicemente, questo paese che delirava non ero più in grado di reggerlo.
Non “me lo potevo permettere”, come dice un commentatore qua sotto: ho lasciato la scuola da precaria sapendo che avrei smesso di fare punteggio e che quindi sarei stata scavalcata in graduatoria da chiunque avessi dietro. Me ne sono andata a guadagnare 80 euro al mese e non ho scelto l’America Latina o la Spagna dove avrei comunque avuto la strada spianata dal semplice fatto che conosco la lingua: ho scelto un paese arabo perché mi colmava di orrore il fatto che da noi si dicessero, facessero e auspicassero cose criminali, contro questa gente, e mi dissociavo.
E’ chiaro?
Mi dissociavo, mi dissocio e mi dissocerò tutta la vita e questo punto, nella mia esistenza, è al di là di qualsiasi discussione.

E mi si viene a chiedere di votare per Ferruccio De Bortoli o, comunque, per quelli che “lo avrebbero voluto candidato e che sono gli stessi che sceglieranno il candidato con cui sostituirlo”???

A me???

Io, dopo avere cambiato la mia esistenza per dissociarmi da questo sciocco, mediocre e meschino orrore, adesso dovrei andare e mettere una croce sul nome proposto da chi avrebbe voluto l’inventore del fenomeno-Fallaci come sindaco di Milano??
Ma chi può mai pensare di chiedermi una cosa del genere??
Ma con quale testa, con quale realismo?
Io vi voglio un sacco di bene, Webmaster, Chiara, Pedrita e tutti, ma non è nemmeno pensabile che io ce la possa e ce la voglia fare, a esprimere un voto del genere.
E poi cosa?
Poi l’avrò votato io, il pubblicizzatore dei prossimi libri contro i “figli di Allah”?
O i suoi amici?
Li avrò votati io con le mie mani questi delinquenti, questi malfattori, questi mistificatori della realtà, questa gente che ha tanti problemi a farsi forte con chi è forte ma non ne ha nessuno quando si tratta di aizzare la canea nazionale contro i più deboli tra gli indifesi del paese?

Abbiate pazienza: no.

Qui c’è un malinteso di base: quando voi dite “noi” vi riferite all’Italia.
Per me, il “noi”, è il Mediterraneo, se non può essere il pianeta intero; è l’Italia come la Spagna come il mondo arabo. Quella è casa mia, là stanno le mie radici, lì sento aria di genitori, nonni e bisnonni, lì capisco il senso delle cose a pelle, lì stanno il mio affetto e il mio senso di lealtà.
Con tutte le differenze che ci possono essere tra una sponda e l’altra del Mediterraneo, quello che a me interessa è ciò che ci unisce. Mi serve. Ne ho bisogno. E’ una questione di salute mentale, culturale, umana.
E considero le divisioni, le guerre di civiltà, le crociate e via delirando una malattia che dovrebbe ritornare all’ambito psichiatrico da cui è evasa; tutto qua.
Nella mia scala delle priorità, al primo posto c’è questo.
Abbiate pazienza.
E non perché “me lo possa permettere”. Perché decido di permettermelo, che è diverso.
Perché ognuno, nella propria vita, si ordina le proprie priorità come meglio crede.

Infine, Pedrita, vuoi che non lo sappia che c’è una suadente dittatura che ci assedia?
Mi basta fare uno starnuto su Israele per trovare frotte di gente che chiede a gran voce che io venga indagata per lesa maestà e conseguenti reati di opinione. Lo so fin troppo bene, guarda.

Ma il ruolo dei media, dei De Bortoli, non c’entra niente?
Sarebbe arrivata a questo punto la pressione intimidatoria, la censura sull’informazione, l’orwelliano controllo dell’adesione generale ai cosiddetti “valori d’Occidente”, senza i De Bortoli?
No.
La risposta è: no.
E lo sapete.

Io non giudico nessuno e non voglio essere giudicata.
Non suggerisco, non esorto, non consiglio: mi esprimo.
Il mio blog non ha altro motivo di esistere.

Ritengo che ci sia bisogno di tutti, in questa sciagurata situazione: tanto di chi è sulle vostre posizioni come di chi è sulle mie.
In qualche modo, stiamo tutti cercando di mettere una pezza al disastro, ognuno come può e come sa.

La mia personalissima e minuscola pezza consiste nel non votare chi offende, mortifica e minaccia quelle bambine là: quelle sulla Vespa.
Capisco che, di pezze, possano essercene diverse.
Capiatelo anche voi.