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Dice: “Be’, sì, fossi in Italia mi sa che voterei per Prodi: su Cadena Ser dicevano che gli manca solo di proibire il voto, a Berlusconi!”

Dico: “Be’, allora vota!”

Dice: “Oh, ma non posso! Io sono spagnola, voto in Spagna, non ho più neanche la carta d’identità italiana.”

Dico: “Ma figurati! Tu sei mia figlia, quindi sei italiana. Ti presenti in ambasciata, ti iscrivi nel registro degli italiani residenti all’estero e voti.”

Dice: “Ma no, mamma! Io non sono un’italiana residente all’estero, sono una spagnola rientrata in patria. Non credo nemmeno che sia legale, non lo accetterebbero.”

Dico: “Pupi, ti assicuro: tu sei italiana, credimi. Ti ho fatto io. Pure i tuoi figli saranno italiani. Puoi votare alle elezioni quanto ti pare.”

Dice: “Senti, mamma, non si può votare in due paesi diversi. Io sento la responsabilità di ciò che accade in Spagna, quindi voto in Spagna. In Italia ci devi votare tu. Poi io sono spagnola, insisto, e non sai che fastidio provo quando qualcuno, qui, mi chiede di dove sono per via dell’accento! E spiego pazientemente che ho vissuto diversi anni in Italia, ma è una cosa davvero seccante doverli convincere che sono spagnola quanto loro.”

Dico: “Ma infatti, tu non sei affatto spagnola quanto loro! L’italianità si trasmette per sangue, tanto per cominciare, quindi piantala di fare la gnorri. Poi tu ci sei cresciuta, in Italia, che non è lo stesso che viverci qualche anno. Anzi: tu ci sei cresciuta, in Italia. Io no. Tra noi due, quella che è cresciuta italiana sei tu, non io. Quindi non si capisce perché io dovrei sentire più obblighi elettorali di te. Semmai è il contrario.”

Dice: “Ma se non ho più neanche i documenti italiani, ti dico! E nemmeno li voglio, a che mi servono? La mia vita è qui, qui sarà la mia famiglia, qui pagherò le tasse, che c’entro io col governo italiano? Ma poi, senti: per votare in Italia, uno deve sempre sentirsi rassegnato. E’ quello, il sentimento con cui vi preparate sempre alle elezioni, voi. E non c’è sentimento che io detesti più della rassegnazione: mi fa proprio orrore, guarda! Mi spiace, ma non posso. Brr.”

Dico: “Eh, dimmi: ma davvero da voi si vota volentieri? Cioè: uno va a votare e si sente bene mentre lo fa?”

Dice: “Ma sì, che domande. Guarda: pure il PSOE ha avuto un periodo in cui era diventato abbastanza orribile. E, infatti, ha perso. Allora si è rinnovato e, infatti, ha vinto. Qui funziona così.”

Dico: “Aspe’, ma ho sentito dire che Zapatero va sparando agli immigrati di Ceuta.”

Ruggisce: “Cosa?? Calunnia! Chi dice questo? E’ stato il Marocco e, anzi, Zapatero ha dovuto fare autentici miracoli diplomatici, dopo ‘sto casino. Ma che diavolo dite, voi in Italia?”

Dico: “Boh, è un periodo che seguo poco, leggiucchio qua e là. Ma poi non è stato condannato quel giornalista di Al Jazeera?”

Dice: “Mamma, senti: questo è un paese democratico e, di conseguenza, qui la magistratura è indipendente. Non so come siete abituati voi ma qui, ti assicuro, se un giudice condanna qualcuno non ce la si può prendere con il governo.”

Mugugno.
E intanto immagino la bambina che va a dormire con la Costituzione spagnola tra le braccia, come un tempo si faceva col peluche.
Mi è diventata patriottica, beata lei.
“Perché noi qua, noi là, la nostra economia va bene, gli immigrati sono percepiti come una risorsa, sto studiando le agevolazioni per comprare casa, il problema grosso è la faccenda dello statuto catalano perché là Zetapé rischia, te ne parlerò.”

Lei lo chiama Zetapé, Zapatero.
Mezza Spagna lo chiama Zetapé.
ZP, sarebbe.
Che il cielo lo mantenga all’altezza di tanta serenità da parte dei suoi compatrioti.

Oggi mi è giustappunto capitato di vedere Viva Zapatero al cinema, finalmente.
E c’era Petruccioli, come ben sa chi ha visto il film.
Uno esce che sta male.

A un certo punto, c’è una frase della Guzzanti che recita più o meno così: “Libertà non può essere solo avere la possibilità di votare periodicamente contro se stessi.”

Pensavo alla memoria e al fatto che qui siamo sempre nel Grande Presente, nella periodica emergenza sempre uguale.
Vedevo le date delle varie performance di Berlusconi, nel film, e ricordavo cosa facevo io allora.
1995: “Ah, allora fu quando ci mettemmo disperatamente a fondare il PDS nel feudo berlusconiano!”
2002: “Uh, lì è stato quando abbiamo iniziato a preparare l’espatrio!”
2005: “Ancora, gessù.”

E Petruccioli.
Ma l’avete visto, Petruccioli?
E dove lo candideranno, i DS, in che collegio? Così, per sapere.

Aggiornamento: Webmaster al telefono, appena rientrato a Bolzano: “Santo cielo, quel Petruccioli. Indecente. Raccapricciante. E quello era il presidente della commissione di vigilanza della RAI, ma ti rendi conto??”
E quindi gli chiedo: “Ma allora, dimmi: se ti presentassero Petruccioli a Bolzano, alle elezioni, tu che faresti?”
Silenzio.
Ancora silenzio.
E poi, dalla cornetta, emerge la voce di uno che deve decidere se amputarsi una gamba, più o meno: “Guarda, io rimango della mia idea. Credo che Berlusconi vada fermato. Quindi, voterei Petruccioli. Voto Petruccioli.”

Un popolo di eroi.
Penso confusamente che questo patibolo elettorale abbia pochi equivalenti, al mondo, e che meriterebbe di essere studiato all’estero.
E’ una particolare variante di democrazia bloccata anche questa, mi pare.
Che roba pazzesca, senti.