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Per uno di quei giri strani che fa la vita a me è capitato, un paio di settimane fa, di ritrovarmi a cena con due guardie di finanza.

No, aspetta, fammi dire l’antefatto: mi avevano appena derubato.
Perché, sì, sono anche già riuscita a farmi derubare, a Milano, nel senso che sono salita sulla metropolitana con un borsellino e ne sono scesa senza.
Ho detto: “Ma porca miseria!” e sono andata dai controllori a dire: “Non ho più il borsellino!” e a sentirmi dire: “Poverina!” e poi ho imboccato l’uscita e ho detto: “Cribbio, l’ombrello!” e sono tornata dai controllori e ho detto: “Scusate, ho lasciato qui l’ombrello?” e loro mi hanno detto: “Sì, lo aveva in mano quando è venuta a dirci del borsellino e lo ha appoggiato, ce ne ricordiamo.” e ci siamo guardati intorno e, no, l’ombrello non c’era più.
In tre minuti.
Mi avevano fregato pure quello.
E quindi ho di nuovo imboccato l’uscita, con le mani in tasca e sotto una pioggia scrosciante, e riflettevo sulle cose della vita: “Venti minuti fa avevo 150 euro, una carta di credito, un bancomat, il tesserino del tram e quello dell’università. E un ombrello.”
Ed eccomi lì, venti minuti dopo, con le mani in tasca e la pioggia in testa, senza un euro.
In mezzo al paesaggio di Cascina Gobba.
Poi dice che una si deprime.

Telefono a un amico che vive nelle vicinanze. Lui ha ospiti in casa e ne manda uno a riscattarmi.
E mi arriva una guardia di finanza, appunto.
Madonna, che bello. Una ‘ste cose le nota, che deve fare.
Ma bello, proprio: alto, figo, palestrato. Sventolone da paura.
E andiamo a casa di Giuanìn e ce n’è un altro, uguale. Bello pure lui. “E che gli danno da mangiare, alle guardie di finanza?” mi domando, ammirata.
“E che ci fanno tutte queste guardie di finanza da Giuanìn?” mi chiedo subito dopo.
Apprendo che, in realtà, vorrebbero entrambi darsi allo spettacolo.
Non me ne stupisco.
O, meglio: una parte del mio ipercritico cervello registra che le nostre forze dell’ordine devono essere piene di aspiranti Velini ma, che devo dire, il grosso della mia attenzione è rivolto al portafoglio mancante, quindi racconto ai due fustaccioni la mia disavventura.
“Ah, te lo avrà rubato un arabo!”
Ahem.
Dico: “No, io gli arabi li noto subito: appena ne vedo uno mi avvicino per sentirlo parlare e fare pratica linguistica. Non è stato un arabo, non ce n’erano.”

Ed entriamo in argomento, per forza, ed ho modo di immaginare i due sventoloni alle prese con gli immigrati di Milano e mi accendo una sigaretta e poi un’altra e li guardo, così belli e così familiari, con gli occhi uguali ai miei e l’accento in cui sono cresciuta io, e tutti quei muscoli fatti in palestra che, fino a quando non saranno Velini, servono – forse – a picchiare gli stranieri che gli capitano tra le mani.
E’ come osservare dei prototipi: le forze dell’ordine argentine, mi vengono in mente. Bei fascistelli duri e puri, brillantina, sorriso malandrino, quoziente intellettivo di un cespo di lattuga o giù di lì.
“Se ne devono andare!”, ruggiscono.
“Al paese loro!”, ringhiano.
Però ruggiscono e ringhiano in dialetto. Nel mio, per giunta.
A Milano, e a me viene un po’ da ridere.
Guardali, i napoletani a Milano.
Che odiano gli immigrati.
Ma fantastico, dai.

Poi mi spiegano che scambiano le donne con i cammelli, gli arabi.
Io sono arrivata alla diciottesima sigaretta, sono semisdraiata sulla sedia eppure, lì per lì, penso a una metafora.
No, quale metafora.
Dicono davvero, e mi riscuoto.
Sono di fronte a un fenomeno che merita tutta la mia attenzione.
“Cammelli?”, mormoro.
“Sì, guaglio’, te lo ggiuro! E’ successo a un amico mio a Sharm-al-Sheik! Steva ‘lloco co’a mugliera e il negoziante gli ha chiesto quanti cammelli voleva pa’ ‘a mugliera! Ma veramente ti dico! Gli hanno offerto cammelli per la moglie!”
E sono indignati, sinceramente.
L’unico neurone che condividono in due sprizza sdegno, i muscoli guizzano e la voglia di menare immigrati si espande per la stanza. Da un certo punto di vista, riescono persino a tranquillizzare la donna delle caverne che è in me: finché rimango con ‘sti due, nessuno potrà mai scambiarmi con dei cammelli.

Perché, certe volte, una rimpiange la donna semplice che non è.
A me non dispiacerebbe, nella prossima vita, nascere totalmente oca e perdermi per un animalone di questi.
Una ha le sue perversioni.
Se solo stessero zitti.

Poi, la prof che è in me prende la malinconica decisione di intervenire: “Guaglio’, lo stavano prendendo per il culo, al tuo amico. I negozianti di Sharm lo dicono per scherzare, che ti danno il cammello in cambio della moglie. Sanno che ai turisti piace sentirselo dire. A dire il vero, credo che loro pensino che i turisti lo sappiano, che stanno scherzando.”
E i due finanzieri mi guardano a bocca aperta, sconcertati.
E rincaro la dose: “Avete presente Napoli? Quante cazzate si dicono, da noi, ai turisti giapponesi, americani?”
Annuiscono.
Non ci avevano pensato.
Il neurone è stremato.

Ed io li guardo e sono certa, assolutamente certa che ‘sti due le alzino, le mani sugli immigrati, se gli capita.
Convinti di menare gente che scambia le donne con i cammelli perché glielo ha detto l’amico che è andato a Sharm.

E, normalmente, una non ha idea dell’esistenza di questa gente: non capita di incontrarle, le persone così. Tanto meno di ascoltarle.
Non capita a me, non capita alla gente che conosco io.
Epperò esistono, questi esemplari umani, anche se a vederli (pettinati, bene alimentati, ben vestiti) non ne indovineresti mai il QI, e portano il neurone a spasso per la città, arrestano gli immigrati.
Pazzesco.

Qualcuno avvisi i negozianti di Sharm: è ora di cambiare battuta, gente.
Con urgenza.
Lasciate perdere gli scherzi sui cammelli: mettete nei guai i vostri connazionali che emigrano.
Non tira aria, dico davvero.