
Una giornata qualunque.
Mi contesta una prima, oggi a scuola.
Niente che una prof strettina di voti non conosca a menadito e non sappia gestire, direte voi.
Be’, stavolta c’era una novità.
“Sa, prof, lei è stretta di voti ma, stranamente, con lei va bene gente che va male in tutte le altre materie. Strano, no?”
Li guardo corrucciata: “Niente allusioni con me, ragazzi. Niente stili mafiosi, parlate chiaro. Altrimenti non capisco.”
E non capisco, in effetti.
Mi spiegano: “Le ispanoamericane. Lei dà 8 e 9 alle ispanoamericane.”
E a me casca la mascella.
“Ragazzi: le ispanoamericane parlano, appunto, spagnolo.”
“Ah, ma lei non le interroga come interroga noi!”
“Certo che no. A voi chiedo di contare fino a 10, chiedo il presente del verbo essere e quello della prima coniugazione. Questo, vi chiedo. A loro chiedo gli argomenti di civiltà. E infatti alcune hanno solo 8. Se mi dovessero dire quello che chiedo a voi, secondo programma, avrebbero 10. Mi colpisce molto che vi lamentiate voi, anziché loro.”
“Non è vero che a loro chiede il programma! L’abbiamo sentita, a volte chiede della loro famiglia, o della politica nei loro paesi!”
Io, basita: “Ma se loro parlano, oltre a fare un favore a voi dimostrano a me che sanno usare i verbi. Davvero non lo capite?”
E una col cognome assai lombardo domanda, cattiva: “Perché io mi devo fare il culo e prendere sei e mezzo e loro devono prendere 8 solo perché sono ispanoamericane?”
Voglio dire: rendiamoci conto. Io insegno spagnolo e la scena a cui sto assistendo è surreale.
Poi, guarda: così come tendo a prendere fuoco per cose piccole, di fronte a quelle veramente gravi divento molto tranquilla, in genere.
Mi armo di pazienza, quindi.
Spiego.
Che l’obiettivo finale di una prima è arrivare a sapersi esprimere su argomenti di vita quotidiana.
Che coniugare un verbo non è un valore in sé, ma un modo per arrivare all’obiettivo di comunicare.
Che una madrelingua, che a loro piaccia o no, questo obiettivo lo ha già raggiunto il primo giorno di scuola per il solo fatto di esistere, e che voglio che sia ben chiaro che a loro sto chiedendo di più.
Che avere delle madrelingua in classe e sentirle parlare è una risorsa per cui, da sempre, la scuola e gli studenti pagano. E che loro sono fortunati ad averle gratis.
Le mie ragazzine ispanoamericane, intanto, tacciono. A testa china. Una ha gli occhi rossissimi.
Questa è gente che, nelle altre materie, fa una fatica boia poprio per motivi linguistici, santo cielo. Studiano l’italiano mentre studiano il resto.
E, ciò nonostante, alcune riescono ad andare meglio dei loro compagni italiani. Quella con gli occhi rossissimi, per esempio.
E nessuno, dico nessuno tra gli studenti italiani interviene a difenderle, a prendere le distanze da questo discorso assurdo: ma che mi stanno chiedendo? Di interrogarle in italiano per poi dargli il voto di spagnolo?
Di chiedergli la coniugazione del verbo essere, di contare fino a 10?
A delle madrelingua?
Il problema è che la richiesta, semplicemente, non c’è.
C’è solo il desiderio di tenersi il loro vantaggio di studenti madrelingua in tutte le materie e di negare a loro il vantaggio in spagnolo.
Credo che pensino che “queste straniere vengono a rubarci l’8 in spagnolo!”
“Ragazzi, per curiosità: ma se voi aveste 5 compagni californiani, anziché ispanoamericani, non credete che costoro prenderebbero 8 in inglese?”
Tacciono, colpiti. “Californiani” è diverso, temo.
Parlo di didattica, espongo le virtù della conversazione in lingua e dico alle mie alumnitas con gli occhi rossi quanto segue: “Le cose gratis hanno il difetto di non essere apprezzate, in genere. Sappiate che tutte voi, quando avrete il diploma di licenza superiore, potrete andare direttamente in Provveditorato e, armate della vostra nazionalità, potrete chiedere di essere iscritte nella graduatoria di “Conversazione in lingua spagnola.” E’ la C033, prendete nota. E lo Stato vi pagherà affinché voi facciate quello che già fate gratis qui, durante la mia ora: parlare nella vostra lingua.”
Alla fine erano un po’ mortificati, i giovani italiani.
Le ispanoamericane si sono attardate attorno a me, alla fine della mattinata, e io ho chiesto: “Come l’avete vissuta, questa storia?” “Come puro e semplice razzismo, prof.”
Come dar loro torto.
“La classe avrà ciò che chiede perché è giusto che impari”, ho detto io. “Al prossimo giro vi farò le domande che faccio a loro. Prenderete 10, ma non abituatevi. Non voglio vedervi vivere di rendita linguistica, voglio che studiate. Quindi durerà solo un giro, questo andazzo. Poi si torna agli argomenti di civiltà e alle letture.”
“Ok, prof.”
Me la sono tolta di dosso solo quando uscita da scuola, la mia calma.
Pedalando verso casa, ripensavo a quelle facce cattive, all’infierire su un gruppetto sperduto, al “Prof, io non le ascolto perché non mi piacciono a pelle!” della più accanita di tutti, all’assurda pretesa di vederle andare male nella loro lingua, al non accettare che delle immigrate possano saperne più di loro.
Mai vista, una roba simile.
Pedalavo e mi sentivo il sangue in ebollizione.
Arrivo sullo stradone del Ponte delle Milizie e c’è una grossa moto rovesciata in mezzo alla strada e un motociclista che bestemmia e si tocca il ginocchio dolente.
Mi fermo e, in contemporanea, si fermano delle forze dell’ordine e, intanto, la conducente della macchina investitrice scende e si avvicina.
E’ una garbata signora sulla sessantina, molto turbata.
Il motociclista è un tale sui 40 anni.
“Questa troia mi ha tagliato la strada!” dice alle forze dell’ordine.
La signora: “Come, troia? Non dica così, e comunque ho frenato per evitare la macchina davanti, mi spiace tanto!”
E il motociclista: “Quale macchina, lo hai fatto apposta! Adesso vai e prendimi la moto, cammina!”
“Ma come, l’ho fatto apposta? Cosa dice?”
E il tale: “Ti ho detto di sollevarmi la moto, muoviti!”
E io sono lì che non posso credere alle mie orecchie: questo quarantenne, vestito come una persona normale, dall’aria più che normale, sta dicendo a una minuta signora sulla sessantina, visibilmente mortificata, di andare in mezzo allo stradone del Ponte delle Milizie e di sollevargli la sua enorme Yamaha metallizzata.
E fa sul serio.
Dandole del tu.
E insiste: “Prendimi quella moto, cammina! Muoviti!”
E io rimonto sulla bici e me ne vado e non ho, letteralmente, più parole.
Mi pare un incubo.
Mi sento finita all’inferno, più o meno.
Ma che roba è, dio mio?
Ne parlavo con Cubanite l’altro giorno: lui è arrivato e ha scritto questo post.
Poi glielo hanno ripreso su Libero Blog e i commenti che gli sono arrivati lo hanno lasciato ancora più agghiacciato che la città in sé.
E ce lo dicevamo: uno arriva da fuori e questa valanga di odio generale, questa profondissima maleducazione costante, questa rabbiosità diffusa ti sorprende, non c’è niente da fare.
E’ la primissima cosa che ti colpisce e lo fa con una tale forza da stenderti.
“Ma noi come facevamo, prima?”
Prima di andarcene, dico.
“Eravamo immersi, non ce ne accorgevamo. Ce ne accorgiamo adesso perché veniamo da un’altra galassia.”
Lui Cuba, io l’Egitto, ma la sensazione è identica: esci in strada e ti pare di entrare in un canile in cui hanno finito l’antirabbica.
Tremendo, stai proprio male.
Poi ci sono le oasi, certo: una qui ha le sue amiche, e il cielo gliele conservi.
Frequento gente civile.
Ho i miei bravi affetti, le mie cose da fare. Certo che sì.
E la prospettiva di andarmene.
Altrimenti – se non avessi le amiche, gli affetti e la prospettiva di andarmene – mi toccherebbe buttarla sull’esistenziale, proprio.
E ci pensavo, oggi: se per qualche motivo mi succedesse di essere condannata a stare qui per sempre, cosa potrei fare? Uccidermi? Ma davvero, guarda. Se, guardando nei fondi di caffè, dovessi vedermi qua per il resto della mia vita, la voglia di abbreviarmi la sofferenza mi verrebbe. Per forza.
Non è possibile vivere così. Quest’infinita cattiveria priva di qualsiasi interesse, di qualsiasi significato, di qualsiasi perché.
Questo veleno insensato.
Questa banalità intossicante, triste e pasciuta.
Non voglio, proprio.
Non posso, guarda.
Uscire di casa la mattina e vivere così non è possibile.

Ma pensi che sia tutta l’Italia che sta andando a male o Milano in particolare?
Sono basito e ammirato Lia, hai centrato esattamente e precisamente la situazione. Caspita allora è davvero così, pensavo di essere io il pirla a vederla in questo modo, pensavo che mi sbagliavo perché non era possibile.
Ora hai capito perchè vivo fuori dalla realtà?
Perchè cerco di non leggere i giornali?
Ho letto di Cubanite.
Io sono sempre stato qua,in Italia,ma mi basta andare sull’appennino che già la gente cambia,soprattutto quella locale.
Non credo che l’Italia sia così,nemmeno che gli italiani siano tutti così.
Feroci e maleducati intendo….
Ma guarda,sono proprio sicuro che se prendi un contadino,un montanaro,un paesano anzichè analizzare un cittadino,ci troverai molti dei valori che non circolano più per Milano e nelle altre grandi città.
E’ così credimi.
Per vivere in una città e non scendere a questi livelli di rabbia bisogna sempre sentirsi gente di paese.E restare tali…questa è la vera fatica.
E voi due siete rientrati da due paesini di provincia..come quelli sugli appennini.
Hai sentito che freddo Marco?
ciao
old
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Maleducazione metropolitana
Non ne volevo parlare. Avevo sbollito la rabbia per lo sdegno gi
Che roba eh? E’ l’Italia Lia. Consideralo l’ennesimo bentornata questo episodio che leggerlo fa male al cuore. Non riesco nemmeno ad immaginare come si siano sentite quelle ragazze ad ascoltare certe cose. Un po’ come un mio amico arabo, laureato, che parla correntemente 4 lingue, con due master, che si sente dire dal suo capo che lui “non parla bene italiano”. Un po’ come mio marito che si sente dire che i libri lui non li legge, se li porta a spasso tanto per far vedere che capisce l’italiano. Loro che più in là della Gazzetta dello sport non vanno, non riescono a capire perchè un ragazzo arabo si legga libroni in italiano sui mezzi. A me, questa Italia mette una tristezza infinita: e non riesco a ricordare com’era, quando era diverso. Un abbraccio alle tue allieve ispaniche.
Lia, tu sai dove vivo (in Siria, per gli altri) e come la penso (in queste cose non molto dissimilmente da Lia, per gli altri); però a volte mi rendo conto che, anche se la situazione in certi paesi ci sembra diversa, è forse perché non capiamo completamente quello che la gente dice, o grida, o semplicemente sussurra per strada.
Per esempio, io incenso sempre la sostanziale bontà dei siriani, che a me sembra (e lo è, per molti aspetti) un popolo affatto bellicoso, con molta gente generosa e affabile, almeno con me che sono straniero. Poi lo dico in giro ai miei studenti e loro, poco dopo essersi un po’ inorgogliti, chiosano: “però tu sei uno straniero, un italiano, per giunta, che qui consideriamo quasi cugini”; perché, che differenza c’è?, chiedo io agli autoctoni.
La differenza è che tra loro i siriani non sono affatto così generosi e affabili, sparlano, attuano continuamente la quotidiana pratica della delazione, si insultano a denti stretti; le ragazze, per esempio: molte mie studentesse, in agosto con più di 45 gradi, non potevano vestirsi come volevano, in maniche corte (mica una cosa assurda, con 45 gradi), perché per tutto il tragitto sarebbero state gratificate dello stesso aggettivo usato dal motociclista milanese alla signora, senza nemmeno aver causato un incidente, ma solo per farsi i fatti loro vestite in maniche corte.
Insomma, capire le cose, anche linguisticamente, può aiutare a capire meglio il resto, compreso il fatto che, l’Italia è certo un paese che negli ultimi anni si è incarognito e degradato civilmente come pochi, ma anche che l’altrove tanto decantato, è teatro di quasi le stesse cose, se solo capissimo cosa dicono le persone così come accade a casa nostra.
Ma no, Lia, non vedere tutto nero. La maleducazione è diffusa, certo. La Milano a misura di Cayenne esiste e anche un inguaribile ottimista sul futuro di questa città non può fare a meno di vederla. Ma c’è anche la Milano che resiste alla melassa che ti avviluppa e riduce i tuoi desideri a 20 cavalli e 15 km/h in più. La Milano allegra, cazzarona, solidale, quella che affolla le letture della Divina Commedia in piazza, che si ritrova per pedalare con Critical Mass, che senza conoscersi chiacchiera di libri da Feltrinelli. E’ una Milano che partecipa, dal girotondo attorno alla RAI alle affollatissime manifestazioni del 25 aprile.
Quella Milano lì (anzi, “questa Milano qui”) è magica. Perché non si lascia tirare dentro, quindi è da ammirare ancora di più. Come spiego all’Adele, è facile voler bene ai belli-buoni, più difficile ai brutti-figlidiputtana, come Milano. Che però ti capita di scoprire che hanno un gran cuore nascosto tra due SUV parcheggiati a culo.
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Incontro ravvicinato con un cafone
«Il motociclista ? un tale sui 40 anni. “Questa troia mi ha tagliato la strada!” dice alle forze dell’ordine. La signora: “Come, troia? Non dica cos?, e comunque ho frenato per evitare la macchina davanti, mi spiace tanto!” E il…
Purtroppo e’ possibile, prof.
(Non sono un suo alunno, sono solo uno a cui mancano un po’ i propri prof. Che poi erano odiosi per la maggior parte del tempo, ma tant’e’.)
Dicevo, purtroppo e’ possibile: basta fare lo struzzo, in sintesi; ignorando sistematicamente la rabbiosita’ altrui (e imponendosi la calma) si puo’ continuare a vivere tranquilli, sperando in tempi migliori, cosi’ come di non essere coinvolti, come quella signora minuta sulla sessantina, in qualcosa di estremamente spiacevole.
Ad ogni modo, non si vive bene cosi’, si sopravvive; qualcuno ha un’altra soluzione?
Effettivamente la nuclearizzazione di tutta la penisola sembra l’unica soluzione per impedire che la genetica italica della scortesia, della furbizia e del razzismo non possa passare dai padri ai figli. Una domanda come mai secondo te tanto accanimento da parte di alunne ragazze contro altre ragazze? Ma di solito le donne non erano più comprensive o mi hanno spiegato male.
Infatti ci dimentichiamo spesso che siamo stati noi che abbiamo eletto Berlusconi alla guida del paese.
E comunque forse la prima linea di questa guerra gretta e senza prigionieri è proprio qui. Non in Egitto o a Cuba. Resisti Lia, che è bello saperti qui.
:)
cara lia (scusa il tono confidenziale ma ogni tanto ti leggo anche se non ti ho mai scritto)
“l’altro ieri” cioe’ nel 1400 circa in piazza santo stefano a milano giovanni maria visconti, allora duca di milano fu ucciso da (mi pare 3) congiurati, uno di questi era piuttosto incazzato perche’ il suddetto gianmaria aveva fatto rapire alcune donne di casa sua e le aveva fatte prostituire.
noi siamo i discendenti di questa gente, stiamo imparando a diventare persone civili ma fino a poco fa facevamo cose che oggi farebbero gridare calderoli alla castrazione, alla lobotomia o a chissa’ che altro, ed e’ proprio questa la misura: l’esempio che da’ di chi ci governa.
resisti lia, resistiamo tutti
ce la faremo a diventare civili!
Scusa la franchezza ma sono due episodi assolutamente slegati.
Il primo di una gravita` assoluta,ho dovuto ricominciare a leggere il racconto perche` mi rifiutavo di comprendere una follia del genere.
Sul secondo,non conoscendo l’esatta dinamica dell’incidente non essendone stata testimone,potresti sospendere il giudizio.
E in quanto ciclista forse potresti anche capire il perche`…
cazzo Lia comincio a capire perché quando t’incazzi sei una jena :-) dico di più, comincio perfino a giustificare :-)
Carolina
Assolutamente d’accordo con old (che va a finire che è un mio vicino di casa…;)
A spostarsi un po’ dalla città si trova tutto un altro mondo … che magari i cittadini guardano storcendo un po’ il naso, con l’aria da superiori …. ma in realtà trovi molto più calore, molta più genuinità … molta più umanità …
mia madre fa la bidella in una scuola di una piccola cittadina, se gia´ con gli insegnanti si comportano male, figuarati con i bidelli…
credo di averlo fatto anche io una volta alle superiori.
in italia non ci rendiamo conto che studiare una lingua puo´ servire a qualcosa. pensiamo sia solo una materia scolastica da studiare per essere promossi… e ritrovarsi poi all´estero rendendosi conto di aver fatto troppo poco e´ frustrante.
bisognerebbe avere piu´ stranieri in classe per farci accorgere che quello che si sta studiando e´ vita.
anche per questo penso che bisognerebbe obbligare tutti a fare un´esperienza all´estero: per imparare almeno una lingua che non sia la tua (il che apre molto il cervello), per conoscere una realta´ diversa (questo aiuta ad uscire dalla propria mentalita´ – anche quella cattolica – e a scoprire come si puo´ essere civili senza fare alcuna fatica), per mettersi nei panni degli stranieri e capire quanto e´ difficile fare tutto in un paese che non e´ il tuo.
io ringrazio anche di aver potuto fare questa esperienza in una citta´ come berlino, dove tutti sono abituati agli stranieri, dove la citta´ e´ multiculturale, offre tanto di qualsiasi cultura per qualsiasi cultura, dove la gente ama confrontarsi, e´ aperta mentalmente e non ha pregiudizi.
ci sono due soluzioni a tutto cio´:
– andarsene;
– impegnarsi in prima persona perche´ qualcosa cambi.
@mario: l´incidente puo´ essere accaduto in qualsiasi modo, ma dare della troia a una persona (oltretutto piu´ grande di te) e poi abbligarla a tirare su in modo cosi´ arrogante la tua moto da 2 tonnellate non mi sembra un comportamento civile.
ciao
elisa
Io vivo in provincia, lungo il corso del fiume Po, provincia strappata alle paludi, eppure, le situazioni che Lia descrive, le vedo, vivo e sento, anche in un ambiente ristretto, come quello del lavoro.
Questa moda poi di liquidare la propria ignoranza, l’incapacità di espressione, l’impossibilità di creare una connessione tra lingua e cervello, quella presunzione di superiorità, che non è altro che un claudicante tentativo di celare il proprio essere bifolco, con l’espressione :” io non lo sopporto/a è una questione di pelle”.
Sarà anche vero che non bisogna vedere tutto nero, che le persone non sono tutte così, ma è anche vero che, al di là di qualche “riunione da Feltrinelli, girotondi e manifestazioni del 25 aprile” normalmente la gente la trovi mescolata, ed molto triste dover impiegare la propria vita sempre a cercare, scegliere, distinguere, cose per le quali a volte si impiega un casino di tempo, che spesso si scopre pure di aver sprecato. Abbiamo infatti raggiunto anche una certa raffinatezza nell’arte del camuffamento !
sono completamente solidale con te. ne discuto sempre di più, in casa, con mia moglie; abbiamo un figlio che va alle elementari e rimaniamo basiti ogni giorno nel constatare l’ineducazione che i bimbi assorbono continuamente, e ancor più sconcertati nel constatare che molti genitori di suoi compagni sono molto più che ignoranti. in giro c’è una totale indisponenza verso i propri simili, nel nome di un oblio che viene dall’alto e dalla tv; si calpestano le elementari regole di convivenza civile: quella che un tempo è stata la culla di grandi pensatori classici ora si è imbarbarita di nuovo, e stiamo abbandonando rapidamente la strada della nuova civilizzazione.
elisa,credo tu mi abbia confuso il mio commento con quello di mario.
E credo inoltre che tu non sia motociclista e che tu non abbia mai rischiato seriamente la vita in un incidente motociclistico per colpa di una “disattenzione” altrui.
Provalo,poi sappimi dire.
Lia, che pena!Pat pat, Gianna.
Prima o poi sui blog di chi sta o e’ stato all’estero l’argomento ritorna. In particolare riguardo a Milano. Per me, l’ho gia’ detto tante volte, e’ cattiveria da esasperazione. Per i ritmi, lo smog, la qualita’ della vita, le prospettive sempre piu’ nere, le piccole cose di tutti i giorni che diventano lussi e la gente che ti scavalca senza neanche dire permesso. Non farsi coinvolgere diventa gia’ di per se stesso impegnativo.
Pero’ se siamo in cosi’ tanti ad averlo notato forse siamo sufficientemente vicini al fondo da spingere e risalire.
Che dire?
Per gli studenti: buon lavoro, mi sa che dovrai dotarti di pazienza in quantità industriale.
Per quanto riguarda l’esagitato motociclista spero che abbia il fatto suo dal legale della signora.
Mah. Io studiavo in Giordania. E mi ricordo una mia amica bionda che ogni tanto, ovviamente, mica sempre (non cerchiamo i luoghi comuni…), veniva umiliata con commenti osceni (che ahimé capiva) soltanto perché bionda.
Io studiavo in Giordania, e avevo una fidanzata dolcissima che per fortuna non hanno mai scoperto fosse la mia fidanzata. E che aveva un’amica che era stata ammazzata da un cugino perché era andata ad Hammamet Main con un suo compagno di università e una vicina li aveva visti (al di là dell’esperienza personale basta leggere qualche statistica sui crimini d’onore in un paese “moderato” – che vuol dire? – come la Giordani…).
Io studiavo in Tunisia e ho visto un signore di circa sessantanni picchiato con una cattiveria senza uguali da un ragazzino di quindici anni.
Io studiavo in Tunisia e ho incontrato un ragazzino che di anni ne aveva probabilmente meno di quindici minacciarmi per avere il mio orologio.
Mi piace molto, Lia, il tuo blog. Più per come scrivi che per quello che scrivi, devo dirti.
E’ che alle volte cadi nel si stava meglio quando si stava peggio che è poi parente stretto dell’almeno una volta i treni arrivavano in orario.
Milano per la mia esperienza è una città forse fredda, ma tendenzialmente educata. E sotto una scorza dura più generosa di molte altre. E i paesi arabi (dove vivo, dove ho vissuto) non sono quel paradiso che racconti tu. Almeno se sei una ragazza araba e non una signora napoletana trapiantata a milano. Poi libera di preferire il Cairo a Milano. Anch’io non ci vivrei nel mondo arabo se non mi piacesse, se non mi interessasse. Però, davvero, non facciamone l’apologia, soltanto perché noi, quando ci gira, ce ne possiamo andare. Chi là ci vive, e combatte ogni giorno, e magari, se potesse, un bel giorno smetterebbe pure di combattere e verrebbe a milano, merita qualcosa di meglio. La malattia dell’etnografo vittoriano è più facile da contrarre di quanto si creda. E parlar male dell’Italia è il vezzo preferito degli italiani…
Con affetto
M.
Groucho: possiamo fare le pulci agli arabi come ai cubani come agli abitanti dell’Appennino, ma io qui sto parlando dell’uscire di casa e ritrovarsi quotidianamente in mezzo a gente che abbaia, ringhia e cerca di mordere. Specie se sei donna o anziano, guarda un po’.
Non considero il popolo egiziano (o siriano o cubano) privo di difetti, e due anni e rotti di Egitto mi hanno messo perfettamente in grado di capire la parola “troia” anche se detta al Cairo, e pure molto altro.
Però al Cairo non la vedi, una donna incinta in piedi. Non so a Damasco.
Al Cairo lo menano, uno che dice a una signora di sessanta anni di raccogliergli la Yamaha da terra. Lo fanno tornare a casa pesto, guarda.
In Egitto ci sono le sedie nei negozi e ovunque e, se non ci sono, qualcuno le procura per gli anziani. A Milano, metropolitana di Romolo, ho fatto due o tre ore di coda per il tesserino del metrò assieme a un mucchio di anziani. Non una sedia. E le vecchiette e i vecchietti appoggiati alla parete che cambiavano continuamente posizione, in evidente disagio, soffrendo col loro numerino in mano. Per due, tre ore.
E questa è un’inciviltà inesistente, in Egitto. Non so in Siria.
Un’inciviltà molto significativa, trovo.
Poi, guarda, è tanto semplice: una ragazza (una tipo le tue alunne, che possono permettersi l’IIC e quindi le immagino borghesi e certo più occidentaleggianti delle mie egiziane di un’università statale di provincia che, verso le maniche corte, normalmente nutrivano solo diffidenza) una ragazza come le tue, dicevo, probabilmene si diverte di più in Europa. (Non a Milano, che è un buco anche per quello, ma in Europa.)
Una madre, una donna anziana, un anziano in generale, un bisognoso, forse stanno meglio, parecchio meglio, nel mondo arabo.
Perché l’organizzazione sociale, là, ti romperà anche le balle sulla maglietta ma ti facilita l’esistenza in mille altre cose la cui importanza ti è chiara non appena smetti di mettere l’esibizione del corpo al centro della tua attenzione, e, facciamocene una ragione, accoglie la debolezza come parte – dignitosa – della vita.
Qua ti sbranano, se ti mostri minimamente malfermo.
C’è un ragazzo che conoscevo in Egitto, ora a Milano, ed era uno che avrebbe fatto di tutto, pur di venire qua.
Mi diceva, l’altra sera: “I don’t feel society, here.” Avvilito.
Questo è il punto.
“You don’t feel society”.
Vedi tizi ringhianti e infelici, per la strada.
Capitasse mai di ridere per qualcosa, a spasso per la città. Ma mai, ma nemmeno per sbaglio.
Amen.
Poi, ripeto, qui non si tratta di fare classifiche su chi è più bravo. Si tratterebbe di scendere dal nostro piedistallo del cavolo, noi, di prendere uno specchio e guardarci, una buona volta.
Visto che passiamo la vita a sentirci migliori del resto del mondo.
Vienici, sei mesi a Milano. Da Damasco.
Nella periferia dell’impero, con la “Milano city marathon” e mille altre ridicole insulsaggini in inglese, le periferie agghiaccianti, ragazzi infinitamente più ignoranti dell’ultimo contadino del Delta del Nilo, quattro cinema in croce, il perbenismo vacuo e smorfioso di sciuretti e sciurette con le stesse meches, e tutti incazzati, tutti l’un contro l’altro armati.
Vieni e divertiti.
Secondo me ci torni a nuoto, a Damasco.
Con tutti i difetti di Damasco.
Alberto: tu scrivi “[…] come spiego all’Adele, è facile voler bene ai belli-buoni, più difficile ai brutti-figlidiputtana, come Milano.”
Vabbe’, ma è come dire che volere bene a un marito brutto, scemo, violento e palloso è più difficile che amarne uno bello, intelligente e arrapante.
Eccerto.
Ma chi l’ha detto, che ci si debba complicare la vita a forza?
Poi lo so, che ci sono pure tante belle personcine, e le mie migliori amiche sono di qua, e ci mancherebbe.
Ma pure in mezzo a un naufragio capita di trovare gente simpatica, sulla scialuppa.
E comunque il clima è di provincia dell’impero, ripeto.
Alla Casa della Cultura l’altra sera, c’era un incontro sull’Islam. Avrei voluto fare un post sulle domande del pubblico.
Ed era il pubblico della Casa della Cultura, non quello della sala parrocchiale.
Poi è caruccia, sì, tanta sinistra milanese.
Un po’ più sionista di quanto io sappia reggere, però.
E più per storie di amicizie o frequentazioni che per reale conoscenza del tema.
Il che è un’aggravante, ovviamente. O meglio: lo sarebbe, in un’atmosfera un pelicchio meno fatua.
Marco: ecco, mi mancava “la malattia dell’etnografo vittoriano”.
Come no.
Guarda, uno legge quello che vuole leggere.
A me pare di avere parlato di tortura, di problemi sociali enormi, di catastrofe ambientale e di mille altre cose, a proposito del mondo arabo.
Poi, appunto, ciascuno legge ciò che vuole.
Però è vero: il tema (condiviso da tanti europei che vivono là) delle ragazze arabe che vorrebbero spogliarsi di più e fidanzarsi di più non mi appassiona, che ci devo fare.
Perché lo trovo minoritario, intanto: la mia esperienza egiziana è fatta di ragazze che volevano coprirsi di più, caso mai, e cose così.
Ma le egiziane che vedevo io non erano quelle dell’IIC e simili, normalmente.
E poi perché, a differenza di tanti benintenzionati maschi femministi occidentali, io ritengo che le donne siano donne da zero a cent’anni, e non solo da “ragazze”.
In Occidente, questo concetto non è molto chiaro.
Ed è vero che tra i 15 e i 30 anni presenta degli svantaggi, essere donne là (svantaggi relativi, ché moltissime non lo pensano affatto) ma è anche vero che a 50, 60 anni, la bilancia degli svantaggi crolla tutta dalla parte occidentale.
Ma, appunto: i femministi maschi occidentali non ci pensano.
Bisogna fargli un disegnino,per ricordargli che si è donne anche a quell’età.
E, anche se alla fine lo capiscono, a parole, diciamo che il tema non li tocca, chissà perché. Oltre i centimetri di stoffa da ritirare e i centimetri di pelle usufruibili, non ritengono che ci siano altri problemi su cui riflettere.
Altruistoni che non siete altro, come da secoli a questa parte…
(E le femministe donne occidentali, come tante ebeti, non hanno nulla da obiettare, in genere. Pure per loro, pare che la questione femminile stia tutta nella stoffa e nella pelle. Siamo andate lontano, non c’è che dire.)
P.S. Visto che conosci il mondo arabo, dovresti evitare di parlare di delitto d’onore in Gordania associandolo a “paese moderato”, fosse anche solo come artificio retorico subito smentito. Che la Giordania, per una serie di motivi suoi specifici, abbia una sua cupa reputazione anche negli altri stati arabi, per questo motivo, lo saprai bene, immagino.
E piantiamola anche di mettere nella stessa zuppa Tunisia ed Egitto, Finlandia e Grecia.
A me, per esempio (e Bioro76 mi perdonerà, spero di cuore) la Tunisia non è piaciuta.
Aggressiva, l’ho trovata, e troppo laica per una che ama l’Egitto.
:-(
Ma siamo qui a Milano.
Dobbiamo assolutamente trovare il bello o i belli dello starci.
Perchè ci sono. Ci devono essere. :-)
Facciamo una lista?
Sono uno stillicidio di essenza le tue parole.
Mi chiedo che livello o genere di consapevolezza ci sia nell’uscita dei tuoi alunni, è talmente fuori da ogni criterio di razionalità che non si può che pensare, escludendo la pazzia, ad una tipo di cognizione alterata, ma per loro
” normale “.
… il panettone … ? ;)
@Braindead: si avevo sbagliato persona…
da ragazzina, senza coscienza, ho fatto diversi incidenti in motorino e al mio paese almeno 4 sono morti in moto, per non parlare di quelli in auto.
conosco un bel po´ di motociclisti e so per certo che vanno tutti a una velocita´ superiore ai 150 orari appena possono, non dire che siete dei santi.
nel momento in cui ti fai male, e ho assistito anche a diversi incidenti anche gravi, di sicuro pensi piu´ a quello che ti sei fatto che non ad inveire contro lo stronzo che ti ha investito…
se il tipo aveva da inveire:
1. non si era fatto niente;
2. era un gran maleducato;
3. non si aggredisce una persona a prescindere (soprattutto piu´ anziana di te), magari si ascolta cos´ha da dire;
4. spesso fanno tutta sta scena per farsi pagare i danni anche se c´e´ solo un graffietto (che poi chissá da dove veniva…)
@elisa: “conosco un bel po´ di motociclisti e so per certo che vanno tutti a una velocita´ superiore ai 150 orari appena possono, non dire che siete dei santi.” che bella la demagogia,che belle le generalizzazioni.
Qualche bel raccontino di vita vissuta:
mio fratello viene sparato su un marciapiede da una signora che senza freccia gli ha tagliato bellamente la strada. Dito medio della mano destra,frattura scomposta. “Ooooh scusa,non ti avevo visto,colpa mia,ti porto al pronto soccorso”. Salvo poi inventarsi testimoni *inesistenti* del fatto,ovviamente con una versione a suo favore,ovviamente per non cadere di classe bonus/malus.
Io in minacciosa riserva al semaforo prima di un salvifico benzinaio che mi avrebbe salvato dopo km percorsi pianissimo con l’incubo di rimanere a secco.
Scatta il verde,con calma ingrano la prima e mi accingo a partire.
Un simpatico e maturo pizzettaro in ritardo per il lavoro decide di bruciare allegramente il rosso,sfasciandomi la forcella (e quindi per mera questione di centimetri non mi ha sfasciato la gamba sinistra).
Il tempo dello scatto di un altro semaforo,il tempo che uno dei testimoni dietro di lui,passando in macchina dicessero “ma spaccagli il casco in testa,a quel coglione” ed ecco che il nostro arzillo impastatore decide di ribaltare la frittata “sei tu che sei passato col rosso! sei partito come un matto! ah…voi in moto…”.
E` stato salvato dal casuale sopraggiungere,dall’altra corsia,di una volante della Polizia.
E da questo dovrei forse dedurre che “tutti gli automobilisti sono stronzi,corrono e quando possono te la mettono nel culo volentieri”?
Direi di no.
Per il resto se ho appena rischiato la vita per *colpa* *evidente* di qualcuno non mi interessa ne’ quanto e` vecchio ne’ cosa ha da dire.
*Se* ha torto marcio e ha messo a repentaglio la vita altrui deve quantomeno avere il buon senso di saper incassare qualunque improperio.
Che il motociclista avvistato da Lia fosse un malato di mente,e` assai probabile.
Che Milano sia piena di stronzi,e` un fatto.
Che si debba essere sempre calmi e serafici,nonviolenti buonisti e comprensivi con chi ha messo a repentaglio la nostra vita rimane una bella pretesa.
Ma tanto noi motociclisti siamo dei criminali sozzi e barbari,quindi non e` che si possa pretendere molto…
A meno di voler considerare l’eta` in quanto tale come un handicap e una scusante ma sinceramente la cosa mi pare avvilente (si`,mi sono anche sentito dire “eh portate pazienza,e` anziano” dopo che l’attempato guidatore aveva bruciato uno stop e gia` che c’era fatto inversione all’incrocio. il tutto con la supervisione della figlia a bordo che gli ha detto di passare e del genero che,testimone del tutto,e` venuto a minacciarci,invece di chiederci scusa).
Ti porto la mia esperienza. Molto diversa dalla tua.
Io qui nel profondo sud, in provincia di Napoli, in classe ho un solo alunno ispanoamericano. Vive in Italia da 3 o 4 anni e in questo momento frequenta la III nellITC dove io insegno la sua lingua. Bene, anche lui, come è ovvio e naturale, con me ha sempre preso buoni voti (anche se questanno, avendo cominciato a mescolare castigliano, italiano e napoletano ed essendo calato il suo interesse per la scuola, naviga sulla sufficienza). Ebbene, lui qui è un autentico beniamino, non solo della sua classe, ma di tutto listituto (ben 1400 alunni, mica bruscolini); anche se i suoi compagni si ostinano a chiamalo o spagnol nonostante lui ed io (più io che lui, in verità) ci affanniamo a spiegare la differenza tra un hispano e uno spagnolo e a mostrare cartine in cui la Spagna è a un tiro di schioppo dallItalia, ed il Venezuela sta molto più in là dellOceano.
Certo avrà il suo peso il fatto che nel napoletano ci sono molto meno stranieri che a Milano, che una città di mare è più antropologicamente abituata allincontro con laltro, che qui un ispanoamericano fa ancora esotico, che io credo di essere un po meno stretto di voti di te (ma mica uno che se distribuisce sufficienze a pioggia). Però altro ci sarà, e sarebbe il caso di indagarlo a Milano, dentro la vita opu-lenta di ciascuno dei tuoi alunni.
(Mentre ti leggevo, mi venivano in mente certe tragicomiche satire dellhomo padanicus che ho visto qualche giorno fa rappresentate dalla compagnia multietnica del Signor Rossi [Paolo] e limpero del male).
Sì, dai Lia, scrivi sui commenti degli spettatori della Casa della Cultura… sono curiosa.
Ci ho pensato su.
E sono arrivato al titolo con foto che c’è sul post anche grazie al cane di mio figlio.
Infatti il quadrupede quando è in gruppo di cani cerca la sua collocazione nella gerarchia saggiando le reazioni altrui.
Certo che per essere sicuro di partir bene lui inizia abbaiando,non si sa mai,poi quelli che non rispondono all’abbaiata non vengono considerati in quanto sono già di fatto dei subalterni gli altri dipende da come abbaiano.
Con quello incazzato duro lui non ci si mette,oppure aspetta d’aver sistemato tutta la sua scaletta per poi risolvere la questione con lui.Ma non è detto si giunga al sangue e se gli scontri cruenti sono pochi lo si deve al fatto che i cani accettano la scala gerarchica che viene stilata al primo incontro. Noi no.
Così siamo noi nelle grandi città.
Molto tempo fa discutevo con un amico sulla risata,sulle cause che la scatenano.Ed io dissi che la solitudine rende l’uomo più sereno quindi più sorridente.Sembrava un’idiozia detta allora,ma detta adesso ha ripreso i suoi valori.
L’uomo padrone del suo posto-tempo-vita senza bisogno di confronti se non con la durezza della realtà.Una persona così non può essere che allegra,fiduciosa in sè stessa rispetto ad un cittadino preso da mille impegni sottolineati da un’ulcera congenita.
Io sono un cane che non abbaia..un vecchio cane che però morde se morso.
Tu Lia…che cane sei?
Katia io sono di Bologna…quartiere S.Stefano..eheheheh.
Chissà….
Per quanto possa sembrarti strano Lia, ti dò ragione. Io adoro la Tunisia, ma quella che ho vissuto. Detesto Tunisi, detesto Hammamet, non adoro il Cape Bone se non la cittadina dove ci siamo sposati, Kelibia, che è una felice eccezione. Probabilmente perchè sono posti in cui ho vissuto dimensioni troppo “occidentalizzate”, che decisamente stonavano. Dove in effetti la gente comincia ad essere troppo affannata, troppo in corsa per ricordarsi davvero chi è. Adoro invece il sud del paese, dove vive ancora la famiglia del Boccolone. Dove la laicizzazione è arrivata con molta meno aggressività o non è arrivata affatto. Dove nonna Mabrouka, in quanto anziana, è il fulcro della famiglia. I nipoti sentono i suoi rimbrotti, sbuffano magari, le dicono che è noiosa, perchè cmq sono ragazzi… ma le danno sempre retta, e non le mancano mai di rispetto. E so per certo che lì non è un’eccezione, è così dappertutto. Quando cercavo di spiegare alle mie cognate il concetto di “badante”, ho avuto non poche difficoltà. “Non capisco” mi diceva Farida “ma perchè non ci si occupa in famiglia di un anziano? E’ grazie a loro che ci siamo… non capisco proprio…”.
A chi parlava di maniche lunghe o corte, sarebbe il caso di ricordare che forse occorre tenere presente il parere delle dirette interessate a riguardo. Mia suocera, una donna di quasi sessant’anni, è stata costretta a non indossare più il velo per strada fino ad un paio di anni fa grazie alle leggi che puntano alla laicizzazione della Tunisia. Parliamo di una donna di sessanta anni. Parliamo di un problema che è esistente solo per noi, loro proprio non l’avvertono. Le mie cognate, donne dai 35 ai 18 anni, mi guardano e mi chiedono “Ma scusa, è un problema per gli occidentali se ci copriamo? Ma perchè?”. E cmq parliamo di donne che si mettono le maniche corte con il caldo ma si tengono il velo perchè provaci tu a stare alle falde del deserto in un giorno in cui tira vento. Altro che velo, ci vorrebbe.
Credo che le donne nei paesi arabi abbiano problemi ben più seri della lunghezza delle loro maniche. E’ che per noi è più comodo, più facile occuparci di quelle. Sarebbe interessante chiedere ad una donna palestinese, tanto per fare un esempio, qual è il suo problema più grave. E resta sempre da ricordare il fatto che l’emancipazione di una donna non si misura dalla lunghezza di una gonna o di una manica. Ci mancherebbe altro. Se si trattasse di questo, basterebbe mandare uno staff di sarti nei paesi arabi a sforbiciare tutte le maniche e le gonne, problema risolto. Temo proprio che la questione sia un pelino più complessa.
Cara Lia, scusa se ti rispondo un’ultima volta. Mi dici dove ho parlato di centimetri di stoffa? Rileggi un po’ il mio commento.
Io al Cairo ci sono passato e basta. E quindi lascio il beneficio del dubbio. Però continuo a non essere convinto, Lia, perdonami. Io dove sono ora vedo signore anziane (che poi probabilmente tanto anziane non sono, sono solo invecchiate male) portare sporte enormi di spesa nell’indifferenza dei giovanotti che passano il tempo a fumare e a bere sul bordo della strada. Mi ricordo un capo tribale arrivato in ritardo “perché ero con mia moglie nei campi”, fare una faccia stranita per la gaffe commessa e aggiungere “controllavo che lavorasse”. Non vado avanti ché divento noioso. Il mondo arabo, per la mia esperienza, è sicuramente meno individualista dell’Europa. Conta la comunità, sia essa la famiglia, la famiglia allargata, il vicinato.Però questa dimensione comunitaria, oltre ad avere i benefici che racconti, ha anche un elemento fortemente coercitivo che schiaccia la diversità e l’indipendenza. A pagare di più sono le donne perché hanno meno capacità di uscita. E pagano non nel coprirsi, o almeno non soltanto in quello. Il non potersi smanicare se si vuole è soltanto un sintomo, e non il più importante, di questa mancanza di libertà. E si finisce a parlar di donne, rischiando di beccarsi per la prima volta del femminista, solo perché sono il gruppo più debole.
Prima o poi commento sull’Iraq, e allora si che ti arrabbi…
M.
Appena letto il tuo post, ho (purtroppo) tirato un sospiro di sollievo: per fortuna non ci abito più in Italia. E neanche voglio tornarci a stare.
Marco dice chde nel mondo arabo conta la comunità.
Anche per me, conta la comunità.
A dire il vero credo in Italia fosse così,credo che dappertutto fosse così prima dell’arrivo di “sani” valori tipo individualismo, “voglia di vincere” e aggressività.
Che posso quasi ricordarmi l’anno in cui la parola “aggressivo”
ha assunto connotati positivi nel linguaggio dei pubblicitari.
Odio fare paragoni tra le città, ma da questo punto di vista, quello della comunità, mi trovo cento volte meglio a Roma che a Milano.
Napoli non so, non ci ho mai vissuto, ma sospetto che ci starei benissimo.
E faccio il tifo perchè la mia povera (è per affetto) Emilia-Romagna, stretta tra il modello moderno-freddo-individualista del Nord, e quello vecchiotto-tradizionale-comunitario del CentroSud, opti per quest’ultimo, che è sempre stato il suo proprio.
Marco, si parlava di maniche. A meno che le maniche non si facciano col formaggio.
C’è chi, nei paesi arabi, più che la sindrome dell’etnografo vittoriano sviluppa quella di Bernard Lewis. E’ un modo un po’ bieco di ricambiare l’ospitalità ma, diciamocelo, fa tanto bene all’Io di chi lo pratica.
Immagino che, sull’Iraq, tu mi voglia spiegare come si sta meglio adesso che c’è la democrazia e come stiano bene adesso le ragazze, specie quelle dolcissime.
Bah.
Ma di cosa non sei convinto, Marco?
Mi spieghi l’oggetto?
Ho scritto che a Milano la maleducazione e l’aggressività imperano: puoi leggere sia nel commenti che nei trackback che è un constatazione sentita e condivisa.
Capisco che sia bello, a Tunisi, poter dire che “a Milano sì che sono civili” ma, mi dispiace, fattene una ragione: qui è pieno di gente infelice e incazzata.
Poi è ovvio che le signore, a Tunisi come a Catania, si portano la loro spesa mentre i giovanotti fumano nei bar, che ovvietà: dubito che gli stessi giovanotti se ne stiano stravaccati sul bus lasciando in piedi le donne incinte, però. A meno che il laicismo forzato non gli abbia fatto veramente male, alla Tunisia.
E, francamente, il tuo lasciare intendere che nel mondo arabo lavorino le donne e gli uomini se ne stiano in panciolle è totalmente (e spero non consapevolmente) falso: ti confondi di civiltà, temo. Lì la gente ne fa tre al giorno, di lavori, pur di mantenere la famiglia.
Fammi il favore.
Ho attraversato la valle del Nilo due volte alla settimana per due anni, li ho visti gli uomini che si spaccavano la schiena nei campi. Cosa mi stai venendo a raccontare?
Di cosa, non sei convinto?
Del fatto che una sedia non si nega a nessuno, da quelle parti, specie se si è anziani?
Del fatto che i motociclisti 40enni arabi non sono soliti chiedere alle signore di sollevargli la Yamaha?
Del fatto che non si respiri rabbia e veleno, andando a spasso per le strade arabe?
La conosco, la Giordania: esattamente come al Cairo, la dimensione normale, nelle strade, è la gentilezza. Non il ringhio diffuso.
La dimensione normale è la serenità, non l’infelicità plumbea.
E’ vero o non è vero?
Non c’è niente da fare: l’arroganza nostrana è tale che, pur di non ammettere che noi ne avremmo, di cose da imparare da loro, siamo disposti a spostare qualsiasi discorso all’infinito: e allora non è vero che ti cedono il posto sul bus perché in Giordania c’è il delitto d’onore. Ma che cavolo vuol dire?
Sì, un’importante parte della Giordania ha un’organizzazione di clan in cui la reputazione è ciò che fa campare le famiglie e il delitto d’onore ne consegue.
In Spagna, per motivi diversi, fanno fuori una donna alla settimana. Ci sono le statistiche.
E allora? Che ne deduce, Bernard Lewis?
Ne ho conosciuta, di gente così: la collega prof che, dopo un anno passato a conversare con le sue studentesse, era certa che il divorzio per le donne non esistesse, in Egitto. Lo aveva dato talmente per scontato che non le era manco mai venuto in mente di domandare.
O l’amica che mi viene a dire: “Ah, qui non ti danno la pilola! Me la dovrò fare spedire dall’Europa!” e poi viene fuori che, semplicemente, quella settimana le farmacie ne erano sprovviste, punto e basta.
Poi magari tornano in patria e scrivono sui blog che le donne non possono chiedere il divorzio, in Egitto, e che non ti vendono la pillola.
E gli egiziani, basiti.
Ma che fatica inutile, gessù, passare il tempo a cercare conferme della propria presunta superiorità. Eppure, lo so, c’è gente capace di non fare altro per anni e anni, mentre vive in un paese arabo.
Che spreco di tempo.
Poi, certamente:
“Il mondo arabo, per la mia esperienza, è sicuramente meno individualista dell’Europa. Conta la comunità, sia essa la famiglia, la famiglia allargata, il vicinato. Però questa dimensione comunitaria, oltre ad avere i benefici che racconti, ha anche un elemento fortemente coercitivo che schiaccia la diversità e l’indipendenza.”
E’ vero.
Anche se, poi, la gente i fatti suoi se li fa comunque, e abbondantemente, pur nella discrezione.
La trasgressione non viene esibita, ma viene abbondantemente vissuta. Dovresti saperlo.
Comunque, di base, è vero. E, appunto, la cosa ha vantaggi e svantaggi.
Esattamente come il nostro essere ingranaggi di una macchina produttiva presenta vantaggi e svantaggi.
Questi ultimi, nel nostro paradisiaco occidente, colpiscono soprattutto le donne.
Appunto.
E non è un caso che le consapevolissime femministe arabe si guardino bene dal prenderci ad esempio.
Noi, nella nostra infinita e arrogantissima pigrizia, siamo molto più portati a concentrarci sugli svantaggi del loro stile di vita che ad affontare quelli che derivano dal nostro.
Mi spiace che tu non sia d’accordo, ma io desidero andare in controtendenza.
E’ strano leggere commenti su opinioni che per me non dovrebbero essere messe in discussione. Ma poi è anche più strano, quando leggendo sembra che si debba vivere al Cairo o chissà dove per arrivare a certe conclusioni: e allora mi pare che a Milano, della ricchezza che possono portare tutti gli stranieri che ci vivono, nessuno sappia che farsene. La parola giusta è proprio “arroganza”.
Hai descritto, quello che definisco “la rabbia dei perdenti”.
Quanto resisterai ancora in Italia?
@Braindead: esperienze di vita vissuta ne abbiamo tante tutti.
a torto o a ragione una persona non deve essere violenta o maleducata. questa e´ e continua ad essere la mia opinione.
al max dovremmo andare a scuola di civilita´ per imparare a non passare col rosso, a non andare in moto a 180 all´ora, a non inventarci i testimoni, ecc ecc ecc ecc ecc…
Se parlaim odi scuole, quando andavo alle scuole medie, alcuni ragazzi se la prendevano con chi arrivava dalla campagna o dal Sud. A farlo, a dire il vero, erano quelli che stavano in periferia e in famiglie che non se la passavano affatto bene (magari qualcuno benestante, ma si aggregava agli altri).
Poi al liceo, il problema è sparito. ragazzi di famiglie più ricche, meno BISOGNOSE di mostrarsi arroganti e di cercare qualcuno che stia ancora peggio (anche inventandoselo, perchè io non stavo affatto male di famiglia).
La rabbia dei perdenti, la ha definita qualcuno, ed effettivamente mi sembra proprio una cosa così.
è toccato ai “terroni”, ora tocca agli immigrati.
Molto triste, però.
@elisa vedo che continui a non cogliere il punto.
Qua non si tratta di torto o di ragione,di chi era prima o meno in fila dal panettiere o di chi ti spintona per salire sull’autobus.
Qua si tratta di qualcuno che per evidente colpa,se non *dolo*,ha messo a repentaglio la tua incolumita` fisica e ti ha magari anche ferito.
E il ragionamento “mi interessa sapere cosa hai da dire” in quei frangenti preferisco lasciarlo al Mahatma Gandhi.
Tolto il fatto che la metafora dei cani si applica anche qui,con gente in torto *marcio* che piuttosto di chiedere scusa,superato lo shock e pensando ai soldi da sborsare parte in quarta ad abbaiare cercando miseramente di avere ragione…
Marco, chi te lo fa fare? Discutere con una che se avesse vissuto in medioriente come ha vissuto in Europa l’avrebbero lapidata un centinaio di volte…
Guarda il caso: inconsapevole vi avevo citati a tutti e due, te e Marco, su questo argomento. Se riesco metto un trackback a mano, che di là non li abbiamo.
ciao
Scusa Lia, ma i due episodi che hai descritto sono piuttosto diversi, ed inoltre tu punti molto il dito su Milano (mi fai venire in mente un’altro come te…) ma ti sei chiesta se il motociclista (per esempio), era di Milano o di ….che so’…Bologna?
Come fai a giudicare una persona (ed addirittura una realtà territoriale) in base ad una risposta maleducata?
La maleducazione non ha confini, e metterla addosso a questa città come fai tu sembra quasi un pretesto per convincersi di aver ragione.
La ragazzina ti dice che “a pelle non li sopporta” ? E allora?
La ragazzina è portavoce dei milanesi e degli italiani?
Non è invece una ragazzina viziata e maleducata…che puoi trovare ovunque?
O vogliamo fare gli ipocriti e campare su un esempio?
Non hai mai visto dei bambini escludere dai loro giochi un compagno perchè è grasso?
Non hai mai visto dei bambini prendere in giro dei loro coetanei perchè sono bassi o perchè sono brutti?
E cosa c’è di differente con il tuo caso?
La maleducazione è insita in ognuno, e se non curata porta ad avere atteggiamenti che alla lunga sono da biasimare, ma da qui a farne un caso di portata nazionale per screditare ogni volta milanesi ed italiani è assurdo.
Sarebbe come se qualcuno generalizzasse sulla classe alla quale appartieni (quella degli insegnanti), dicendo che sono “disonesti” perchè fanno ripetizioni e non ci pagano le tasse, sono “scorretti” perchè danno voti a simpatia oppure sono “corrotti” perchè mandano avanti i figli dei ricconi che gli mandano il regalo di natale a casa…capisci cosa dico?
Saluti
Arzur
la maleducazione esisterà sempre, e d’accordo.
ma un’intera classe che non solo si ribella, ma trova ragionevole sostenere una tesi non solo assurda, ma palesemente razzista coem quella (una madrelingua spagnola non può prendere voti migliori in spagnolo… come se io me la fossi preso con chi era bravo in matematica perchè c’era portato, mentre io dovevo faticare per la sufficienza!) è effettivamente un segnale molto, molto preoccupante.
Arzur, ti eri fatto un goccetto prima di leggere il post vero?
No perchè io, che ero sobria, non ci ho letto le stesse cose……giuro!
Volevo scrivere “una classe che NON si ribella”, mi sèsfuggito il “non”, sorry.
..ci appese al collo Giove due bisacce.. ;)