dogs01.jpg

Una giornata qualunque.

Mi contesta una prima, oggi a scuola.
Niente che una prof strettina di voti non conosca a menadito e non sappia gestire, direte voi.
Be’, stavolta c’era una novità.

“Sa, prof, lei è stretta di voti ma, stranamente, con lei va bene gente che va male in tutte le altre materie. Strano, no?”
Li guardo corrucciata: “Niente allusioni con me, ragazzi. Niente stili mafiosi, parlate chiaro. Altrimenti non capisco.”
E non capisco, in effetti.
Mi spiegano: “Le ispanoamericane. Lei dà 8 e 9 alle ispanoamericane.”
E a me casca la mascella.

“Ragazzi: le ispanoamericane parlano, appunto, spagnolo.”
“Ah, ma lei non le interroga come interroga noi!”
“Certo che no. A voi chiedo di contare fino a 10, chiedo il presente del verbo essere e quello della prima coniugazione. Questo, vi chiedo. A loro chiedo gli argomenti di civiltà. E infatti alcune hanno solo 8. Se mi dovessero dire quello che chiedo a voi, secondo programma, avrebbero 10. Mi colpisce molto che vi lamentiate voi, anziché loro.”
“Non è vero che a loro chiede il programma! L’abbiamo sentita, a volte chiede della loro famiglia, o della politica nei loro paesi!”
Io, basita: “Ma se loro parlano, oltre a fare un favore a voi dimostrano a me che sanno usare i verbi. Davvero non lo capite?”
E una col cognome assai lombardo domanda, cattiva: “Perché io mi devo fare il culo e prendere sei e mezzo e loro devono prendere 8 solo perché sono ispanoamericane?”

Voglio dire: rendiamoci conto. Io insegno spagnolo e la scena a cui sto assistendo è surreale.
Poi, guarda: così come tendo a prendere fuoco per cose piccole, di fronte a quelle veramente gravi divento molto tranquilla, in genere.

Mi armo di pazienza, quindi.
Spiego.
Che l’obiettivo finale di una prima è arrivare a sapersi esprimere su argomenti di vita quotidiana.
Che coniugare un verbo non è un valore in sé, ma un modo per arrivare all’obiettivo di comunicare.
Che una madrelingua, che a loro piaccia o no, questo obiettivo lo ha già raggiunto il primo giorno di scuola per il solo fatto di esistere, e che voglio che sia ben chiaro che a loro sto chiedendo di più.
Che avere delle madrelingua in classe e sentirle parlare è una risorsa per cui, da sempre, la scuola e gli studenti pagano. E che loro sono fortunati ad averle gratis.

Le mie ragazzine ispanoamericane, intanto, tacciono. A testa china. Una ha gli occhi rossissimi.
Questa è gente che, nelle altre materie, fa una fatica boia poprio per motivi linguistici, santo cielo. Studiano l’italiano mentre studiano il resto.
E, ciò nonostante, alcune riescono ad andare meglio dei loro compagni italiani. Quella con gli occhi rossissimi, per esempio.
E nessuno, dico nessuno tra gli studenti italiani interviene a difenderle, a prendere le distanze da questo discorso assurdo: ma che mi stanno chiedendo? Di interrogarle in italiano per poi dargli il voto di spagnolo?
Di chiedergli la coniugazione del verbo essere, di contare fino a 10?
A delle madrelingua?

Il problema è che la richiesta, semplicemente, non c’è.
C’è solo il desiderio di tenersi il loro vantaggio di studenti madrelingua in tutte le materie e di negare a loro il vantaggio in spagnolo.
Credo che pensino che “queste straniere vengono a rubarci l’8 in spagnolo!”

“Ragazzi, per curiosità: ma se voi aveste 5 compagni californiani, anziché ispanoamericani, non credete che costoro prenderebbero 8 in inglese?”
Tacciono, colpiti. “Californiani” è diverso, temo.

Parlo di didattica, espongo le virtù della conversazione in lingua e dico alle mie alumnitas con gli occhi rossi quanto segue: “Le cose gratis hanno il difetto di non essere apprezzate, in genere. Sappiate che tutte voi, quando avrete il diploma di licenza superiore, potrete andare direttamente in Provveditorato e, armate della vostra nazionalità, potrete chiedere di essere iscritte nella graduatoria di “Conversazione in lingua spagnola.” E’ la C033, prendete nota. E lo Stato vi pagherà affinché voi facciate quello che già fate gratis qui, durante la mia ora: parlare nella vostra lingua.”

Alla fine erano un po’ mortificati, i giovani italiani.
Le ispanoamericane si sono attardate attorno a me, alla fine della mattinata, e io ho chiesto: “Come l’avete vissuta, questa storia?” “Come puro e semplice razzismo, prof.”
Come dar loro torto.

“La classe avrà ciò che chiede perché è giusto che impari”, ho detto io. “Al prossimo giro vi farò le domande che faccio a loro. Prenderete 10, ma non abituatevi. Non voglio vedervi vivere di rendita linguistica, voglio che studiate. Quindi durerà solo un giro, questo andazzo. Poi si torna agli argomenti di civiltà e alle letture.”
“Ok, prof.”

Me la sono tolta di dosso solo quando uscita da scuola, la mia calma.
Pedalando verso casa, ripensavo a quelle facce cattive, all’infierire su un gruppetto sperduto, al “Prof, io non le ascolto perché non mi piacciono a pelle!” della più accanita di tutti, all’assurda pretesa di vederle andare male nella loro lingua, al non accettare che delle immigrate possano saperne più di loro.
Mai vista, una roba simile.
Pedalavo e mi sentivo il sangue in ebollizione.

Arrivo sullo stradone del Ponte delle Milizie e c’è una grossa moto rovesciata in mezzo alla strada e un motociclista che bestemmia e si tocca il ginocchio dolente.
Mi fermo e, in contemporanea, si fermano delle forze dell’ordine e, intanto, la conducente della macchina investitrice scende e si avvicina.
E’ una garbata signora sulla sessantina, molto turbata.
Il motociclista è un tale sui 40 anni.
“Questa troia mi ha tagliato la strada!” dice alle forze dell’ordine.
La signora: “Come, troia? Non dica così, e comunque ho frenato per evitare la macchina davanti, mi spiace tanto!”
E il motociclista: “Quale macchina, lo hai fatto apposta! Adesso vai e prendimi la moto, cammina!”
“Ma come, l’ho fatto apposta? Cosa dice?”
E il tale: “Ti ho detto di sollevarmi la moto, muoviti!”

E io sono lì che non posso credere alle mie orecchie: questo quarantenne, vestito come una persona normale, dall’aria più che normale, sta dicendo a una minuta signora sulla sessantina, visibilmente mortificata, di andare in mezzo allo stradone del Ponte delle Milizie e di sollevargli la sua enorme Yamaha metallizzata.
E fa sul serio.
Dandole del tu.
E insiste: “Prendimi quella moto, cammina! Muoviti!”

E io rimonto sulla bici e me ne vado e non ho, letteralmente, più parole.
Mi pare un incubo.
Mi sento finita all’inferno, più o meno.
Ma che roba è, dio mio?

Ne parlavo con Cubanite l’altro giorno: lui è arrivato e ha scritto questo post.
Poi glielo hanno ripreso su Libero Blog e i commenti che gli sono arrivati lo hanno lasciato ancora più agghiacciato che la città in sé.
E ce lo dicevamo: uno arriva da fuori e questa valanga di odio generale, questa profondissima maleducazione costante, questa rabbiosità diffusa ti sorprende, non c’è niente da fare.
E’ la primissima cosa che ti colpisce e lo fa con una tale forza da stenderti.
“Ma noi come facevamo, prima?”
Prima di andarcene, dico.
“Eravamo immersi, non ce ne accorgevamo. Ce ne accorgiamo adesso perché veniamo da un’altra galassia.”
Lui Cuba, io l’Egitto, ma la sensazione è identica: esci in strada e ti pare di entrare in un canile in cui hanno finito l’antirabbica.
Tremendo, stai proprio male.

Poi ci sono le oasi, certo: una qui ha le sue amiche, e il cielo gliele conservi.
Frequento gente civile.
Ho i miei bravi affetti, le mie cose da fare. Certo che sì.
E la prospettiva di andarmene.
Altrimenti – se non avessi le amiche, gli affetti e la prospettiva di andarmene – mi toccherebbe buttarla sull’esistenziale, proprio.
E ci pensavo, oggi: se per qualche motivo mi succedesse di essere condannata a stare qui per sempre, cosa potrei fare? Uccidermi? Ma davvero, guarda. Se, guardando nei fondi di caffè, dovessi vedermi qua per il resto della mia vita, la voglia di abbreviarmi la sofferenza mi verrebbe. Per forza.
Non è possibile vivere così. Quest’infinita cattiveria priva di qualsiasi interesse, di qualsiasi significato, di qualsiasi perché.
Questo veleno insensato.
Questa banalità intossicante, triste e pasciuta.
Non voglio, proprio.

Non posso, guarda.
Uscire di casa la mattina e vivere così non è possibile.